UN PO' DI TUTTO


                             
                                                                         

                                 L'ANTICA FESTA  CACCURESE IN ONORE DI MAIA
                                                                   di Peppino Marino 

                     

   Festa dei lavoratori, San Giuseppe Artigiano, “Festa di Maia”: la ricorrenza del 1° maggio a Caccuri un tempo era un miscuglio politico – religioso, una occasione nella quale tre culture diverse, quella laica moderna, quella cattolica e quella pagana, si intrecciavano e si compenetravano fino a contaminarsi magari inconsapevolmente. Se la chiesa fa coincidere con la più laica delle feste la celebrazione dello “sposo di Maria” (che fra l’altro festeggia già il 19 marzo) nella sua veste di lavoratore (secondo il maestro Profazio fu lui a fondare il sindacato) ed il sindacato organizza (o meglio, organizzava) la festa del lavoro, chiesa e sindacato sovrappongono le loro celebrazioni a quella di un’antichissima festa pagana: quella per l’arrivo della primavera, dedicata alla dea Maia. Già nell’antica Roma, nel periodo primaverile, si celebravano numerose feste in onore della maggiore delle Pleadi, la bellissima figlia di Atlante e di Pleione amata da Zeus con il quale concepì Ermes, considerata l’artefice del risveglio primaverile. A Caccuri, evidentemente, questa antichissima tradizione è rimasta intatta nel corso dei millenni, anche se, ovviamente, la contaminazione cattolica, l’ha in qualche misura snaturata per non dire cancellata. Comunque, in ricordo di quella antica festa pagana, le donne usavano fino a pochi anni fa collocare sull’architrave dell’uscio delle case un mazzo di fiori (ginestra, sambuco e di spine di colore giallo) in onore della divinità. A questi possono aggiungersi altri fiori, con l’accortezza di non far mancare mai la spina che, secondo un’antica credenza popolare, dovrebbe accecare i nemici della famiglia che abita in quella casa e, comunque, proteggere dall’invidia e dal malocchio. Particolare attenzione veniva posta alla prima persona estranea che metteva piede in casa nel corso della mattinata: guai se era una persona anziana o, peggio, a lutto! Rischiava, nella migliore delle ipotesi, di venire cacciata via in malo modo, se non di peggio. Se entrava in casa di primo mattino un anziano o una persona in lutto, il presagio era inequivocabile: morte e sciagure sicure entro la fine dell’anno. Grandi feste e generosi regali, viceversa, se a varcare per primo la soglia era un ignaro fanciullo, simbolo di prosperità, salute e lunga vita. Quanta cultura abbiamo gettato nella pattumiera!

                                                                IL LAVORO è FATICA
                                                                   di Peppino Marino 

 

 

     
Dedicata agli amici che hanno commentato il post su aia e palmenti

 

Come giustamente disse Arturo,

“Più tempo passa e più il lavoro è duro!”,

e, ancor più giustamente aggiunse Orlando

“Il pane si guadagna faticando!”

“Questa è la vita, sentenziò Giovanni,

si vive notte e giorno tra gli affanni!”,

talché rise di gusto Salvatore

che è sempre stato un gran lavoratore.

“Bene..., bene...., concluse allora Franca,

resta assodato che il lavoro stanca:”

“Però, osservò perplesso Cortellazzi,

se non lavori, cosa mangi? …….. lazzi?!   

 

                                                                        ANCHE LORO CELEBRAVANO LA PASQUA 



   Nei giorni di festa, come quello di oggi siamo soliti scambiarci gli auguri con i nostri cari, con gli amici, con le persone che incontriamo. Usi, consuetudini, riti che si tramandano nei secoli, immutabili, tranne qualche nuova moda, qualche contaminazione consumistica che, magari, ci porta a preferire dolci o piatti che niente hanno a che vedere con la nostra cultura, ma tutto sommato, continuiamo a fare quello che hanno fatto i nostri padri, le nostre madri, i nostri nonni i caccuresi di una volta, come quelli in questa foto che ho avuto la fortuna di conoscere e di stimare. Li presento a chi non li ha conosciuti con l'ausilio dei numeri:

 1) Antonio Manfreda (zu 'Ntone 'e Cerza) 
 2) Michele Dardani, fratello della medaglia d'argento Giovanni;
 3) Peppino Salerno (Cesarino)
 4) Domenico Falbo (Micuzzu 'u Vurpu)
 5) Carolina Lucente
 6) Peppino Gigliotti ('U Dado)
 7)Eugenio Pitaro, macellaio
 8) Enrico Pasculli
 9) Matteo Oliverio
10) Francesco Sperlì, sindaco del paese
11) Guido Iaconis (Guiruzzu).

   Un saluto commosso e deferente a
quelli che non sono più con noi. 

 

                                                                   'A CHJIANCA 'E GENUZZU PITARO 

   Ho avuto modo più volte di parlare dei numerosi esercizi commerciali che costellavano il tratto compreso tra la Santa Croce e il largo Misericordia negli anni '50 del secolo scorso e che facevano dell'antico borgo un centro vitale e animato prima che il lento declino iniziato negli anni '90 lo trasformasse quasi in un paese fantasma.
  Subito dopo il forno Blaconà e prima del bar Caputo, a quei tempi gestito da Ciccio Pasculli che si avvaleva della collaborazione del suocero Rosario Catanzaro, ci imbattevamo in questa macelleria di proprietà di Eugenio Pitaro ('a chjianca 'e Genuzzu), un bugigattolo nel quale facevano fatica a entrare più di due persone oltre il titolare, ma che, assieme a quella di Luigi Iacometta al centro di via Misericordia e a quella di Antonio Gigliotti in largo Misericordia, adiacente il salone Tallerico, fornivano la carne per la numerosa popolazione del tempo. Il locale era quello che poi ospitò per molti anni il bancomat e oggi il punto di informazioni turistiche.
  Eugenio era una bravissima persona. Personalmente ne ho un ottimo ricordo anche perché in anni molto difficili per la mia famiglia ci fece credito senza problemi consentendo anche a noi di mangiare un po' di carne come se fossimo pure noi dei signori. Quando dovevamo chiedere la carne a credito era lui che, amabilmente, ci toglieva dall'imbarazzo e queste sono cose che non si dimenticano. 

                                                      LA FAMIGLIA ALLEVATO      

                                



    L'amico Peppino Allevato mi ha fatto pervenire questa interessante foto che ritrae i nonni, Francesco Allevato e Filomena Leto col figlio Luigi, a sinistra. Impressionante la somiglianza tra questo ragazzo e il fratello Vincenzo, padre di Peppino. La famiglia Allevato era una delle tante famiglie caccuresi divise in vari ceppi e delle quali, se non sbaglio ormai è rimasta solo quella di Peppino. Un destino comune a molti cognomi un tempo diffusissimi in paese e oggi scomparsi, come i Peluso, i Procopio, i De Luca, o la cui presenza è fortemente ridotta come, appunto, gli Allevato, i Secreto, i Lucente, gli Oliverio. Peccato. 

                                                                  PIETà FILIALE
                                                                 di Peppino Marino

                                                       



   
   
 Nicolino era appena tornato dall'America: lo si capiva a prima vista dalla sgargiante giacca gialla, dalla cravatta blu sulla camicia marrone, dal cappello di lino bianco e dalle scarpe esageratamente a punta; l'immancabile sigaro in bocca completava il look dell'ennesimo italo americano.
   Vent'anni prima, carico di miseria e di speranza con sulle spalle una elegante "valigia di cartone" era salito su uno dei tanti bastimenti che solcavano l'oceano diretti nel paradiso di Roosvelt. E la fortuna era arrivata quasi subito sotto le sembianze di un compaesano che gli aveva trovato un posto di garzone in una pizzeria di "Bro
kkolino".

   Nicolino ci aveva dato dentro e già tre anni dopo, raggranellato qualche dollaro, si era messo in proprio. Gli affari andavano discretamente e il giovane non aveva dimenticato il vecchio padre rimasto in Italia e al quale mandava puntualmente qualche soldo. Tutto andava a gonfie vele quando un brutto giorno il povero vecchio venne chiamato repentinamente in cielo e dovette abbandonare questa valle di lacrime. Nicolino ne soffrì terribilmente e da allora non pensò ad altro che a tornare per un breve periodo al suo paese per far visita alla tomba del padre.
   Venti anni dopo finalmente sbarcò in Italia e, dopo qualche giorno, giunse al paese. Il momento era arrivato  e, in occasione della festa dei morti, si recò al cimitero. Giunto nel posto ove presumeva si trovasse la tomba del povero zio Gaetano si mise a chiamare a gran voce don Pasquale, il vecchio custode del cimitero perché gliela indicasse. "Don Pasquale, prese a dire nel suo nuovo idioma, you impara me dove essere tomba my padre?" Il custode, che a stento aveva decifrato quella tiritera, gli mostrò il  tumulo sotto il quale riposava  zu Gaetano e sul quale si reggeva a stento un piccola croce di ferro, poi tornò alle sue faccende.
   Nicolino guardò a lungo la misera sepoltura, ma non riusciva ad accettare l'idea che li sotto potessero esserci le spoglie del padre. Passò ancora qualche attimo e richiamò il custode. "Don Pasquale, Don Pasquale, sorry, my padre non essere qui".

   Don Pasquale pazientemente ritornò sul posto e gli indicò per la seconda volta il tumulo. Nicolino sembrò finalmente convinto e, mentre una lacrima gli solcava il viso, sistemò un mazzo di fiori sulla croce. Poi rimase lì a meditare, ma più passavano i minuti, più gli sembrava impossibile che il padre potesse stare li sotto. "Don Pasquale, si mise ad urlare per la terza volta Nicolino, my padre non essere qua!"  "Sarà andato un'altra volte a
l bar a giocare a carte; non lo perde mai questo viziaccio!" urlò don Pasquale bestemmiando come un turco, mentre i parenti degli altri defunti scoppiarono in una fragorosa risata.


                                                                SCHERZUCCIO
                                                                 di Peppino Marino



   Questo scherzuccio senza pretese ha il solo scopo di rispolverare e ricordare a me stesso alcuni sostantivi del nostro dialetto, alcuni dei quali in disuso da anni. Non cercateci messaggi occulti, intenti didascalici o moraleggianti che non trovereste semplicemente perché non ci sono. 

C’era ‘nu quatrarellu
‘nu pocu accippatellu
supra ‘nu timparellu
c’avia nu jipparellu
paria ‘nu babbarellu.

Avia ‘nu copparellu,
‘na palettella rutta,
‘ncoppava la terra asciutta
e la mintia ‘ntru coppu.

Passa ‘nu cristarellu
vulannu ‘ntra lu celu,
vira lu guagliunellu
 e si ce fruga ‘ncollu.

Però ‘nu canicellu
zumpa re lu munzellu
‘e terra llà vicinu,
se lanza cu ‘nu lefantu
contra lu malu aggellu
e cu’ ‘nu muzzicune
 ‘u jetta ‘ntru grattapune.

E’ sarbu ‘u piccirillu
cuntentu ‘u canicellu
se serari a cullura
e jocari la cura.

             'A  SANTA CUCUZZA
           di Peppino Marino

 



  “A cumu canta la Santa cuzza……”. Chi di voi non ha mai sentito questa espressione dialettale che sta a significare più o meno “a giudicare dalle apparenze, “da come si presenta la cosa”, da quanto è dato vedere. Ma da dove ha origine questa curiosa battuta che risale ai tempi di papa Galeazzo. Si, papa Galezzao! Ah, non cercatelo nell’annuario dei papi perché non lo troverete. Papa Galezzo, infatti, Caliazzu in pugliese, è un papa salentino frutto della fantasia popolare, che aveva un curioso sistema per contare i giorni e individuare quelli festivi utilizzando semi di zucca e fave conservati all’interno di una zucca vuota essiccata. Un calendario davvero originale.  Secondo la versione caccurese, però, ‘a santa cuccuzza del papa pugliese, oltre che come calendario per  individuare i giorni della settimana e le festività mobili, era anche un mezzo per prevedere il futuro, un oracolo insomma i cui responsi venivano comunicati alle persone interessate premettendo la formula “A cumu canta la santa cucuuza.” Insomma uno strumento davvero comodo. A questo punto ho chiesto anch’io all’oracolo cucurbitaceo: “Usciremo davvero presto dalla pandemia?” La risposta lapidaria e un po’ sibillina è stata:  “A cumu canta la santa cucuzza ‘un mi ne chjiura nasu!

 

                                                              L'ALUNNO MODELLO



   Quando insegnavo mi piaceva tantissimo scrivere drammi, commediole, sketch come questo che  spero vi regali un po' di buonumore.

Personaggi:

 

1)        Mario Rossi, alunno modello
2)      Il Maestro
3)      Il Direttore
4)      Pierino
5       4 comparse donne
5)      2 comparse uomini.

Scena unica

Interno di un'aula arredata con cattedra, lavagna e banchi rigidamente divisi per sesso. All'apertura del sipario gli alunni sono tutti in piedi per l'aula e fanno chiasso. All'improvviso entra il maestro e gli alunni si precipitano ai loro posti. Il maestro li rimprovera aspramente.

                       Maestro: Discolacci, maleducati, sempre I soliti! Mai una volta che vi si possa lasciare soli un momento. (Si siede in cattedra.)  Dunque,  vediamo un po’, siete tutti presenti?

Pierino:         No, manca Rossi. Gli è morta la nonna.
Maestro:    Un'altra volta, ma quante nonne ha? Quindici?
Pierino:    Io che ne so? Il padre s'è sposato tre volte.

Tutti ridono rumorosamente.

Maestro:    Silenzio, mascalzoni. Vi faccio passare io la voglia di

fare gli spiritosi. Dunque..... oggi interroghiamo. Spero di trovarvi preparati....... (rivolto a Pierino) Tu, Pierino, vieni tu.

Pierino si stiracchia, sbadiglia, si contorce.

Maestro:   Sbrigati, pelandrone, non ho tempo da perdere.

Pierino si alza e si avvicina alla cattedra.

Maestro:    Dunque, vediamo.........

Si sente bussare alla porta.

  Maestro: Avanti,

Si apre la porta ed entra il Direttore. Alunni ed insegnanti scattano in piedi.

Direttore: Buon giorno, signor Maestro, buon giorno ragazzi. 

Alunni e maestro: Buon giorno, signor Direttore.

                   Direttore: Seduti, seduti. Bravi ragazzi, vedo che la vostra è una bella classe. Bravo, signor Maestro, mi compiaccio! Oggi ho  deciso di farvi una visitina per constatare di persona l'andamento di questa classe. MI auguro proprio di trovare alunni seri, degni cittadini della nostra amata patria, modesti, virtuosi e preparati.

Mentre il Direttore parta, Pierino disturba e il maestro furtivamente gli tira le orecchie.

                    Direttore: Signor Maestro, Lei mi consente, vero, di interrogare qualcuno di loro?....

                   Maestro: Con grande piacere, pensavo proprio di interrogarli.

                   Direttore: Bene, grazie, (rivolgendosi a Pierino) Incominciamo da questo bravo giovanotto.

Pierino incomincia a fare smorfie mentre il maestro alza gli occhi al cielo.

Direttore: Bene, caro ragazzo, dimmi un po’, come ti chiami?

                Pierino: lo non mi chiamo mai, anche perché poi non mi rispondo (ride sguaiatamente)

Maestro: (minaccioso) Monellaccio impertinente!

Direttore: (conciliante) Bene, vedo che sei abbastanza vispo.

Cominciamo con la storia romana. Tu conosci Romolo, vero?

Pierino: E come no? Ehehhh.

Direttore: E chi era?

 Pierino: Romolo, no.....?

Direttore: Romolo chi?

Pierino: Romolo Il pasticciere. Ieri mi ha regalato due
cannoli.....

Direttore: (scandalizzato). Oddio! ma no, ..ma no!  Beh,  passiamo alla geografia. Dimmi un po’, dove si trova il Panaro?

Pierino: Questo è facile. L'ho visto stamattina nella dispensa.
Direttore: Nella dispensa, ma che dici?
Pierino: Si, zio Pasquale stamattina presto ha raccolto le castagne ah, ah. 
Maestro: (molto arrabbiato e mollandogli uno scappellotto) ignorante, maleducato.
Direttore: Uhmmm, nemmeno la geografia è il tuo forte. Passiamo alla matematica. Ascoltami bene. TI propongo un problema facile, facile, ma tu rifletti bene prima di   rispondere....... Allora.... in un cestino ci sono 32   nespole.... Tu ne mangi una ogni 10 minuti... Dopo un'ora quante nespole ci saranno nel cestino?

Pierino: (senza riflettere) 32, signor Direttore!

Direttore: Ma come 32, pensaci bene. Tu ne mangi una ogni dieci
minuti.......

Pierino: Ma io non le mangio perché le nespole non mi piacciono!
Gli alunni ridono

Maestro: Monellaccio, impertinente, ti insegno l’ educazione . Vai a posto,villano!

Direttore: Lo lasci stare, è un maleducato Ignorante, uno   scansafatiche, un perdigiorno. Sentiamo qualche altro.
Si avvicina a Mario Ecco, questo bravo giovanotto. Rivolto a Mario......... Come ti chiami?

Mario:     Mario, signor Direttore.

Direttore. Bravo, Mario, vedo che fai sei un ragazzo educato. Dimmi un po’, chi era Augusto?

Mario:      Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, fu II primo
                   Imperatore  romano. Nacque II 23 settembre del 63   avanti Cristo alle 17,45       
                   minuti primi e dodici secondi
  da Atti, sorella di Giulio Cesare e...................


Direttore: (Interrompendolo) Bravo, bravo, tu si che sei un ragazzo
 studioso. E dimmi ancora, quando partì la spedizione dei Mille?

Mario:    La spedizione partì da Quarto presso Genova il 6 maggio 1860 alle ore 20,35 minuti e 14 secondi esatti.

Direttore: Bravo, esatto, che preparazione, quale solida   formazione culturale! Ma passiamo alla geografia. Mi sapresti dire quanto è alto iI monte Bianco?

Mario:    Niente di più facile, signor Direttore. E' alto 4.810, tre centimetri e due millimetri.

Direttore: Favoloso, stupendo! Bravo, ragazzo mio! Il tuo maestro può ben essere fiero di un alunno così preparato. Concludiamo con la matematica. Dunque, tu compri 25 uova a lire 50  l’una. Quanto spendi?

Mario:     (Prontissimo) 1.250 lire, signor Direttore.

Direttore: Bravo, bravo, bravo! Ecco la vera scienza, la sapienza, la ……… 

Pierino :   (Ride molto rumorosamente) Ah, ah, ah, ah....
Maestro: Basta, briccone, lazzarone.... (Gli da uno scappellotto) 
Direttore: Insomma, discolaccio, si può sapere cos'hai da ridere?

Pierino
: Ah, ah, ah, sto pensando a quel cretino che vende ancora le uova a cinquanta lire, ah, ah, ah, ah!.

                                                   


                                                             
STORIE DI MISERIA E FAME
                                                                          'U SARDARU
                                                                       di Peppino Marino


 
 
    
Saverio era un contadino povero, così povero da non potersi nemmeno comprare un paio di scarpe. Quando lo si incontrava di ritorno dal pietroso podere che gli era stato assegnato dopo la lotta degli ex combattenti, gli occhi finivano inevitabilmente per fissare l’alluce del piede destro fasciato da una pezza che fungeva da calza e che faceva capolino dalla scarpa spuntata. Il vestito liso e consumato, era quanto restava della divisa con la quale si era congedato alla fine della Grande guerra, un variopinto assemblaggio di toppe sui ginocchi, sui gomiti e sul sedere. Ogni mattina si alzava di buonora e si recava alla vigna portandosi dietro il più piccolo dei figli, Vincenzino, che lo aiutava nei lavori che la tomolata di terra richiedeva; gli altri, quelli più grandi, o andavano a giornata nei terreni di don Peppino, o andavano per legna nei boschi dei dintorni per poi rivenderla a tre soldi la salma.
   Il contadino conosceva molto bene il robusto appetito del figlioletto, nondimeno non poteva che dargli un tozzo di pane di miglio da sbocconcellare a mezzogiorno. Il problema però era quello di riuscire ad arrivarci a mezzogiorno.
   Verso le dieci passava dalla mulattiera, massaro  Michele che con ironica perfidia gridava al ragazzo:” Vincenzino, Vincenzino attento ai cani , ehi, guarda, stanno divorando la spesa.” Poi si allontanava sghignazzando accompagnato dagli improperi e dalle maledizioni di Saverio contrariato da quello scherzo stupido e crudele ripetuto quasi tutti i giorni ai danni del povero contadinello affamato.
    Alle nove del mattino Vincenzino lottava con i primi crampi allo stomaco e cominciava la solita litania: “Papà, ho fame, mangiamo?” Saverio sentiva una stretta al cuore. “Aspetta, Vincenzino, aspetta. Non abbiamo che pane asciutto; fra un po’ passerà dalla mulattiera il sardaro,  così compriamo quattro alici salate e mangiamo pane e alici.” “Va bene, papà”, rispondeva rassegnato il ragazzo.  La cosa si ripeteva tre, quattro volte nel corso della mattinata. E così si arrivava a mezzogiorno. Del sardaro e delle alici, nemmeno l’ombra e, d’altra parte, anche se fosse davvero passato, Saverio aveva dimenticato a casa il portafogli. Allora Vincenzino sbottava: “Papà, io ho una fame da lupo; non me ne importa niente del sardaro e delle alici, mi accontento del solo pane” e si precipitava ad aprire la spesa per sbocconcellare il pane di miglio.

   Saverio, col cuore a pezzi,  sorrideva ripensando a quell’espediente che gli aveva consentito di tenere a bada la fame del figlioletto fino a mezzogiorno e  sperava di riuscirci anche fino a sera.
  

 

AVOGLIA 'UN FRISCHI! 

   Quannu 'u ciucciu 'un vo'n acqua, avoglia 'un frischi! Verissimo! Chi di noi non ha mai "friscatu a 'nu ciuccio" che non aveva nessuna intenzione di bere? Io l'ho fatto tantissime volte fin quando finalmente ho aperto gli occhi e serrato le labbra. 

 

Infarto 


 

Don Nicola era un vecchio buono. Aveva oramai da tempo superato gli ottant'anni e, da quel giorno, aveva smesso di contarli. Viveva una sua vita tranquilla godendo e beandosi dei piccoli piaceri che a quell'età la vita può ancora concedere: la partita a carte, la chiacchierata con gli amici, un raggio di sole che ti accarezza e ti scalda, la fumatina nell'inseparabile pipa, compagna fedele di tanti momenti. Ed in quella splendida giornata di primavera il vecchio li aveva riassaporati tutti insieme. Uscito di casa verso le nove del mattino, si era recato in piazza ed aveva giocato a briscola, poi si era seduto sul muretto, abituale ritrovo degli anziani , per godersi quel tiepido sole e quella carezzevole brezza che portava fin nel cuore dei paese l'inebriante profumo degli alberi in fiore e del rosmarino. E, mentre con gli amici riandava ai bei tempi, alla fatica, ai sacrifici, agli stenti, ma anche ai canti, ai balli, agli amori, cavò di tasca la pipa e, dopo averla lentamente e sapientemente caricata, diede fuoco al le polveri aspirando avidamente quel non proprio profumato incenso. Intanto s'era già fatto mezzogiorno ed il vegliardo, lasciati gli amici, si avviò verso casa. A metà strada tolse la pipa di bocca e la ripose, così come faceva sempre, nella tasca interna della giacca. Era oramai sull'uscio e la famiglia, seduta al desco, attendeva il suo ingresso in casa per il pranzo, quando un urlo sovrumano giunse alle orecchie attonite del figli. "Ahh, gridava il vecchio, il cuore ahh, che male!". I figli accorsero e lo trovarono accasciato sulla soglia. "Ahh, figli miei, è finitaaa.... è venutaaa muoio, che dolore! continuava a lamentarsi don Nicola. I congiunti lo fecero entrare in casa e lo aiutarono ad adagiarsi sul letto. "Ahhh , figli miei, gemeva il povero vecchio, è il cuore muoio  ahh, ascoltate le mie ultime volontà." I figli si convinsero che poco restava da fare e che l'ora del trapasso era arrivata, nondimeno tentarono il possibile per strapparlo alla morte e, mentre il minore si precipitava a chiamare il medico, l'altro pensò di togliergli la giacca. Appena l'ebbe sbottonata, un sottile filo di fumo frammisto al puzzo di tabacco si diffuse nella stanza. Il giovane dapprima penso che il troppo tabacco fumato avesse fuso il cuore del vecchio, poi intuì la terribile verità: gli strappò violentemente la camicia e mise a nudo la piccola ustione che provocava quell'atroce dolore proprio mentre il fratello entrava trafelato nella stanza seguito dal medico.

                                                        
                                                        
'A Sampugnella

 

 

    Uno dei motivi per i quali da fanciulli aspettavamo con trepidante ansia il ferragosto era l'arrivo " 'e re bancarelle", le bancarelle dei negozianti di giocattoli allestite nel tratto tra l'inizio dei Mergoli e quello di via Misericordia subito dopo piazza Umberto, quella, non quella che ci ostiniamo,  a chiamare piazza Umberto). C'erano si altre attrattive, come ad esempio il mitico tiro a segno di don Serafino con il bersaglio che quando lo colpivi cadeva lungo una guida di ferro su una piccola carica di polvere che esplodeva provocando un simpatico botto o con i fucili a piumini  (piccola freccetta che terminava con un fiocchetto colorato)  uno dei quali una volta, partito dal fucile di un giovane maldestro, si conficcò nello zigomo del vecchio giostraio facendolo bestemmiare per il dolore, ma quelle erano attrattive per quelli più grandi, mentre i più piccoli ci accontentavamo della pistola ad acqua, dello stantuffo o della sampugnella. 'A sampugnella era un corista a fiato a una sola nota collegato a un normalissimo palloncino di quelli che si usano per riempirli di elio e farli librare in cielo. Il divertimento consisteva nel soffiare nel corista per gonfiare più che si poteva il palloncino, quindi si lasciava che lo stesso si sgonfiasse. L'aria uscendo faceva vibrare la lamina del corista che emetteva una nota lunghissima e monotona. Come passatempo non era il massimo e forse anche un tantino noioso, ma per la nostra generazione, che non conosceva la play station e le altre diavolerie, era il massimo dello spasso. Per dovere di cronaca c'è da dire però, che nell'attesa del ferragosto e delle sampugnelle, avevamo scoperto (o meglio lo avevano scoperto i nostri nonni e forse prima di loro i nonni dei nonni) una sorta di surrogato delll'agognato strumento utilizzando "i cannoli" cioè gli scapi fiorali delle cipolle che andavano in semenza. Soffiandovi dentro con particolari accorgimenti se ne ricavava un suono simile allo squillo di una tromba.     

                               'A JOCCA



" Me para ca se vo' parare jocca" 
esclamava mia madre quando una gallina, col suo comportamento insolito, manifestava il suo "desiderio di maternità".  Allora  mamma si affrettava a prepararle il nido contenente un discreto numero (sempre  dispari) di uova che la chioccia si affrettava pazientemente a covare. Quindi anche per me iniziava un'attesa impaziente che durava fino a quando le uova non cominciavano a schiudersi e i pulcini completavano l'opera liberandosi  del guscio. Qualche volta capitava che fra le uova ve ne fosse uno "cuvatusu" cioè non fecondato dallo sperma del gallo, destinato fatalmente a marcire  sotto la chioccia per cui dovevamo sorbirci il suo pestilenziale odore.  Ogni volta che la chioccia si prendeva una breve pausa allontanandosi per qualche attimo dal nido correvo a esaminare attentamente le uova nella speranza di scorgere  qualche segno di vita.  Poi, quando la chioccia e la covata si mettevano in moto razzolando nel piccolo cortile di casa nostra, la seguivo a prudente distanza perché la neo mamma, temendo che volessi far male ai piccoli, centuplicava la sua aggressività. Oggi anche da noi è difficile trovare qualcuno che allevi ancora galline e chi lo fa le compra già quasi adulte, di quelle nate nelle incubatrici.  Insomma una sorta di fecondazione assistita. Per le galline  non si applica la legge 40 e la chiesa non è contraria alla riproduzione dei polli con metodi artificiali. Almeno per ora.  Addio vecchia,  nevrotica, amata jocca!

 

                                                                     FOGLIE D'ULIVO ALLA VITTORIA

    La fantasia in cucina è fondamentale perché ti ispira e ti consente di preparare eccellenze come queste. Un buon piatto deve riuscire a deliziare tre dei nostri sensi: il gusto, l'odorato, ma anche la vista è questo ci riesce in pieno. Questa volta il merito è tutto di mia moglie che se lo è inventato, dice lei, in una notte insonne. Così ieri, munito di guanti, mi ha fatto raccogliere una verdura che spesso maledico quando mi capita di urtarla accidentalmente e che abbiamo lessato, frullato e impastato con una eccellente semola di grano duro  italiano, assolutamente privo di glisofato. Quindi abbiamo modellato la pasta ricavandone un bel po' di "foglie di ulivo" che oggi ha lessato e mantecato in una salsa di salsiccia calabrese fresca e champignon. Il risultato è quello che vedete in foto. E non è tutto, ma il resto ve lo racconterò un'altra volta. 
Ah, dimenticavo: un avviso a quelli che ti fanno pagare un uovo alla coque 40 euro: non ci provate, questo piatto è brevettato.

 

                                                                                             'A SPISA

  Oggi vi racconto una novella triste ma che dovrebbero leggere tutti e meditare su cosa siamo oggi, cosa eravamo e cosa rischiamo di tornare a essere in questo mondo globalizzato e col trionfo del neoliberismo più becero. 

  Da parecchi giorni il sole dardeggiava alto nel cielo ed i suoi raggi infuocati inondavano di luce la campagna assordata dal frinire ossessionante delle cicale. Le messi, copiose e biondeggianti, ondeggiavano lievemente ad ogni alito di brezza: era oramai tempo di mietitura.
   Un mattino all'alba una lunga teoria di uomini curvi sotto il peso dei loro fardelli, asciutti e grinzosi come l'uva passa, col volto segnato dagli stenti e dalla fame, si avviava ai campi del barone. Sul braccio ricurvo ognuno aveva la sua falce foderata di stracci e la mano, già inguainata nei cannelli, stringeva un tovagliolo di lino bianco i cui quattro angoli annodati formavano una rudimentale bisaccia contenente la "spesa” il magro cibo della giornata. Erano spese povere: un tozzo di pane, una fetta di lardo, un pugno di olive secche, un pomodoro costituivano il pranzo dei più ricchi, di quelli che potevano orgogliosamente mangiare in gruppo ostentando tanta fortuna; gli altri, i poveri, a mezzogiorno, si allontanavano con un pretesto mentre il caporale bestemmiava come un turco che " non ne poteva più di quella vita grama: tutti i giorni sempre e solo caciocavallo e uova!"
    Nicola era uno di quest' ultimi. Onesto lavoratore con moglie, tre figlie femmine ed una nidiata di marmocchi che gli succhiavano fin l'ultima goccia di sangue, disfatto dalla malaria, mostrava molti di più dei suoi 47 anni. Nessuno lo aveva mai visto mangiare in gruppo: a mezzogiorno anche lui prendeva la sua spesa e si allontanava per i campi. Nessuno gli andava dietro, nessuno osava spiarlo, tanta era la soggezione che incuteva la sua figura taciturna.
   Quella mattina la sua spesa era più voluminosa del solito e Nicola faceva quasi fatica a portarla. Giunto nel campo cercò un arbusto per appendervela, così come facevano tutti; i cani, infatti, più affamati dei loro padroni, frugavano disperatamente dappertutto alla ricerca di cibo. Appeso il fardello ad un ramo di pruno, si mise a lavorare.
   Verso le dieci un cane si intrufolò furtivamente nel campo e strisciò acquattato fino all'arbusto. Vide la spesa e cercò di afferrarla. Spiccò un salto, un secondo, un terzo; finalmente urtò col muso il fardello che prese ad ondeggiare. Il rametto del pruno scricchiolò, si spezzò. La spesa cadendo colpì la schiena del cane che prese a guaire pietosamente fuggendo nei campi. I nodi del tovagliolo si sciolsero ed una bella pietra bianca e liscia comparve in mezzo al grano.
   Gli uomini scoppiarono in una fragorosa risata, ma non fecero in tempo a vedere il volto di Nicola rigato di lacrime.   

                                            L'ARGUZIA E LA BONOMIA E LE BURLE DI EUGENIO MELE

 

   Zio Vincenzo Chindamo ed Eugenio Mele, due ragazzi nati nei primi anni 20 nel rione Croci, all’epoca quattro case costruite solo 5 anni prima, erano fraterni amici e compagni di giochi.  Il primo  abitava in via Vittorio Veneto, il secondo nella parallela via Sabotino, ma le abitazioni erano dirimpettaie. Difficile incontrare due amici più affiatati di loro.
   Ancora fanciulli furono messi a lavorare dai loro genitori poveri: Vincenzo faceva il contadinello, mentre Eugenio pascolava i capretti. Gli animali erano giovani e agili e non era facile tenerli a bada per cui Eugenio, dimostrandosi un genio precoce,  ammaccava  loro le zampe con una pietra costringendoli a starsene buoni senza farlo dannare.  
  Ancora ragazzi, furono separati dagli eventi: Vincenzo fu chiamato alle armi e mandato in Grecia dove, dopo l’armistizio fu catturato dai tedeschi e internato in un campo di lavoro in Germania, Eugenio si arruolò nell’Arma dei carabinieri, sposò una ragazza caccurese e cominciò a spostarsi per la Penisola fin quando si stabilì definitivamente a Salò. Si ritrovarono dopo anni quando Vincenzo, che intanto si era trasferito a Merano, ed Eugenio capitarono d’estate a Caccuri e da allora ristabilirono i contatti.
   Non li ho mai sentiti chiamarsi per nome: per Eugenio zio Vincenzo era il Negus, un soprannome che gli avevano affibbiato per il colore scuro tipico dei terroni, invece Eugenio per zio Vincenzo era “Grecuzzu” che era sinonimo di “stortu”, cioè di persona che vuole avere sempre ragione e imporre la sua visione delle cose, ma credo, anzi ne sono sicuro, che lo zio lo chiamasse così,  non tanto per il carattere dell’amico che era amabile, ma per l’assonanza col nome Genuzzu che in caccurese è il diminutivo di Eugenio.
   ‘U Negus e Grecuzzu, erano comunque inseparabili, come due gemelli, come Castore e Polluce, come  Oto ed Efialte, Achille e Patroclo ed erano complementari: Eugenio aveva un grande senso dell’ironia che difettava a mio zio, era un grandissimo esperto di funghi e un ottimo cuoco, ma pur avendo due patenti, quella civile e quella militare, era assolutamente negato per la guida, cosa che odiava, per cui mio zio tra i due era l’autista che lo scarrozzava per i dintorni di Caccuri. Le escursioni erano l’occasione per Eugenio per raccogliere pregevoli funghi sconosciuti anche al più esperto micologo che egli cucinava poi con grande perizia degna dei più grandi chef. Impressionava non solo la stupefacente conoscenza di ogni specie di fungo commestibili o no e te ne diceva anche il nome scientifico, ma l'abilità nello scovarli in ogni stagione, col freddo o col caldo torrido, col sole, con la pioggia o con la neve, negli acquitrini e nei terreni aridi.  Gli piaceva tantissimo cucinare squisiti manicaretti, per niente mangiare e si vedeva!, con quel suo fisico asciutto, quella figura smilza e agile.
   Eugenio, oltre a essere una persona simpaticissima, amabile, pacata, garbata, era intelligentissimo, astuto, una vera volpe, dotato di un’arguzia proverbiale. Oltre i funghi e la cucina, aveva una terza passione: gli scherzi, le burle delle quali erano solitamente vittime i suoi commilitoni, ma anche altri amici. Di uno di questi scherzi ne pagò le conseguenze un povero carabiniere suo subordinato. Era il primo aprile e il nostro di nascosto, confezionò un pacco con qualcosa che avvolse accuratamente nella carta, poi ci appiccicò un indirizzo, chiamò il giovane militare e lo spedì all’ufficio postale distante qualche centinaio di metri spiegandogli che l’involucro conteneva una batteria per una jeep che dovevano mandare alla caserma di un paese della provincia. Il ragazzo si caricò il fardello e sbuffando e imprecando per la fatica, si fece la strada fino alle poste con quel pesante involucro.
   Appena uscito, l’astuto Eugenio chiamo al telefono il dirigente delle poste spiegandogli che si sarebbe presentato un carabiniere per spedire un pacco che stavano per mandare erroneamente ad altra caserma, pregandolo di rimandarlo indietro. Quando il povero ragazzo, sudato, con le braccia indolenzite si senti comunicare che avrebbe dovuto riportare indietro il pacco, si sentì perso, ma il dovere era dovere e non vi si poteva sottrarre: Così riprese la strada barcollando per la stanchezza, ma quando arrivò nel cortile della caserma, inciampò e il pacco gli cadde a terra. Preoccupato di aver combinato un guaio, si affrettò a verificare l’integrità del contenuto e fu allora che gli scappò una imprecazione e una bestemmia quando vide che il pacco conteneva vecchi mattoni pieni. Ma la burla più bella fu forse quella che giocò a un ragazzo caccurese con la passione per il canto.
   Era una serata estiva e, verso le 10 di sera, Eugenio stava rientrando a casa dal centro storico. Arrivato in piazza fu salutato cerimoniosamente da un gruppo di giovani che lo conoscevano benissimo e che lui conosceva altrettanto bene.

-        Buona sera, professore, ci scusi, ma dovremmo chiederle un favore.
Sentendosi chiamare professore rimase un po’ sorpreso, ma una volpe è una volpe per cui stette al gioco.

-      
 “Professore, continuarono quei figli di buona donna, c’è questo ragazzo che viene da fuori che ha la passione per il canto e vorrebbe diventare un cantante. Abbiamo pensato che un direttore d’orchestra, un grande maestro di musica come lei potrebbe fargli un provino e dargli qualche consiglio.”

L’imbeccata era perfetta; ora sapeva come muoversi e come cucinarsi il malcapitato.

- Ragazzi esordì, è tardi e qui in piazza potremmo disturbare la gente che dorme nelle case vicine. Spostiamoci alla Santa Croce, così non disturbiamo nessuno.
Allora il gruppo si portò ai piedi della croce dei Passionisti e qui il “maestro” chiese al ragazzo di cantare una canzone.

La voce è discreta, disse dopo che il ragazzo si era esibito mettendocela tutta, ma sento che c’è qualcosa che la blocca un po’, un problema di diaframma forse, bisognerebbe fare una prova.

    - Ditemi quello che posso fare, chiese ansioso il giovane cantante.

- Eugenio conosceva un ragazzo del gruppo e sapeva che era velocissimo nella corsa per cui lo pregò di collaborare, cosa che fece volentieri essendo uno dei “compari.”

-       Fatti una corsa veloce con Vincenzo da qui alla casa di Gelsomina e ritorno e appena arrivi mettiti subito a cantare la stessa canzone; questo è l’unico modo per sbloccare il diaframma.

-       I due partirono come una freccia lungo la leggera salita e dopo poco più di un minuto erano di ritorno. Il ragazzo cercò inutilmente di cantare, ma il fiato non gli usciva avendolo lasciato tutto per strada.

- Mi dispiace, ma non hai le qualità per diventare un cantante, sentenziò l’improvvisato discepolo di Euterpe stroncando la carriera dell’aspirante cantante, mentre "quelle scuma ‘e cancarena” degli amici se la ridevano sotto i baffi.

-         Qualche giorno dopo il ragazzo, caccurese, ma che viveva all’estero, venne a conoscer la vera identità di Eugenio e a sapere che non era un maestro di musica, ma un appuntato dei carabinieri, fra l’altro suo lontano parente e la prese a ridere.
Da quel giorno, quando lo incontrava, lo chiamava scherzosamente “maestro”, lo invitava a bere qualcosa e chiacchierava amabilmente con uno che gli aveva “stroncato la carriera.”

-      

FILASTROCCA PESSIMISTA


Filastrocca dall’interno,
eccoci ormai in pieno inverno,
con i monti lontani innevati
e noi ancora carcerati.
Chiusi in casa per la pandemia,
non c’è nessuno più per la via,
anche se, invero, i nostri paesi
non sono morti da pochi mesi.
Case vuote ormai da anni, 
tanta angoscia e tanti affanni,
usci sbarrati, spenti i camini
non ricordiamo cosa sono i vicini
perché scomparsi ormai da una vita
il che ci procura una pena infinita.
Le nostre strade son sempre deserte,
non si vedono mai porte aperte
ed il distanziamento sociale
per noi è una cosa così naturale
che non ci badiamo, non è un assillo
perché da anni ci abbiam fatto il callo.
Così l’inverno ci pesa davvero
ed il futuro ci sembra più nero,
più della merla che in questi giorni
se ne sta presso camini e dintorni.
Ma che ci fa presso un fumaiolo
che non fa fumo, che non  dà calore
perché lì sotto il suo focolare,
spento da anni non può fumare
può solo piangere e ricordare
tempi felici, gente giuliva
che attorno al fuoco la sera si riuniva
 
e che oggi abita in mondi lontani
e noi siam soli come poveri cani.


                                       'A SCIRUBETTA



   Oggi, finalmente, ho potuto prepararmi un'eccellente scirubetta. 'A scirubetta è un gelato "casarulu", ovvero fatto in casa con neve fresca e mosto cotto. Il nome dialettale deriva dall'arabo sciorbet, che in italiano diventa sorbetto. Beh, direte voi, cos'ha di tanto speciale la tua scirubetta? Vengo e mi spiego, come si diceva una volta. Intanto è fatta con neve di Gimmella, un posto per il quale, dopo l'abbandono di Fantino, il quasi spopolamento di Acquafredda e l'abbandono delle attività boschive, passano, quando va bene, un paio di macchine al giorno, quindi assolutamente incontaminato, e poi, invece del tradizionale mosto cotto abbiamo utilizzato il brodo di giuggiole di Zifarelli che ci ha mandato letteralmente in brodo di giuggiole. Credo che, oltre alle solite attività, mi trasformerò anche in "nivaru." Devo solo trovare il luogo adatto per la conserva e la paglia. 

 

                                                        BIZZARRIE DELLA NATURA
                                                  

   A volte la natura è capace di bizzarrie come queste due strane arance di San Biagio, soprattutto quella a destra. Chissà per quale misterioso motivo a un certo punto un gruppo di cellule impazzisce e rompe l'ordine prestabilito dando luogo a questi strani fenomeni che si verificano anche negli animali e nell'uomo stesso perché comunque la si rigiri, uomini, animali e vegetali siamo tutti esser viventi, creature, come dicono i credenti o prodotto dell'evoluzione secondo  non credenti. Se volete divertitevi a dare un nome a queste forme. 

 

                                                        FEDELI BIRICHINI
                                                      di Peppino Marino

                                                      
       Nella bacheca di una chiesa, evidentemente frequentata da parrocchiani un po’ indisciplinati, erano affissi i seguenti numerosi cartelli.
    Sul primo c’era scritto: “Si prega di fare silenzio”, su un altro “Si prega di non accendere candele o ceri” e poi ancora: “Si prega di spegnere i cellulari”, “Si  prega di non attaccare il chewingum sotto la spalliera dell’ inginocchiatoio” e infine quello con l’appello più accorato che la diceva tutta sulla devozione dei fedeli:  “Si prega di pregare.”

                               ACCADDE DOMANI: FONDATA LA SOCIETà CICCO SIMONETTA

     Il 31 dicembre del 1905 i grandi proprietari terrieri di Caccuri fondarono la Società di Mutuo soccorso Cicco Simonetta per coalizzarsi e difendere i loro interessi minacciati dalla nascita della Cassa nazionale di previdenza per l'invalidità e per la vecchiaia degli operai , l'antenata dell'INPS che incomincia a estendere il sistema di previdenza prima ai dipendenti pubblici e ai militari, poi, col governo Pelloux e quello di Vittorio Emanuele Orlando nel 1919 anche ai dipendenti di tutte le altre aziende. 
   I braccianti e gli altri lavoratori caccuresi risposero, circa un anno dopo, il 12 settembre del 1906, fondando un altra società di mutuo soccorso, la Pensiero e Parola, dopo la nascita, qualche  mese prima, della Confederazione Generale del Lavoro, l'antenata della CGIL a testimonianza, che, già all'inizio del secolo scorso Caccuri era un paese politicizzato e all'avanguardia nel quale, a differenza dei giorni nostri, c'erano partiti e sindacati organizzati. 

 

                                                                 LA BEFANA AL TEMPO DEL COVID
                                                                               di Peppino Marino

 

 


Filastrocca della lana,
un tempo arrivava la Befana
volando in cielo di tetto in tetto
quando ogni bimbo dormiva nel letto,
poi s’infilava attraverso i camini
per consegnare i suoi doni ai piccini 
e, alla luce fioca dei lumi, 
riempiva le calze di dolciumi.
Caramelle, confetti e torroni
Portava in dono ai bimbi buoni,
ma bimbi buoni eran tutti quanti
ché non esistono bimbi birbanti
e a quelli che erano un po’ speciali
portava in dono anche altri regali:
cavallucci, balocchi e trenini 
per la gioia di grandi e piccini.
Ora però, la vecchia col sacco
di altri regali ci porta un bel pacco:
Covid, crisi e patimenti,
lockdown e distanziamenti, 
mascherine appiccicate sui musi
bar, parrucchieri e locali chiusi.
Tanti contagi, tanti malati,
e tanti ancora ricoverati.
Quanto ci soffre or la vecchina
volando nel cielo con la mascherina
ma più soffre ancora vedendo la gente
comportarsi da demente
mentre s’assembra, contesta, protesta
per il presunto scippo di una festa
per cui ha deciso: non doni ai bambini,
ma per quest’anno solo vaccini,
anche se tanti son già a sbraitare
che non si faranno vaccinare
perché non sono ancor bene testati,
meglio rischiare di finire intubati.
Cara Befana, aggiungi un vaccino
per questo vecchio contadino
che si è stufato ogni mattina
di indossare la mascherina
anche solo per andare in campagna
mentre la gente protesta e mugugna.
Portalo presto ché non resisto
e te lo giuro incrociando le dita
te ne sarò grato per tutta la vita.


                                                     ‘ A FOCERA
                                                 di Peppino Marino

                                               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



     Quest'anno ci è stata tolta da questo maledetto virus, ma cerco di farvela rivivere, soprattutto a chi vive lontano e ha più o meno la mia età o qualche anno di più, attraverso questo mio racconto.

 

     Ligne, ligne allu santu Bomminu!” Il grido gioioso riecheggiava nel paese ripetuto, porta a porta, dai monelli, ma anche dai giovani ciucciari, (1) mentre altri, più grandi, si avviavano verso la Portanova con gli asini carichi di legna per scaricarla sul sagrato della chiesa. La gente si affacciava sull’uscio e indicava ‘u zippune (2) o la zomma (3) che intendeva donare al Bambino Gesù perché, appena nato, potesse trovare un bel focherello per scaldarsi e vincere i rigori del freddo ai quali lo sottoponevano la stagione e la condizione di povertà che lo costringeva a nascere in una stalla. Ricevuto l’assenso, i ragazzi mettevano il ciocco sulla carriola, l’accatastavano in un cantuccio per essere caricato sul dorso del somaro e riprendevano il giro. Anche zu ‘Ntone aggiogava i buoi per trascinare, girando dalla piazza e per via Buonasera, il tronco di quercia che don Vincenzo donava alla chiesa ogni anno o quello di gelso, dono di don Antonio. Dopo un paio di giorni di alacre lavoro, il piazzale della chiesa era invaso da cataste di legna tanto che, salendo da via Buonasera la rampa di scale che sbuca sul sagrato, ci si trovava davanti un vero e proprio muro e, per andare verso la Portauova , si doveva girare per la Salita castello. Ora era il momento di don Ciccio.     
      L’esperto vecchio veniva invocato a gran voce, come un sacerdote acheo, a celebrare il consueto rito: la preparazione della “pira.” Nessuno come l'anziano perito agrario sapeva accatastare con maestria l’enorme “percia”(4) di legna che occupava il sagrato, circondato dai suoi accoliti pronti a eseguire i suoi ordini secchi e ad assecondare i suoi gesti sacerdotali. Egli, dapprima con quattro grossi ceppi sui quali adagiava delle traverse più lunghe preparava il fornello, il cuore della focera, poi, piano, piano, sistemava il resto della legna a cerchi concentrici sempre più ampi alla base e sempre più stretti al vertice. Alla fine della giornata la focera si ergeva maestosa nel centro del sagrato, pronta per essere accesa. Non rimaneva altro che riempire il fornello di frasche secche e “pampuglie” (5) e aspettare le 8 di sera, quando era prevista l’accensione. Allora cominciava la trepidante attesa dei monelli che avrebbero voluto dar fuoco alla catasta già alle cinque del pomeriggio. Però, nonostante l’impazienza fosse tanta, nessuno osava, compiere l’atteso gesto per la paura e la soggezione che il vecchio don Ciccio incuteva e tutti aspettavano il suo arrivo.
    Alle sette, finalmente, il vecchio arrivava insieme a zu ‘Ntone e a un gruppo di ciucciari, ma non era ancora il momento. I fedeli cominciavano ad affollare la chiesa, mentre il prete, preso dalle sue faccende, si faceva, come sempre, attendere. Quando mancava un quarto alle otto, arrivavano zu Vincenzo con le ciaramelle, zu Salvatore con il piffero e zu Francesco con le zampogne. Qualche attimo dopo le dolci note di una pastorale, seguite da quelle di “Tu scendi dalle stelle”, spandevano l’armonia e la gioia per via Chiesa e salita Catello, via Buonasera, fino alla Destra. Ora era giunto il fatidico momento. Don Ciccio inzuppava uno straccio nel secchio di petrolio che aveva nascosto nell’”orticello” ai piedi del campanile, lo infilava nel fornello della focera e, con uno zolfanello, dava fuoco, mentre dalle bocche dei monelli, che fino a qualche attimo prima disegnavano una curiosa “o”, usciva un “ohhhh!” di stupore e di gioia. Pochi attimi e migliaia di gioiose “faille” (6) si libravano in cielo, mentre gli scoppiettii della legna rallegravano l’ambiente e un tepore dapprima gradevole, si trasformava in calore infernale e costringeva gli entusiasti monelli ad allontanarsi di qualche passo. Poco più in là, seduti sui sedili del sagrato, don Ciccio e gli altri vecchi, antichi patriarchi, si godevano lo spettacolo come valorosi guerrieri a riposo, aspirando voluttuose boccate dalle pipe di creta, lanciando nell’aria nuvole di fumo che si mischiavano a quello della foera. Intanto era già iniziata la messa di Natale. Poco prima della mezzanotte nasceva il bambinello e zu Vincenzo, intonando con la sua ciaramella “Tu scendi dalle stelle”, partiva dalla porta della chiesa e attraversava, camminando sulle ginocchia, l’intero tempio per andare a baciare il pargoletto che il prete, commosso, mostrava ai fedeli. Poi il sacerdote faceva tre volte il giro della chiesa passando tra i fedeli che baciavano con devozione il Figlio di Dio.
   La focera oramai ardeva a tutto spiano e le lingue di fuoco, dapprima altissime, ora cominciavano a scemare. La mezzanotte era passata da un pezzo e, attorno a quel “frajerinu” (76) cominciavano a celebrarsi i riti pagani delle patate e delle salsicce arrostite, arrivavano i soliti fiaschi di vino mentre qualcuno si divertiva a gettarvi di nascosto qualche castagna che esplodeva fragorosa come un petardo. E mentre si banchettava, qualche teppistello riusciva perfino ad infilare di nascosto una brace nella tasca del pastrano di uno dei tanti vecchi che circondavano la focera. Attimi di panico, maledizioni all’ignoto mascalzone, imprecazioni, poi tutto finiva annacquato in un buon bicchiere, fino alle quattro del mattino quando il sonno e il vino avevano la meglio e il sagrato, lentamente si spopolava.
   All’alba, un grande mucchio di cenere e alcune braci fumanti, erano tutto quanto rimaneva del grande falò. Zia Giulia schiudeva l’uscio, con la paletta riempiva il braciere con quella grazia di Dio e, per quel giorno almeno, il riscaldamento del suo povero tugurio era assicurato.

                                                                       

Note

1)     Proprietari di asini, vaticali, uomini che si dedicavano al commercio della legna

2)     ciocco, parte bassa dell’albero

3)     radice dell’albero

4)     catasta di legna

5)     foglie secche usate come esca per il fuoco

6)     faville

7)     insieme di braci ancora vive, ardenti

 

                                              BUON  NATALE A LAICI E CREDENTI           



    Oggi, 21 dicembre, è il Natale laico, il giorno nel quale l'inclinazione dell'asse  terrestre sul piano dell'eclittica, nell'emisfero boreale tocca il minimo  e il sole, nel suo moto apparente, l'altezza minima sull'orizzonte. In quel preciso momento i raggi della nostra stessa sono perfettamente perpendicolari al Tropico del capricorno, un meridiano che taglia più o meno in due parti uguali l'America del sud 23 gradi e 26 ' a sud dell'equatore. Per questo motivo, a causa della sfericità della terra, per l'emisfero sud si tratta del giorno più lungo dell'anno, mentre per quello nord, dove abitiamo noi, è invece il più corto. Nelle terre vicino il polo nord la luce è completamente sparita, ma da domani il corso apparente del sole si invertirà e il dì comincerà ad allungarsi, dapprima lentamente, poi, dopo qualche giorno, più velocemente e il sole tornerà a illuminare le cime degli alberi più altri dei paesi nordici, ovvero la luce rinascerà. Quattro giorni dopo, il 25 dicembre, questa inversione di tendenza comincerà a essere meglio percepibile e, finalmente. avremo il Natale della luce che nei millenni diede origine alle tante metafore di decine di semidei nati tutti  da un dio e da una vergine il 25 dicembre; da Horus a Zoroastro, da Atiis a Krishna, a Miitra, a Cristo. In ogni caso, che la luce sia un fenomeno fisico, un fascio di fotoni che illumina la realtà sensibile o un qualcosa di spirituale, un figlio di Dio  che illumina l'anima e la coscienza, è sempre ben gradita e benvenuta. Buon Natale a laici e credenti. A proposito di  nascita di Cristo e della famosa cometa, questa sera potremo assistere, nuvole permettendo, a un fenomeno astronomico che non si ripeteva da dal 1200, cioè da oltre 800 anni, una straordinaria congiunzione tra Giove e Saturno, i due giganti del sistema solare che potremmo osservare  anche a occhio nudo e che, per la luminosità del "piccolo treno", ci appariranno come una cometa, fenomeno che secondo Giovanni Keplero diede origine alla leggenda della cometa di Betlemm. 

 

                                             A CACCURI (E AI CACCURESI LONTANI)
                                                                  di Peppino Marino 



Dedicata a chi per questo Natale no potrà tornare al suo paese. 

Sopra l'antica roccia
qual faro alle alte genti,
Caccuri, patria mia,
t'ergevi fieramente.

Or te ne stai, ahimè, 
 triste e negletta;
i tuoi figli son sparsi per il mondo
ma il cuore d'ogni vero caccurese
palpita forte e pensa al suo paese. 

                                                                VUCCA MIA ALLE FRASJOLE! 


  Ogni è stata una giornata molto interessante dedicata al taglio e al congelamento della zucca.  Ma se congeli una zucca che fai, la guardi senza prepararti un pranzetto con questa preziosa cuccurbitacea? Ed ecco il colpo di genio di mia moglie mentre io preparavo il risotto: " E se provassimo a farci le frasjole e utilizzare anche la buccia per farci delle cotolette?" La proposta mi ha convinto e così si è deciso per un secondo a base di cotolette e di frasjole di zucca. In altri posti le chiamano polpette, ma per noi sono frasjole, molto ricercate dai ghiottoni come dimostra la celebre imprecazione "Vucca mia alle frasjole", ovvero "Boccaccia mia statti zitta" che si usa per reprimere l'irrefrenabile impulso di prendere a male parole qualche mascalzone. Il risultato finale lo potete vedere nella parte destra della foto. Non ho mai capito perché si continuino a definire zucconi i somari: Ad averne di questi zucconi a Zifarelli, anche se 4 - 5 l'anno, tranne questo del covid, nel quale ci siamo dovuti accontentare di una sola, li facciamo sempre! 

 

                                         Sangue del mio sangue!
                                          
di Peppino Marino  

                                

   Zu Nicola, come tutti i vecchi contadini calabresi, era particolarmente affezionato al suo somaro. “Quannu m’è morta mogliama nun eppi dispiaceri, senza suspiri e lacrime la jivi a sutterrari. Mo chi m’è mortu ‘u ciucciu cianciu cu’ gran duluri,  Ciucciu bellu de ‘stu cori, commu te pozzu amà’” canta una delle più famose canzone della nostra terra che zu Nicola conosceva benissimo. L’asino per i nostri nonni era un mezzo di produzione e di sostentamento per tutta la famiglia, l’amico fidato, il compagno di vita; la malattia o, mai sia detto, la morte del “ciuccio” era considerata la più grave sciagura che potesse abbattersi sul contadino e sulla sua casa. Logico, quindi, che tra il padrone e il somaro si stabilisse un legame affettivo indissolubile, anche perché l’animale, il più intelligente tra gli animali domestici, più ancora del cane, a volte dello stesso padrone, nonostante qualche buontempone abbia deciso che “somaro” debba essere considerato, chissà perché, sinonimo di ignorante o babbeo, sapeva farsi amare davvero dal contadino calabrese. Tra l’animale e il proprietario si stabiliva, come dire?, una “corrispondenza d’amorosi sensi”, una intesa tale che, spesso, era davvero difficile stabilire chi fra i due era il più cocciuto.
   Quella volta zu Nicola aveva ceduto, con molta riluttanza e trepidazione, alle reiterate richieste di zu Pasquale, amico carissimo e compare di sangiovanni, che voleva  in prestito Frisichello per trasportare una una “sarma”di legna da Cerenzia a Caccuri. “Si vo’  ‘mprestata a muglierama  t’ ‘a  ‘mprestu, ma ‘u ciuccio no!”, aveva provato ad obiettare, ma poi, dopo un lungo tira e molla, col cuore in gola, aveva ceduto alle implorazioni di zu Pasquale ed aveva acconsentito a prestargli l’asino, non senza avergli fatto prima duemila e passa raccomandazioni. Le preoccupazioni di zu Nicola non erano del tutto infondate dal momento che zu Pasquale era conosciuto in paese per essere un uomo sciatto, l’unico che non sapesse caricare decentemente un asino. Mai una volta che fosse riuscito ad equilibrare la “sarma” per cui gli sventurati asini di cui era stato proprietario avevano sempre viaggiato con carichi obliqui, di sghimbescio che provocavano loro fastidiose piaghe alla schiena. L’incapacità del contadino era nota a tutti, logico che zu Nicola trepidasse per la sorte del povero Frisichello.  Quando il somarello si allontanò tirato per la cavezza da zu Pasquale, una lacrima solcò la guancia del povero vecchio, ma nessuno se ne accorse,  tranne un figlio di buona donna, Salvatore, che cominciò a metterlo in apprensione prospettandogli future sciagure per il povero animale affidato incautamente ad una bestia come zu Pasquale. Zu Nicola lo seguì con lo sguardo dal “Pizzo della villa”  fino a Canalaci, quando Frisichello, svoltata la curva, scomparve ai suoi occhi. Poi corse alla Timpa e da lì lo rivide nelle Monache, dopo aver scavalcato il torrente Matasse e, infine, un puntino appena percettibile, nei pressi del “ciaramedio” gli fece capire che l’asino era oramai nei pressi di Cerenzia.  Allora zu Nicola si pentì amaramente di aver ceduto alle insistenze del compare e cominciò a trepidare come non mai per le sorti dell’asino. Cominciò allora a calcolare il tempo necessario per raggiungere il bosco, per caricare il somaro e per tornare al ciaramedio, riproponendosi di aspettare, lì, alla Timpa, di veder ricomparire “l’amato compagno di vita”. Erano trascorsi una decina di minuti, forse anche meno, un tempo assolutamente insufficiente a caricare l’asino quando, alla curva di sant’Antonio, apparve un puntino nero che, dopo qualche secondo cominciò ad ingrandirsi sempre più. Dopo circa un minuto era possibile, ma solo ad un occhio di lince, discernere un asino che, al trotto, percorreva la strada polverosa. “ Frisichello, esclamò zu Nicola, Frisichello sta tornando da solo!” Finalmente!, ed è anche scarico.”  “Frisichello?, disse beffardamente Salvatore, ma no! Frisichello a quest’ora sarà mezzo carico di legna. Ci penserà zu Pasquale a scorticarlo a dovere, aggiunse con perfidia per far imbufalire il vecchio.” “Ma no, è Frisichello, disse ancora zu Nicola, non lo vedi?”. “Ma come è possibile affermare con tanta sicurezza che si tratta di Frisichello?, continuò quel buontempone, ancora è lontanissimo, è difficile riconoscerlo.”  “Ma vuoi che non riconosca il mio asino, il sangue del mio sangue”, sbottò zu Nicola mentre correva già verso la Parte incontro al suo amato somaro. In un baleno fu a Canalaci a riprendersi il ciuccio che, evidentemente a conoscenza della incapacità del suo “collega” zu Pasquale, e, temendo per la propria incolumità,  con uno strattone si era liberato del suo probabile aguzzino ed era prudentemente ritornato al trotto dall’ amato padrone.

 

                              ' A MERICA 
                            di Peppino Marino



     'A Merica,  era il sogno delle giovani generazioni nel tre decenni a cavallo tra il XIX e il XX secolo quando milioni di italiani, soprattutto meridionali, lasciarono la loro terra inseguendo il miraggio che, subito dopo l'unità d'Italia facevano balenare i nuovi governati per allentare un po' la spaventosa pressione sociale di popolazioni depredate e gettate  (o quantomeno mantenute) nella miseria più nera, come farà De Gasperi nel 1949, e per potere, con le generose rimesse degli emigrati accumulate giorno dopo giorno consumando la vita nei pozzi delle miniere del West Virginia o nelle piantagioni del Brasile, col sudore e col sangue di tanti uomini che lasciavano la famiglia, i figli, gli affetti più cari nel paese di origine, alimentare i consumi interni a tutto vantaggio della nascente industria del nord. 
   Un sogno che ho cercato di ricostruire nel mio romanzo "Viaggio per una vita migliore" e in questa canzone tratta dal mio musical " 'A fine e ru munnu", un sogno che, molto spesso si rivelava un tragico fallimento o, comunque, falso, tragico, doloroso. Buona lettura

Nu jornu ‘e ra fatiga cunsumatu       

a Bemmaria alla casa s’è ricotu.        

‘Ntra lu fullune mortu s’è jettatu

pensannu a cumu ch’ era disperatu.          

 
“Jettu lui sangu ‘u jornu ‘e stilla a stilla,         

pe’ ‘sta mugliere e pe’ ‘sta piccirilla,  

ma la famiglia è sempre disperata,    

io pezzentune e muglierama pettiscigata.

        

Pane e cipulla è lu manciare mio,

nu pomaroru, ohi chi grazia ‘e Dio!

Te rumpi ‘i costi, ma, chissà pecchiri,

‘nu rrosciu ‘e sordu mai chi tu lu viri.”

 

Cussì pensa Pasquale chilla vota

Ntru lettu mentre chi se gira e vota.

Paise brutto, ma va fa ncinefrica,

finiscia ca mo partu pe’ l’America.

 

Si, Cuncettina mia, mo minne vaju

A Nova Jorka oppure ‘ntra l’Ohaiu.

I dollari jazzanu e io, ‘ntermine ‘e nente,

diventu riccu, ‘un signu cchjiu pezzetente!

 

Due va’, due va’, già chiancia’ Cuncettina,

si va all’America pe’ nue è la ruvina.

Se sciolla la famiglia e, certamente,

finiscìa ca si sempre nu’ pezzente.

 

Sta piccirilla resta senza e tia,

e  senza maritu poi chi biri a mia!

Stamme a sentire, ca io mai è sbagliatu,

“Chi nascia’ tunnu ‘un po’ morire quatratu!”

 

Chi sta ricennu, un m’agurare ‘u male,

ca n’arrcchimu, sentalu a Pasquale.

Poi viri quantu sordi me guaragnu

Ca io re la fatiga nun me spagnu.

 

Pasquale è capitostu, ‘un se rimollari 

‘ntra capu sue ce sunnu sulu i dollari

‘e Cuncettina ‘un senta lu lamentu

N’capu a ‘nu mise è supra ‘u bastimentu.

 

A Nova Jorka jobba ‘un na trovatu

nè a Pizzuburgu, a Boston, a Cincinnatu

e doppo quattro o cinque settimane,

re lu pitittu vara cu ‘nu cane.

   

Senza fatiga, dollari, malatu

Gira sperdutu, poveru e scornatu.

Doppu nu mise va n’tra ‘na minera

A fatigare re matina a sera.

 

Guaragnari quattru sordi pe’ campare

Ma a Cuncettina nun ne po’ mannare,

pe’ chissu ‘un scrivari, ca senta lu scornu

ma supra ‘a frunte l’è natu già ‘nu cornu.

                                                      NEBBIA 
                                               di Peppino Marino



    
Buongiorno, amici lontani,
stamattina la nebbia avvolge davvero "il morto borgo",  ma stavolta la pioggia è finalmente caduta abbondante, come ci voleva e i meteorologi ci hanno finalmente azzeccato. Buona domenica a tutti voi.
 

La grigia nebbia

Avvolge il morto borgo

Ed una pioggerellina,

Fitta e fina,

Penetra nelle ossa

Assieme alla tristezza.

Non pioggia scrosciante,

Pioggia abbondante

Che disseta

E dà la vita

Che anch’essa ormai fugge

Questo paese triste e desolato.

                FILASTROCCA AI TEMPI DEL COVID

 

 

*

Tredici trottole trotterellavano
Trenta massaie al fiume lavavano.
Luca disegna sul foglio il suo sogno,
Marica studia la storia e s’impegna
Franco, imitando Pasquale, s’ingegna
Vanessa ascolta una nenia: che lagna!
In questo mondo è tutto un mugugno
Chi c’ha la tigna e chi c’ha la rogna 
E c’è chi deluso poi getta la spugna.
Perché la gente è davvero strana,
chi la vuol cruda e chi la vuol cotta
mentre c’è chi non ha una pagnotta
con cui sfamare la sua famiglia,
la moglie, la madre, il figlio e la figlia,
ma si rassegna senza sbraitare;
è disoccupato, non può lavorare;
senza lavoro non c’è da mangiare,
ma tanta gente continua a latrare
perché a Natale non potrà sciare
perché, per salvare qualche vecchietto,
questo governo vuol chiudere tutto.

Chi se ne frega della pandemia!

Riapriteci subito pista e sciovia!

Aridadeci le discoteche,

l’apericena, i party, le ciucche

il veglione di capodanno.

E  che si crepi nel resto dell’anno;

 

            FILASTROCCA DI DICEMBRE

 Filastrocca delle ombre
Eccoci, alfine, nel freddo dicembre,

il mese nel quale, senza ombra di danno,
cala il sipario per il vecchio anno,
mentre in paese si ammazza il maiale
perché a dicembre si è già a Natale,
il compleanno di Nostro Signore
che viene al mondo e non trova tepore,
perché oltre al gelo di un tempo inclemente,
spesso, c’è quello  che emana la gente
che, in preda al più becero egoismo,
ha messo al bando amore e altruismo
per cui non basta un babbo Natale
a bandire dal modo l’odio e il male.
Però il Natale ci rende più umani,
più solidali, altruisti e più buoni
talché arrivati  a Capodanno,
malediciamo il vecchio anno
e, come è d’uso per il trasformista,
al nuovo anno facciamo la festa,
salvo aspettare ancor San Silvestro,
per preparagli di nuovo il capestro.

                                                      

 

 

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