Santa Maria delle Grazie
   Storia di una chiesa sfortunata
 di Giuseppe Marino



Cari visitatori,
in questa pagina troverete molte notizie relative alle vicende storiche della chiesa di Santa Maria delle Grazie, monumento di proprietà del Comune di Caccuri, almeno per la parte che riguarda la costruzione e i numerosi interventi di ricostruzione e di manutenzione straordinaria.
Dietro queste paginette c’è un lungo lavoro di ricerca delle fonti e di trascrizione di antichi documenti che ha richiesto un bel po’ tempo e uno sforzo visivo non indifferente. Fare ricerca costa, comporta lunghi viaggi, dispendio di energie e di danaro, ma mi gratifica, ogni volta, la soddisfazione di far luce in qualche angolo buio del nostro passato per riannodare, attraverso la ricostruzione di vari frammenti,  le fila di una storia lunga sedici secoli. Non lo faccio per interessi, meno che mai economici, come non ho fatto mai in vita mia, accontentandomi dello stipendio prima e della pensione poi e, come le cicale che regalano gratuitamente a tutti il loro canto, regalo anch’io questo mio lavoro, che affido alle pagine del mio sito
www.isolamena.com, a chiunque voglia utilizzarlo per tesi, ricerche, post o quant’altro. L’unica cosa che chiedo a coloro i quali lo riprenderanno in parte o in toto, com’è già successo in passato per altri miei scritti, è di citare la fonte, sia per rispetto al mio lavoro, sia per dar più credibilità ai loro scritti, sia per non incorrere in errori marchiani com’è capitato a qualcuno  che ha scambiato poesie e canzoni mie per opere della tradizione popolare caccurese, anche se averli involontariamente indotti in errore mi ha piacevolmente sorpreso perché significa che i miei scritti coglievano in pieno l’essenza della nostra cultura popolare.
Grazie e buona lettura.
               Peppino Marino

 

  La chiesa matrice di Santa Maria delle Grazie di Caccuri è il monumento più colpito da calamità naturali nella storia del paese e di conseguenza anche il più rimaneggiato.
  La storia inizia nel XV secolo, epoca nella quale la chiesa venne eretta su di una piccola altura al centro del paese,  a ridosso della stradina che portava alla rocca del castello.


La Chiesa di S. Maria delle Grazie

E’ il secolo nel quale Caccuri è abitata da famiglie illustri come i De Gaeta, i De Luca, i Simonetta che faranno poi fortuna alla corte degli Sforza fino a diventare una delle famiglie più illustri d’Italia e d’Europa, i Carnuto che daranno alla chiesa un vescovo, i Mignaccio. Fu in quel periodo che si sviluppò e si organizzò l’antico centro storico a ridosso di un castro del periodo bizantino. Prima di allora la popolazione viveva in villaggi sparsi per la campagna e nelle grotte scavate nell’arenaria e all’ombra del castro. 


Insediamenti rupestri in località Cucco

  L’epoca di costruzione del tempio la si desume, più che da fonti archivistiche o bibliografiche scarsissime, se non inesistenti, dai resti di monofore alla base del campanile tipiche di quel periodo.  Il terreno argilloso sul quale viene eretta la chiesa col suo bel campanile non favorisce la stabilità dell’opera che, come vedremo, ebbe numerosi problemi. Non passarono infatti due secoli e il monumento subì danni gravissimi dal catastrofico terremoto del 1638, ma, a completare l’opera arrivò quello del 1659 che lo ridusse praticamente a un cumulo di macerie. La chiesa, come quelle di altri paesi della zona a quel punto era inutilizzabile per il culto delle anime e il vescovo Geronimo Barzellino decise di farla ricostruire sostenendo egli stesso una buona parte delle spese necessarie. Iniziati i lavori, la ricostruzione risultò abbastanza celere per quei tempi, anche rispetto ad altre chiese come quella di Verzino e nel 1679, sebbene ancora non completata, fu riaperta al culto. Nel 1681 i lavori furono poi completamente ultimati.[1] La chiesa, tornò così luogo di raccolta e di preghiera per i fedeli, ma non era trascorso ancora un secolo che una nuova, terribile calamità si abbatté sul tempio.
          Il 1° luglio del 1769 un furioso incendio, innescato probabilmente da una candela accesa sull’altare maggiore, la ridusse in cenere. Grande fu la costernazione della popolazione e del clero caccurese che, tuttavia, si rimboccarono presto le maniche e in pochi anni la chiesa fu ricostruita per la seconda volta più o meno come la vediamo adesso, in più arricchita dagli scanni corali ai lati dell’altare maggiore e dal pergamo fabbricato nel 1795 del maestro caccurese Battista Trocino, rampollo di una famiglia di intagliatori caccuresi assai conosciuti nella provincia per aver realizzato diversi lavori del genere in altri chiese dei paesi vicini.  Anche questa volta, a meno di un secolo di distanza, la Matrice fu seriamente danneggiata dal terremoto dell’8 marzo del 1832 che produsse danni consistenti alla navata di sinistra e al muro esterno dallo stesso lato.
    I danni vennero minuziosamente descritti dall’ingegnere alunno Vincenzo Sassone, incaricato del sopralluogo in paese,  nella relazione inviata a Federico Bausan, del Corpo degli ingegneri di acque e strade incaricato dal re Ferdinando II della ricostruzione dei paesi del Crotonese devastati dal sisma.
 
  “Il muro laterale di detta chiesa, scrive l’ingegnere Sassone, poggia su un terrazzino; dietro le replicate scosse di tremuoto quest’ultimo si è ribassato perché sostenuto da un debole muro, in conseguenza il detto muro laterale è uscito fuori di piombo cagionando grave danno alla volta della nominata  chiesa, essendosi di già divisa in tre sezioni longitudinali.[2] Il debole muro di cui parla l’ingegnere Sassone è quello a ridosso  della canonica, ricostruito in quell’occasione e poi ancora dopo il terremoto del 1908, mentre la volta che si è divisa in tre sezioni longitudinali è quella della navata sinistra col Santissimo, il fonte battesimale e le nicchie di San Giuseppe e dell’Immacolata, lesionata in seguito al cedimento verso l’esterno del muro perimetrale della stessa chiesa. Ancora una volta le autorità locali si adoperarono per riparare celermente, grazie ai ducati  elargiti dal re e dal governo borbonico, i danni subiti dalla chiesa di proprietà (di patronato), come vedremo in seguito, del Comune di Caccuri. Determinante fu anche il contributo dell’arciprete Antonio Gabriele nella sua qualità di componente della Commissione locale per il “restauro dei danni del tremuoto che incontriamo anche nelle aule di un tribunale come teste in un processo intentato a Giuseppe Meluso, brigante sangiovannese, poi guida dei fratelli Bandiera nella loro spedizione che voleva sovvertire il Regno, accusato di aggressione e violazione di domicilio ai danni di un caccurese.”[3]


   
Muro esterno lato sud ricostruito dopo il terremoto del 1832


   Sistemata la navata sinistra ci si sarebbe aspettati un po’ di pace per il tormentato luogo di culto caccurese, invece, a distanza di appena 20 anni dall’ultimo restauro, la sorte si accanisce di nuovo sulla chiesa quasi si trattasse di una incallita peccatrice alla quale fare espiare i misfatti.
   Giovedì 20 luglio del 1854 è una giornata calda  e serena, ma nel primo pomeriggio il cielo si rannuvola improvvisamente e scoppia uno dei soliti temporali estivi. Uno dei tanti fulmini che saettano nel cielo caccurese colpisce il campanile della matrice con effetti devastanti. Crolla gran parte dello stesso campanile e il muro perimetrale della navata di destra subisce una lesione che fa crollare l’altare di san Francesco d’ Assisi. Crollano anche alcuni cornicioni interni, mentre le vetrate scoppiano per lo spostamento d’aria. Una bomba ad alto potenziale non avrebbe potuto fare di peggio; mai visto un fulmine così terrificante.

Campanile demolito dal fulmine nel 1854

   Le autorità caccuresi si attivano con una solerzia incredibile, molto superiore a quella mostrata in occasione del disastroso terremoto del 1832. Immediatamente viene contattato il Sottointendente di Cotrone (Crotone) [4] al quale viene prospettata la situazione.  Il funzionario ordina di fare redigere una perizia dei danni da far approvare alla Deputazione delle opere pubbliche del comune e di individuare i capitoli del bilancio comunale ai quali attingere per finanziare l’opera vincolandone i fondi.

Interno della chiesa (navata centrale)

   La perizia, redatta dal “mastro muratore e pubblico perito” Vincenzo Cosenza prevede una spesa complessiva di ducati 69.08, ma sottoposta dall’Intendente all’architetto Ciro Candela, viene da questi giudicata irregolare per cui viene revisionata secondo le indicazioni del tecnico verificatore. La nuova perizia viene approvata l’ 8 gennaio del 1855 e i lavori possono avere inizio. Tutto sommato, nonostante alcuni problemi di natura burocratica relativi all’individuazione dei capitoli dai quali stornare i fondi da utilizzare, le riparazioni vengono eseguite abbastanza celermente. La somma necessaria viene messa insieme attingendo ai capitoli relativi al mantenimento di strade, a quello delle feste civili e a quello delle spese per la leva.
   Come per la realizzazioni di tutte le  opere pubbliche che si rispettano, anche per la riparazione della chiesa di Caccuri nascono sospetti di malversazioni, imbrogli, ruberie denunciate dal secondo eletto Luigi Oliverio che scrive all’Intendente:
Signore,

feci conoscere all’Intendente che questo Sindaco aveva mandato gli statini coi verbali di consegna per la fatica fatta in questa chiesa comunale senza la mia firma che non volli prestare mentre s’agiva per certo scienza che non gli erano erogati i docati quanto quali sono romasti (sic) in potere del Sindaco medesimo figurando averli erogati moltiplicando giornate, sopra i mattoni, figurando di avere comprato calce, gesso ed altro più del (quatrato?).
Quanto segnalato potrebbe parimenti sapere dai Deputati i quali per essere fiduciosi in questo incontro col Sindaco prestarono la firma ai statini ed ora se sarebbe possibile richiamerebbero le loro firme avendo conosciuto ulteriormente essere la somma autorizzata spesa in meno di docati quaranta come sopra.[5]
   Effettivamente dal “notamento dei travagliatori”, il rendiconto delle spese compilato dopo il completamento dei lavori, emergono alcune anomalie. In particolare si rileva che una parte dei 133 tomoli di calce acquistati non sono stati utilizzati per la chiesa, ma per “gli accomodamenti del ponte” (probabilmente il piccolo ponte delle Monache che si trova sotto quello più grande costruito alla fine del XIX secolo) e che al muratore e perito Vincenzo Cosenza risultano pagate 90 giornate, mentre in realtà ne ha fatto solo 40. L’intendente dispone perciò l’invio di un “verificatore” (ispettore) che accerta i fatti. E qui emerge una storia tutta italiana (anche se l’Unità d’Italia arrivò solo qualche anno dopo), un misto tra il meschino e il ridicolo. Dov’era l’inghippo? Il sindaco del tempo, Giovanni Oliverio, non si fece sfuggire l’occasione di guadagnare qualcosa anche lui ( teneva anche lui famiglia) per cui si auto assunse al lavoro effettuando una quarantina di giornate. Ovviamente da “persona specchiata”, non voleva apparire come quello che approfittava della situazione per cui il suo salario fu virtualmente caricato a capo del mastro Cosenza.  Sorpreso con “le mani nella marmellata” il nostro antico sindaco si giustifica così con l’Intendente:
Eccellenza, tutto ciò è vero, ma il supplicante fu anch’egli un ovriere che impiegò la sua opera nel riatto della Chiesa madre e siccome la commissione edilizia allora opinò  di non potere egli figurare nei settimanili ché investito della carica di sindaco egli si stimò coprire sotto il nome di altri le sue giornate del che la di lei Autorità potrà con informo accertare come anche dell’esattezza e dovuta diligenza usata in tale   (illeggibile); qui la supplica che d’equità venghi approvata la residua somma di D. 32 essendo egli un ovriere che vive alla giornata col travaglio delle proprie braccia.[6] Ovviamente quando si parla di sindaci dell’Ottocento non bisogna confonderli di quelli di oggi per i quali la lauta indennità di carica è spesso il solo motivo che li spinge a candidarsi e a “sacrificarsi” per la collettività. A quel tempo, infatti, non si candidavano, ma venivano nominati direttamente dall’intendente e duravano in carica circa due anni senza percepire alcuna indennità.
   Completati questi lavori si pose subito il problema di un secondo intervento urgente per porre fine ad altri inconvenienti. Il tetto e il pavimento del tempio erano in pessimo stato e il muro di sostegno esterno sotto il sagrato, pericolante. Anche questa volta il Comune fece approntare una seconda perizia dei lavori dal perito Vincenzo Aggazio che prevedeva la spesa complessiva di 60,60 ducati. Si trattava di sistemare il pavimento lungo 50 palmi e largo 42 (rispettivamente 14 e 11 metri ca.), la copertura e il muro esterno lungo 124 palmi (33 metri), largo 1 palmo e 2/4 (70 cm.) e alto 2 palmi (53 cm.). La perizia,  sottoposta all’esame dei due deputati delle opere pubbliche comunali, il cav. Luigi Ambrosio e il cav. Vincenzo Abbruzzini venne ritenuta regolare, così come regolare la ritennero  anche i Decurioni (assessori) Domenico Ambrosio, Giovanni Lacaria, Vincenzo Madia, Sebastiano Madia e il sindaco, il falegname e scultore, Filippo Procopio. Non la pensò così, però, l’architetto Luciano Corea che ritenne eccessiva la quantità di gesso e di malta prevista per cui ridusse la spesa complessiva a 56,06 ducati. A questo punto il Consiglio d’Intendenza (Consiglio provinciale del tempo) si pose il problema della proprietà del bene, dal momento che spetta al proprietario cacciare fuori i danari per “gli accomodamenti” per cui l’Intendente chiese al Sottointendente di Cotrone di accertare se la chiesa fosse di “collazione o di patronato ecclesiastico, se con clero capitolo o collegiata con cura di anime, il numero di esse e la rendita annessavi” e, infine, se sia “di patronato del comune, mentre in quest’ultimo caso la spesa deve gravare a peso del comune istesso.”  Dagli accertamenti risultò che la chiesa era di patronato del Comune, come confermò anche il vescovo di Cariati Nicola Golia,  per cui a questo punto il Consiglio d’Intendenza approvò la perizia e il progetto.


Muro ricostruito nel 1856 su perizia di Vincenzo Aggazio


    Ora non c’erano più ostacoli e i lavori poterono avere inizio. Per completezza di informazione va detto che la spesa occorrente venne prelevata dagli articoli (attuali capitoli) del bilancio comunale relativi al riattamento e manutenzione chiesa per 20 ducati,  per spese medico chirurgiche per ben 19,10 ducati  (quasi un terzo dell’intera spesa sottratto alla sanità pubblica) e da quello sulle opere pubbliche per 15,20 ducati.[73]
   Altri interventi di manutenzione straordinaria sulla sfortunata chiesa furono realizzati nel 1908 a causa dei danni prodotti al muro di sostegno esterno, dalla parte destra, dal terremoto che distrusse Reggio e Messina (almeno questa la giustificazione ufficiale) e per l’apertura della porta della sagrestia che dà su via Chiesa con la conseguente realizzazione dell’anti estetica scaletta in pietra e negli anni ‘90 del XX secolo le cui tracce sono, purtroppo, ancora visibilissime.

[1] A. Pesavento, in Archivio storico Crotone,   La Chiesa matrice di Caccuri dedicata a Santa Maria delle Grazie, http://www.archiviostoricocrotone.it/chiese-e-castelli/la-chiesa-matrice-di-caccuri-dedicata-a-santa-maria-delle-grazie/
[2] G. Marino. Il terremoto del 1832 nel Marchesato di Crotonese. I danni e la ricostruzione di Caccuri, E. Progetto 2000, Cosenza 2102, pag. 39
[3] G. Marino, Cronache di poveri briganti, Pubblisfera, San Giovanni in Fiore 20003, pag g. 33 - 36
[4] Dal XVI secolo fino al 1928 la città fu chiamata Cotrone, nome che si conserva anche nel dialetto “Cutroni “
[5] AS CZ,  Intendenza della Calabria Ulteriore 2^, Esiti comunali,  Busta 120, Fasc.4972, Lettera del 27 settembre 1856
[6] As CZ, ibidem,    Lettera del 24 dicembre 1856
[
7] AS CZ, ibidem,  Delibera del Decurionato di Caccuri n. 23 del 18 agosto 1858