U sbarru ( ‘U scaru )

     ‘U sbarru (l’apertura ai cittadini di una proprietà privata), altrimenti detto ‘u scaru (la ricerca delle rimanenze)  era un antichissimo jus, un diritto consuetudinario di entrare in  un uliveto o in un’altra qualsiasi tenuta agricola per raccogliere la residua parte di prodotto sfuggita al proprietario dopo che questi aveva terminato il raccolto. Ovviamente la quantità di olive o grano che si riusciva a raccogliere era scarsissima, appena sufficiente a garantire una stentata sopravvivenza delle classi ultra popolari che vi si dedicavano. Tale diritto rimase in vigore fino a qualche decennio (primi anni ’60 del XX secolo)  fa quando l’arrivo di un relativo benessere anche per la gente più povera, ne provocò l’estinzione.
     Generalmente i proprietari consentivano l’accesso ai fondi senza creare alcun problema alla povera gente, ma non mancarono, nel corso dei secoli, tangheri e prepotenti che si opponevano all’esercizio di questo elementare diritto di sopravvivenza che  non arrecava alcun  nocumento alle tasche, ai granai o ai recipienti dei pingui signorotti.  Qui di sotto riportiamo un fatto accaduto nel XVIII secolo che vede come protagonista uno di questi signori.  

                                              Controversia tra Filippo De Miglio e l’Abbazia di Calabro Maria di Altilia

   Siamo nel mese di aprile del 1724. Filippo De Miglio di Caccuri subisce un processo perché impediva di sbarrare le mense di Gabella,  fra l’altro di proprietà dell’Abbazia di Calabro Maria di Altilia, sino alla fiera di San Marco. Non solo non voleva che vi accedesse la povera gente, ma, sorprese alcune giumente che appartenevano agli stessi abati e che pascolavano tranquillamente  sui terreni e le cacciò per due volte. Le giumente, però, che, evidentemente si rendevano conto di pascolare nelle proprietà dei loro padroni,  vi tornarono, ancora una volta, insieme agli altri animali. Venuto a conoscenza del fatto l’abate priore, padre Cristoforo Fittipaldi, convocò il De Miglio nel monastero per chiedergli conto del suo comportamento e del perché scacciasse le bestie  dalle terre  del monastero. Il signorotto, preoccupato delle conseguenze, promise che non avrebbe mai più dato fastidio  agli animali per cui la vertenza si chiuse bonariamente.

 Evidentemente il de Miglio era proprietario o gestiva alcuni fondi al confine con quelli dell’Abbazia e riteneva di poter estendere il suo controllo anche sui terreni vicini o non si rese conto che il terreno dal quale aveva scacciato gli animali non rientrava nei confini delle sue proprietà.

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2    http://s5.histats.com/stats/r.php?371533&100&55&urlr=&www.webalice.it/giuseppe.marino50/Caccuri/Sbarru.htm

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