Pillole di Storia Caccurese
 

   L'Isola Amena inaugura oggi una nuova rubrica dedicata a pillole di storia e curiosità caccuresi. sperando di far cosa gradita agli amici visitatori. Grazie per l'attenzione.

 

                                          GIUSEPPE LACARIA, ANTIFASCISTA CACCURESE

Esattamente 112 anni fa, il 13 febbraio del 1906 nasceva Giuseppe Lacaria, giovane intellettuale antifascista caccurese perseguitato dai gerarchi locali  e costretto a rifugiarsi in Belgio. In questa pagina trovate una breve biografia dello sfortunato giovane

 Giuseppe Lacaria, giovane antifascista morì in esilio a Liegi all’età di 30 anni, nel 1936. Il Lacaria fu, forse, l’unico vero perseguitato politico caccurese nel ventennio o, perlomeno, l’unico nei confronti del quale i gerarchi locali ebbero la mano davvero pesante. Ciò non perché i Caccuresi in camicia nera fossero meno determinati o fanatici di quelli che popolavano le altre contrade del Paese, ma perché l’attività degli altri oppositori, non acculturati e determinati al pari del giovane comunista, non preoccupava più di tanto i custodi della trista ideologia che, in genere, obbligavano al silenzio questi loro più “innocui” avversari con la classica purga. 
     Nato a Caccuri il 13 febbraio del 1906, Giuseppe, si era accostato al marxismo insieme ad un altro giovane caccurese, quell’Alfonso Chiodo destinato a divenire il primo sindaco del dopoguerra. A far nascere nei due ragazzi il gusto e la voglia di fare politica aveva contribuito moltissimo il reverendo don Giuseppe Pitaro, un battagliero sacerdote dirigente della Sezione dell’Associazione Nazionale Combattenti che nel 1919 aveva guidato le lotte dei contadini combattenti per la conquista delle terre assegnate ai reduci in applicazione dei Decreti Visocchi. Don Pitaro, esponente di spicco del Partito Popolare di don Sturzo, ne avrebbe voluto fare due dirigenti del suo partito, ma Giuseppe ed Alfonso, pur rimanendo sempre legati affettuosamente al prete combattente, si liberarono ben presto della tutela politica del religioso caccurese e finirono per iscriversi all’allora clandestino P.C.d’I. 
   Dotato di intelligenza vivissima, Giuseppe, sin da piccolo, mostrò un grande interesse per lo studio ed una accentuata curiosità che lo spingeva a ricercare, sperimentare, capire l’essenza delle cose e della realtà che lo circondava. Proprio questa curiosità gli provocò un grave incidente che ebbe come conseguenza una mutilazione permanente alla mano destra per lo scoppio di una “bomba” all’acetilene che stava confezionando per gioco da ragazzino. L’esplosione gli portò via tre dita, ma ciò non gli impedì, in seguito, di impugnare la penna e scrivere lettere e biglietti agli amici ed ai compagni zeppi di riferimenti critici più o meno velati alla sciagurata politica del regime. Nelle discussioni con gli amici, ma anche per strada, con una spavalderia ed un coraggio frutto del giovanile ardore, non esitava a criticare la politica di regime. Ma, come ebbe a raccontare più volte il suo fraterno amico Alfonso Chiodo, il torto maggiore fu quello di aver cercato di organizzare, anche a Caccuri, una cellula comunista clandestina. Tutto ciò non poteva essere tollerato da podestà, segretario del fascio e militi agli occhi dei quali il Lacaria aveva anche il grave torto di voler studiare e laurearsi al pari dei loro figli, lui, umile rampollo di una famiglia di contadini. 
I suoi avversari presero perciò a perseguitarlo con purghe, minacce e denunce alle autorità di regime. Sentendo sempre più il fiato dei nemici sul collo e paventando l’arresto ed il confino, il giovane studente che si era, nel frattempo ammalato, riparò precipitosamente in Belgio. A Liegi si iscrisse alla facoltà di ingegneria nella speranza di completare gli studi interrotti in Italia. Ma il suo destino era ormai segnato: aggravatesi le condizioni di salute, anche per gli stenti che dovette sopportare per procurarsi da vivere in una terra lontana ed in un clima non certo ottimale per la sua salute, si spense il 25 aprile del 1936 senza aver più rimesso piede nel paese natio. Esattamente 9 anni dopo, nell’anniversario della sua morte, il regime che lo aveva perseguitato sarebbe stato spazzato via dall’insurrezione popolare.
                                                       
Testo di Giuseppe Marino

 

 

 

                                     La cattura di Maria Oliverio, alias Ciccilla

      Esattamente 155 anni fa, il 10 febbraio del 1863 , il bosco di Casalinuovo, in agro di Caccuri, sul versante sud di Serra del bosco, a poche centinaia di metri da Santa Rania, fu teatro di un sanguinoso scontro armato tra i resti della banda del brigante Pietro Monaco  e i bersaglieri del neonato Regno d'Italia al termine del quale fu catturata Maria Oliverio detta Ciccilla, moglie del Monaco, una delle più feroci brigantesse. Eccovi una mia breve ricostruzione dei fatti. 

Quando il 24 dicembre del 1863, dopo aver consumato "il cenone di Natale"  Monaco fu ucciso dal suo braccio destro Salvatore De Marco, alias Marchetta, con la complicità di Vincenzo Marrazzo e di Salvatore Celestino, alias Jurillu in una baracca nella valle di Jumiciello, un fiumiciattolo che  attraversa il territorio di   Pedace, Ciccilla, ferita nell’occasione al braccio, riuscì a scappare e si unì ad Antonio Monaco, cugino del defunto marito col quale raggiunse il territorio di Caccuri. Qui Il gruppo si  aggregò ai briganti Pasquale Gagliardi e Ludovico Russo detto Portella e si rifugiò in due piccole grotte in località Serra del Bosco sul versante verso Cotronei,  a ridosso del fiume Neto. 
   Dopo alcune settimane di permanenza in quegli angusti pertugi,  furono traditi dal brigante Giuseppe Iaquinta che informò della presenza dei fuorilegge il comandante del 37° Reggimento Fanteria della Brigata Abbruzzi di stanza a Petilia Policastro. 
   Il capitano Baglioni decise allora di organizzare una spedizione per la cattura dei briganti e il 7 febbraio con i suoi uomini mosse da Cotronei verso il bosco di Forestella. Per le piogge abbondanti non fu possibile guadare il Neto per cui i soldati dovettero rientrare a Cotronei, ma il  9 mattina, con molti uomini, alcuni dei quali in borghese e vestiti alla calabrese, guadò il fiume, risalì la collina e circondò le due grotte.  L’operazione fu portata a termine da due squadre: una di 29 uomini al comando del sottotenente Ferraris che si portò a monte delle grotte, l’altra, al comando del capitano che si presentò davanti il rifugio dei fuorilegge.  Appena i briganti si videro circondati aprirono un intenso fuoco con i fucili a due canne e i revolver di cui disponevano, standosene a riparo nelle due grotte. Lo scontro fu molto violento. Uno dei primi a cadere fu il brigante Antonio Monaco che ebbe la testa trapassata da una palla, poi fu la volta di Pasquale Gagliardi che, seppure  ferito ad una coscia, continuò a sparare a lungo. Intanto l’altro brigante, Ludovico Russo che si trovava nella grotta a sinistra rispetto agli assedianti, faceva fuoco come poteva con un revolver, non avendo altre armi all’interno del suo rifugio. Pare che sia stato proprio il Russo ad uccidere il guarda boschi di Barracco  Michele Corvino che conosceva da moltissimi anni il Russo, mentre cercava inutilmente di convincerlo ad arrendersi ai soldati.     
     Nell’azione persero la vita anche i bersaglieri Giovanni Spagnolini di Fara Novarese e Francesco Agnolini di Cittaducale. Solo il giorno successivo, dopo una notte di assedio, Ciccilla e il Gagliardi, gravemente ferito,  vista l’inutilità della loro resistenza, si arresero. Il Gagliardi morirà di lì a poco, probabilmente dissanguato, data la gravità della ferita, mentre il cadavere di Antonio Monaco fu decapitato e la testa portata a Cotronei per essere mostrata al giudice.
   Ciccilla, ancora sofferente per la ferita che le era stata inferta dagli uccisori del marito,   fu condotta a Cotronei e, subito dopo, a Catanzaro dove fu processata e condannata a morte, unica brigantessa italiana condannata alla pena capitale. In seguito ottenne la grazia dal re Vittorio Emanuele II che commutò la condanna a morte in ergastolo e fu rinchiusa nella fortezza di Finestrelle (TO), un lager  a circa duemila metri di altitudine tristemente famoso come luogo di pena di tanti  combattenti ed ex soldati borbonici colpevoli solo di essere rimasti fedeli al loro re,  dove pare sia morta una quindicina di anni dopo. 
   Secondo alcuni a catturare la brigantessa fu un reparto  del 58° Reggimento fanteria comandato dal capitano Dorna, ma  la notizia non regge ad una verifica delle fonti ufficiali per cui è da ritenersi infondata. In realtà, il capitano Dorna fu uno degli uomini, assieme al citato Fumel,  che più si diede da fare per neutralizzare il marito, Pietro Monaco, ma non certamente protagonista nella cattura della focosa moglie.
Chi volesse saperne di più può dare un'occhiata a questo link http://www.isolamena.com/LAVORO/STORIA/Storia/ciccilla.htm

 

                                                      Antonio Rizzo, un eroe caccurese

 

Antonio Rizzo, generale di divisione, classe 1885, poliglotta, commendatore, pluridecorato ( ben 27 decorazioni fra le quali due medaglie d’argent una strada, una lapide una qualsiasi citazione a ricordarci la figura e le gesta di questo insigne nostro concittadino.

Nacque a Caccuri  il 6 agosto del 1885, in una casa di via  Portapiccola, da Antonietta Cistaro, maestra elementare e da Salvatore Rizzo, originario di Crotone.  Abitò, da giovane, nella casa paterna di via Salita Castello, ai piedi del campanile della chiesa di Santa Maria delle Grazie e dalla madre imparò a leggere e a scrivere e  ad amare lo studio.  A 20 anni si iscrisse alla Scuola Militare. Frequentò poi l’Università di Napoli dove si laureò brillantemente  in lingue orientali.

Nel 1911 partecipò alla Guerra di Libia. Nel 1918 lo troviamo nelle trincee delle Frasche, sul Carso e su Piave. Il 30 ottobre del 1917, Rizzo, con i suoi soldati, oppose una tenace resistenza al nemico a Codroipo per consentire al resto dell’esercito di oltrepassare i ponti del Tagliamento e salvarsi dalla prigionia.  Sopraffatti da forze preponderanti, Rizzo e i suoi furono catturati, ma l’allora maggiore caccurese , sebbene ferito a un piede, riuscì a fuggire raggiungendo, attraverso la campagna, il fiume che attraversò a nuoto mettendosi in salvo. Poco dopo, al comando  di un battaglione del 152° Reggimento di fanteria (Brigata Sassari), fu protagonista, in Francia, di un’azione epica che gli valse una “Citation a l’Ordre de l’Armée” conferitagli dal generale francese Maistre alla presenza del re Vittorio Emanuele III° che, per l’occasione, gli appuntò sul petto anche la medaglia d’argento. Al comando della sua armata, infatti, benché ferito, sfondò e oltrepassò le linee nemiche, conquistò diverse postazioni avanzate e, incurante del dolore provocatogli dalle ferite, condusse le truppe sulle posizioni conquistate.

Partecipò poi alla Guerra d’Africa, dove catturò l’ultimo Ras ribelle, Ras Destà. Ottenute altre decorazioni, fu nominato Governatore dello Stato del Gimma. Nel corso di altre spedizioni militari fu più volte ferito e, nelle Indie, fu preso prigioniero dagli Inglesi che gli resero l’onore delle Armi.

Nel 1943 , ammalatosi, fu sbarcato a Bari e acclamato da eroe, un onore riservato a ben pochi Italiani. Si ritirò quindi a Trieste, città che aveva scelto come sua residenza e nella quale aveva, in passato, comandato la Brigata Sassari. Qui morì improvvisamente il 2 febbraio del 1951. Per l’estremo saluto al soldato di tante battaglie, giunsero, nella città friulana,  in piazza Garibaldi, dove si tennero i discorsi ufficiali, rappresentanti delle alte gerarchie militari e delle associazioni combattentistiche nazionali.  L’estremo saluto gli fu porto dal tenente colonnello  Mariano Salvo.
   A chi volesse approfondire la storia esaltante  di questo grande personaggio caccurese consiglio il I° Quaderno  dell'UPMED  "9 personaggi di paesi e città di Calabria". 

 



Strada di collegamento Caccuri - Santa Rania

   


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   Uno dei problemi più urgenti da risolvere agli inizi del secolo scorso era quello di un accettabile collegamento tra Caccuri e la sua frazione, Santa Rania. Lo stato di precarietà dei collegamenti creava notevoli difficoltà soprattutto quando, in seguito al decesso di qualche abitante della frazione, se ne doveva traslare la salma nel cimitero del capoluogo.
    Il 13 novembre del 1913, con la delibera consiliare n. 57, il comune chiedeva al governo la realizzazione della strada che avrebbe dovuto collegare i due centri abitati. Copia dell'atto deliberativo fu inviata al Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, al sottosegretario calabrese Nicola Lombardi e ai deputati Luigi Fera e Gaspare Colosimo. Anche quest'opera, nonostante le proteste e gli appelli pressanti al governo, non venne realizzata se non molto tempo dopo, nel periodo che va dal 1954 al 1956 con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno. Nello stesso periodo, e sempre coni fondi Casmez, fu completato il campanile del convento iniziato nel 1515 e mai completato perché i frati domenicani non riuscirono mai a trovare i fondi necessari. 

 

                                                    Omaggio ai personaggi caccuresi  
                                                       Mons. Raffaele De Franco
                                                      Arcivescovo di  Catanzaro

    Uno dei quattro vescovi caccuresi (tre dei quali arcivescovi), mons. Raffaele De Franco, nacque a Caccuri il 30 maggio del 1803, da Antonio e Agata Florio, nel palazzo paterno di  via Buonasera (nella foto), a pochi metri dalla chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie. Dopo gli studi in seminario a Catanzaro  fu ordinato sacerdote nel 1825. Nel 1819 era stato designato quale canonico della collegiata di Caccuri e nel 1827 divenne vicario generale di mons. Giosuè Saggese, arcivescovo di Chieti. 
    Il 21 gennaio del 1852 fu nominato arcivescovo di Catanzaro, diocesi che governò per ben 31 anni lasciandovi la sua impronta indelebile.  Nel 1869 partecipò al Concilio Ecumenico a Roma e fu nominato componente della Commissione dei Canonisti nella quale ebbe modo di farsi apprezzare per la vasta e profonda conoscenza del diritto canonico. 
   Mons. De Franco fu un vescovo legittimista che, per quanto possibile, cercò di sostenere la causa duosiciliana contro la brutale aggressione piemontese. Si adoperò discretamente anche per invitare i possidenti a votare No al plebiscito per l'annessione provocando l'intervento  dell'Intendente Stefano Berni che lo diffidò con una lettera a metà tra la minaccia e la blandizia. 
   Durante il suo mandato pastorale nella diocesi di Catanzaro fece ricostruire interamente il Palazzo vescovile e fece ingrandire il Seminario che egli stesso aveva frequentato in gioventù. Fondò anche l’Istituto dei sordomuti e fece frequentare, a sue spese, a Napoli, un corso di istruzione per l’insegnamento a questa categoria di portatori di handicap, al sacerdote Luigi Spadola. Nell’ottobre del 1880 tenne un sinodo diocesano, dopo circa un secolo dall’ultimo che era stato proclamato dal vescovo Gori. Fece inoltre erigere il campanile del Duomo di Catanzaro, sotto la direzione dell’architetto Michele Manfredi facendovi collocare cinque campane.
   Si spense a Catanzaro il 23 agosto del 1883 e fu sepolto nel cimitero della stessa città. 
   

 

                                                        Omaggio ai personaggi caccuresi  
                                                              Cicco il grande
                                                      
      



    Cicco Simonetta,  umanista, letterato, giureconsulto e politico tra i  più potenti del XV nacque a Caccuri in questa casa di via Misericordia nel 1410 e, dopo aver praticamente fondato assieme a Francesco Sforza  il Ducato di Milano, fu decapitato per ordine del più sciagurato dei figli del duca, il famigerato Ludovico il Moro che finì anch'egli per fare una brutta fine. Purtroppo la casa non si trova in queste condizioni, ma a noi piace sognarla così. 



                          Il trasporto dei defunti poveri     

   Il il 2 febbraio del 1909 il Comune di Caccuri  deliberò di retribuire con 1 lira ciascuno dei portatori, scelti di volta in volta dall’assessore anziano per il trasporto delle salme dei poveri al cimitero di Manca del Rosario. Trasportare una salma dal paese (all'epoca esisteva soltanto il centro storico) al cimitero distante più di un chilometro non era un lavoro da poco e quando moriva un povero era davvero un problema trovare gente disposta a sobbarcarsi questo compito gratuitamente o per rispetto del poveraccio per cui l'amministrazione del tempo e il sindaco Ercole Lucente ricorsero a questo espediente.  Più problematico il trasporto delle salme da Santa Rania, distante quasi 7 chilometri, al capoluogo. A quel tempo non era stata ancora costruita la strada di collegamento che vedrà la luce solo nei primissimi anni '50 per cui i feretri venivano trasportati a dorso di mulo.
  Il problema della sepoltura dei derelitti si riproponeva ancora drammaticamente anche negli anni '60  per cui il vicesindaco del tempo, Salvatore Giuseppe Falbo, fece deliberare l'acquisto di un carro funebre e l'istituzione del servizio di trasporto delle salme che rimase attivo fino alla fine degli anni '80. Come rimessa del carro mortuario veniva utilizzata l'ex vasca di accumulo all'interno della villa comunale trasformata poi i deposito di attrezzi e successivamente  in una specie di torre merlata da usare come palchetto per spettacoli all'interno della villa comunale, ma mai utilizzata per questi scopi. 

                                           Un progetto del caccurese Stanislao Martucci

    L'11 novembre del 1910  il Comune di Caccuri  approvò il progetto di consolidamento della chiesa di Santa Maria delle Grazie redatto dall’ingegnere Stanislao Martucci. L’intervento prevedeva la realizzazione del muro di sostegno del piazzale antistante il monumento quattrocentesco. Il denaro per finanziare i lavori, per  £. 16.850,55 fu reperito con l'accensione di un mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti. Il consolidamento si era reso necessario a seguito dei danni provocati alla chiesa dal terremoto del 1908, quello che distrusse Reggio e Messina.
   L'ingegnere progettista nacque a Caccuri nel 1870.  Era figlio di Giovanni Martucci del segretario comunale del paese. Conseguita la laurea, nel corso della sua breve esistenza realizzò molte opere pubbliche, sia a Caccuri che in altri paesi della Calabria. Una delle più importanti e più belle fu la monumentale fontana Cesare Battisti di Taverna.

 

                                    Il monastero dei Tre fanciulli nel XVII secolo

    Nel 1650 il monastero dei Tre Fanciulli era abitato da tre soli frati: Gregorio Ricciuto e Michelangelo Prospero di Mesoraca e Giovanni Pietro Ricciuto di Altilia. La chiesa era lunga e larga 58 palmi (256 mq. c.a). 
   Il monastero aveva 5 stanze a piano terra, di cui una scoperchiata, adibite a cucina, forno, ciollaro (cantina), magazzino e stalla e 4 stanze al piano superiore. Era circondato da mura.    (Relazione Ricciuto e Prospero del 20-3-1650)
   Nel XII secolo l'antico monastero a due miglia da Caccuri, fondato dai basiliani, con la latinizzazione del rito greco e la donazione di Enrico VI finì ai florensi dell'abate Gioacchhino da Fiore "di spirito imprenditoriale dotato." 

 

                         2 giugno 1946: Caccuri vota la Repubblica e la sinistra

    Al Referendum istituzionale del 2 giugno 1946 nel quale si votava anche per eleggere i componenti dell'Assemblea costituente,  Caccuri si espresse massicciamente, in controtendenza col Sud e con altri paesi della zona,  per la scelta repubblicana e per i partiti di sinistra. In particolare si registrò un trionfo per la Repubblica per la quale si votarono 1035 elettori e elettrici (le donne la prima volta nella storia) pari al 64,3% contro i 574 (35,7%) per la monarchia.
   Per l’Assemblea le scelte si orientarono sui  partiti di sinistra.  Il P.C.I. ottenne 432 voti, il P.S.I.U.P. (socialisti) 318 e il P.C.I. Int. 37.  La Dc raccolse solo 89 voti che però, il 18 aprile 1948 diventarono 418, mentre il Fronte popolare (comunisti e socialisti insieme) ne raccolse 554. L'avanzata della DC caccurese nel 48 si spiega con l'apporto consistente degli ex fascisti, degli ex monarchici e, e di un gruppo di "saragattiani", fascisti e liberali che, spaventati da una possibile rivoluzione comunista, si erano infiltrati nel PSDI, ma che, cessato il pericolo,  accorsero a rafforzare il partito cattolico.

 

5 dicembre 2017

                                Arriva il progresso: il telegrafo e il cimitero

   Il  30 gennaio del 1877 il Comune di Caccuri, mentre era sindaco il barone Guglielmo Barracco,  con una delibera di Consiglio,  chiese l’installazione di un impianto telegrafico che doveva collegare Caccuri alla linea Petilia Policastro – San Giovanni in Fiore per rompere l'isolamento del paese reso più grave dalla mancanza di strade efficienti. Nella stessa delibera si chiedeva il relativo finanziamento alla Deputazione provinciale che non arrivò, per cui l'Amministrazione comunale provvide con soldi propri tra mille ristrettezze.  L’impianto entrò in funzione nel mese di ottobre dello stesso anno. L’ufficiale telegrafico percepiva uno stipendio annuo di 500 lire, una discreta sommetta rispetto ai braccianti e agli operai.  L'anno dopo iniziarono anche i lavori per la costruzione del cimitero in località Manco del Rosario (già proprietà della Congregazione del SS. Rosario) la cui ubicazione era inizialmente prevista in contrada Pilusella. Il lavori erano stati già appaltati alla ditta Francesco Antonio Ambrosio al quale, dopo il cambio del l'ubicazione il comune dovette rimborsare le spese già sostenute prosciogliendolo da ogni obbligo. 

4 dicembre 2017

                                                   Il 25 luglio caccurese



     La sera del 26 luglio 1943, quando anche a Caccuri arrivò la notizia della caduta del fascismo, la popolazione assaltò la sede del fascio saccheggiandola. Le suppellettili, i documenti, la biblioteca che era stata donata al fascio dalla vedova del maestro elementare Marco De Franco, sparirono e non ne rimase traccia. L’unica cosa che si salvò fu il ritratto del giovane Alessandro Gigliotti, primo caduto caccurese nella I^ Guerra mondiale, al quale il fascio locale quale era stato intitolato. Alessandro era il fratello di Giuseppe Gigliotti, fabbro valente, reduce della Grande guerra, fondatore con don Peppino Pitaro, Enrico Pasculli e Pietro De Mare, della Lega dei combattenti e reduci di Caccuri, esponente del Partito popolare di don Luigi Sturzo, poi "arruolato a forza" nel PNF e, per un periodo di tempo, collocatore comunale.  La stessa sera i cittadini in festa cancellarono i "mascelloni" dipinti sulle pareti di alcune case del centro storico.  Qualche giorno dopo uno scalpellino provvide a rendere illeggibile l'epigrafe scolpita sulla lapide dei caduti della Grande guerra in largo V. Ambrosio che conteneva un anatema contro la "perfida Albione" che ci aveva imposto le sanzioni a seguito della nostra vigliacca aggressione allo stato sovrano dell'Etiopia. 

3 dicembre 2017

                                         Luoghi di ritrovo e di svago della vecchia Caccuri

Una delle più antiche bettole caccuresei delle quali si ha notizia è quella aperta nel 1872 da Francesco Marino ( il mio bisnonno), un calderaio di Dipignano trapiantato a Caccuri dove aveva sposato una tessitrice figlia di un possidente poi decaduto, donna Cristina Marasco e che, abbandonato l’antico mestiere, si mise a fare l’oste nel locale a pianoterra della sua casa in via Misericordia.
   Molti decenni  dopo la figlia Luisa  aprì una  osteria in piazza Umberto che rimase in esercizio fino alla metà degli anni ’60.   Negli anni ’30 era stato aperto anche il primo “Caffè” gestito da Antonio Basile in un locale della famiglia Lucente in via Misericordia che avrebbe ospitato in seguito, anche l’ufficio postale.   Nel “Caffè” Basile si poteva gustare, oltre che, il caffè autarchico di cicoria o di orzo, anche la gassosa prodotta in uno stabilimento del Crotonese (la famosa “Acqua e ra Pirucchjiella “ della canzone “ ‘A Caccurisella ) particolarmente apprezzata dai ragazzi, non tanto per il sapore, quanto per la curiosa “Valvola a pallina” che chiudeva la bottiglia e che affascinava le giovani generazioni. Oltre a questi locali vi erano anche due bar; quello di Maria Caputo ( attuale bar Mercuri ) in piazza e quello di Luigi Antonio Quintieri. In quest’ultimo c’era anche un grande bigliardo a stecca per  gli appassionati di questo gioco ed era possibile ascoltare musica suonata una vecchia radio col grammofono e il pick-up collegata a un altoparlante collocati all'esterno del bar.
   Fu grazie a quel gracchiante apparecchio che i ragazzi degli anni ’40 e ’50 impararono a conoscere le voci di Carlo Buti, di Odoardo Spadaro, di Luciano Tajoli, di Nilla Pizzi, di Claudio villa, di Carosone e di altri divi della canzone. Da quell'altoparlante ascoltai per la prima volta la "Tarantella 'e ru lupu 'e ra Sila chi gira e chi vota, te vegni 'na sbota" e " 'U pecuraru re Cerenzia si ne vena la via via, si ne vena facennu 'a cruce, va alla càsa e astuta la luce."  Luoghi molto frequentati erano anche le numerose osterie sparse nel centro storico dove, oltre che a giocare a carte e bere vino, si poteva anche consumare lo spezzatino o  “ ‘a tiella” di capretto. 

2 dicembre 2017

La statua del santo in processione nella celebre scena de “Il brigante Musolino”,  il film di Mario Camerini girata a Caccuri nella primavera del 1950 in contrada Sigillisi (sotto il cimitero) con decine di comparse del luogo, è quella di San Marco. Probabilmente proveniva dalla chiesa di San Marco, poi “pagliera” (fienile)  dei Barracco e attuale villa San Marco.  Fino alla seconda metà degli anni ’50 era stata relegata nella sagrestia della chiesa di Santa Maria delle Grazie, invece di collocarla in una teca di vetro blindata. Da allora se sono perse le tracce. Succede, o almeno succedeva anche questo in un passato più o meno recente. 

1° dicembre 2017

Ecco qui di seguito alcuni curiosi toponimi dell’agro di Caccuri, alcuni dei quali, seppur lievemente modificati, esistono ancora: Canalagi, Cangemi, Sautante, Biamonti, Lenzana, Acqua di Lepori, Gradia, Misocampo, Homo morto, Jemmella, Lo Funaro, Fontanelle, Passo de lo salice, Simigadi, Arcovadia, Lo Perdice.

 

                      

Histats.c