Pillole di Storia Caccurese
 

   L'Isola Amena inaugura oggi una nuova rubrica dedicata a pillole di storia e curiosità caccuresi. sperando di far cosa gradita agli amici visitatori. Grazie per l'attenzione.

                                              I  maestri della Scuola Elementare di Caccuri (Parte terza)



 
Si conculde con qeste brevi note la storia dei maestri della scuola elementare di Caccuri. Con alcuni di loro ho avuto la fortuna di insegnare nello stesso periodo e di apprezzarne la loro preparazione e la la dedizione alla scuola e a questa difficile arte dell'educazione dell'infanzia; due di loro sono stati anche i miei insegnani della scuola elementare, oltre che maestri di vita e amici carisismi. Un pensiero commosso a tutti questi colleghi. 

                                                                         Mario Filippo Sperlì
                                                             
         
 
Mario Filippo Sperlì, intellettuale, educatore ed uomo politico, nacque a Caccuri il 26 agosto del 1920 . Sin da piccolo manifestò quel grande amore per gli studi e per la lettura che lo accompagnerà fin sul letto di morte. A 18 anni conseguì, con ottimi voti, il diploma di abilitazione magistrale presso l’istituto “F. Bisazza” di Messina. Si iscrisse poi alla facoltà di Scienze economiche e coloniali presso l’Istituto Orientale di Napoli. 
Quando ancora studiava, fu chiamato alle armi e, come sergente dell’Aviazione, partecipò alle operazioni belliche. L’8 settembre lo colse in Veneto dove stava trascorrendo una breve licenza presso alcuni parenti e qui si arruolò in una formazione partigiana per combattere i nazifascisti. 
Finita la guerra, nel 1947, conseguì la laurea con 110/110, ma, per non abbandonare il paese natio al quale rimase sempre legato, si dedicò all’insegnamento e, nel 1951, a seguito di pubblico concorso, prese servizio presso la Scuola elementare statale di Caccuri. 
Nel 1961, quando a Caccuri fu istituita la scuola media, prima ancora della riforma dell’anno successivo, ebbe l’incarico di sovrintendere alla nascita di questa nuova istituzione e si occupò di reclutare il personale insegnante e non insegnante, essendovi a quei tempi penuria non solo di docenti abilitati, ma perfino di laureati. In quell’occasione seppe assolvere il compito affidatogli con grande impegno, entusiasmo e col disinteresse che contraddistinse sempre il suo stile di vita, in collaborazione con la preside incaricata, la professoressa Sacco, preside di Santa Severina, tanto che la scuola poté iniziare a funzionare senza alcun intoppo. 
Nel 1958, intanto, con l’istituzione della Direzione didattica a Caccuri, fu distaccato dall’insegnamento e divenne, per qualche anno, segretario dello stesso ufficio di direzione. Qualche anno dopo, vinto il concorso direttivo, prese servizio come direttore didattico nel circolo di Girifalco ove rimase per qualche tempo, fino a quando ottenne il trasferimento a Caccuri ove chiuse la sua carriera. 
Nel 1960 fu eletto consigliere comunale nell’amministrazione guidata dal fratello Francesco, ispettore didattico e sindaco di Caccuri dal 1952 al 1970 ed in questa veste, grazie alla sua grande esperienza e capacità amministrativa, seppe dare un grande contributo alla realizzazione di quelle opere di civiltà che avrebbero fatto di Caccuri uno dei paesi più sviluppati del circondario. 
Mario Sperlì era conosciuto in tutta la Calabria, non solo come direttore didattico, ma anche come uomo di vasta e solida cultura in ogni campo dello scibile, anche se l’innata ritrosia ed il pudore di un uomo schivo ed intelligente, lo facevano apparire umile e modesto. Oltre alla profonda conoscenza della pedagogia, della didattica e della psicologia che erano per lui pane quotidiano, era ferrato in storia, filosofia, scienze politiche e nelle materie scientifiche e conosceva il francese, l’arabo, il berbero, il tedesco e l’inglese. Fu anche un prestigioso dirigente politico del PSI prima, del PSIUP e del PCI poi. Ricoprì la carica di consigliere provinciale per 15 anni e fu membro autorevolissimo del Comitato di gestione dell' USL di San Giovanni in Fiore e membro, per molti anni, del Comitato federale del PCI di Crotone. Nella sua lunga carriera di insegnante e di direttore, seppe educare generazioni di alunni e formare centinaia e centinaia di docenti che ancora oggi, fanno tesoro dei suoi preziosi insegnamenti. Non è infrequente, ad oltre a 16 anni dalla sua scomparsa, incontrare, nonostante le novità nel campo pedagogico, didattico e legislativo, giovani maestri con in mano fotocopie dei suoi manoscritti nei quali racchiudeva il condensato della sua vastissima cultura didattico pedagogica per offrirlo ai suoi docenti.
                                                         

                                                                       
Francesco Sperlì                                                              

   Francesco Sperli, maestro elementare, dottore in pedagogia, direttore didattico prima ed ispettore dopo, nacque a Caccuri nel 1923. Prima di vincere il concorso direttivo e trasferirsi a Napoli insegnò  per molti anni nella Scuola elementare di Caccuri assieme al fratello  Mario. Negli anni '80, per un breve periodo, resse la Direzione didattica del Circolo di Caccuri a seguito del pensionamento del fratello, direttore anch'egli e oramai pensionato. Esponente del Partito Socialista Italiano di Nenni, De Martino e Pertini, nel 1964, a seguito della scissione che portò alla nascita del PSIUP di Tullio Vecchietti,  aderì al nuovo partito confluendo, successivamente, nel PCI. Francesco Sperlì fu anche sindaco di Caccuri dal 1952 al 1970. Negli anni '80, tornato in Calabria, divenne un membro autorevole del Comitato Federale del PCI di Crotone e fece parte, per qualche anno, del Comitato di gestione dell' USL di Crotone. Ciccio Sperlì, com'era chiamato da amici e parenti, era un grande oratore ed un uomo di eccezionale cultura.  

                                                                    
Giuseppe Lucente

      Peppino Lucente fu un altro dei grandi maestri elementari caccuresi che insegnò nelle scuole del suo paese  per oltre vent'anni , fino al 1975, prima di trasferirsi a Palmi. Fu, insieme al fratello minore Antonio, anch'egli insegnante nella stessa scuola, uno dei più giovani vincitori del concorso magistrale. Quando nel 1971 assunsi servizio come maestro di ruolo nella Scuola elementare di Caccuri,  Peppino, insieme al compianto Peppino Gallo, ad Alberto Macrì, a Vincenzo Piccolo, mi fece quasi da balia. Era un maestro assai autorevole e ferrato nella didattica e nella pedagogia, purtroppo scomparso prematuramente. 

                                                                                      Giuseppe Gallo                                                             

   Peppino Gallo, figlio del sarto mastro Giovanni,  insegnò nelle scuole di Caccuri fino alla seconda metà degli anni '80 quando si trasferì a Catanzaro. Prima di passare all'insegnamento era stato impiegato per qualche anno nel locale ufficio postale. Peppino amava la scuola e curava meticolosamente l'aggiornamento professionale e l'arricchimento culturale. Peppino è scomparso anch'egli prematuramente nell'aprile del 2004. 

                                                             Alberto Macri                                                          

        Alberto Macrì, nacque a Caccuri il 1° aprile del 1929 da mastro Amedeo, falegname e fratello del prof. Francesco, direttore delle scuole italiane in Uruguay.  Era il fratello del dott. Francesco, per molti anni medico condotto di Caccuri. Conseguito il diploma di abilitazione magistrale, prese servizio nella Scuola elementare di Caccuri nella quale insegnò per molti anni prima di assumere le mansioni di segretario del Circolo didattico che lo vide collaborare con numerosi direttori tra i quali Mario Sperlì con il quale lavorò gomito a gomito per oltre dieci anni. Dopo il pensionamento dell'amico e superiore, Albertino, com'era affettuosamente chiamato dagli amici e dai colleghi,  forse per la bassa statura, tornò ad insegnare per qualche tempo prima di andare in pensione dopo 40 anni di onorato servizio. Alberto Macrì era un uomo innamorato del suo lavoro fino al masochismo. Lo si poteva trovare nell'ufficio di direzione, in perfetta solitudine e intento al lavoro  in qualsiasi ora del giorno, anche di sera e, spesso, anche di domenica. Era un dattilografo,  un archivista e un protocollista eccezionale, un vero "topo d'ufficio", anche se questo non era propriamente il suo mestiere. Era, altresì, un grandissimo maestro, particolarmente ferrato nella didattica della lingua italiana e della storia. Chi ne scrive ebbe l'incommensurabile fortuna di averlo come maestro in 4^ e in 5^ elementare e come  collega negli anni '70 ed '80 e lo ricorda sempre con affetto ed immensa gratitudine. "Albertino" era amato da tutti i colleghi dei paesi del Circolo e da tutti gli altri maestri del Crotonese per la sua gentilezza, la disponibilità e l'altruis.

                                                                               Maria Schiariti

   
Maria Schiariti, originaria di Tropea, moglie del farmacista Emilio Sperlì e cognata dei due direttori didattici Mario e Francesco Sperlì, fu una delle migliori insegnanti degli ultimi cinquant'anni della scuola caccurese. Donna schiva e riservata, quanto cordiale e rispettosa dei colleghi, degli alunni e di ogni persona con la quale si rapportava,  grande maestra, preparata, scrupolosa, con un grandissimo senso del dovere, riusciva sempre a ottenere il massimo dai suoi alunni che l'adoravano. Era particolarmente ferrata nella didattica della lingua italiana e da lei ho appreso tanto. Con lei, per sua iniziativa, avviai la sperimentazione delle classi aperte e lo scambio degli alunni quando ancora si insegnava con i programmi didattici del 1955. Quando andò in pensione mi resi conto che la scuola aveva perso uno dei docenti più preparati e prestigiosi. 

                                                                   
   PARTE SECONDA

                                                                      Antonietta Cistaro

 Antonietta Cistaro, maestra elementare, nacque a Cosenza il 5/6/1863 da Pasquale e da Clorinda Leonetti.  Giovanissima si trasferì a Caccuri con la famiglia, probabilmente al seguito del barone Barracco. Qui sposò Francesco Rizzo, crotonese. Dal matrimonio nacque, nel 1885, Antonio che diventerà poi generale di divisione.  Nel 1892 rimase vedova. Il 19 ottobre del 1899 si risposò con  il collega Anselmo Quintieri. Ottenne poi l’incarico di maestra nella nascente scuola elementare di Caccuri e divenne membro della Commissione di vigilanza sull'obbligo scolastico in attuazione del Regio decreto n. 150 del 6 febbraio 1908. La nomina, da parte del Consiglio comunale di Caccuri è del 5 aprile 1909.

Morì il 29 luglio del 1927 all’età di 64 anni.

 


                                                              Anselmo Quintieri

 

 Il maestro Anselmo era un discendente di Luigi Antonio Quintieri,  secondo eletto all'epoca della spedizione dei  fratelli Bandiera. Un altro suo parente, trasferitosi a Cerenzia, diventò poi il segretario comunale di quel comune e capitano della Guardia urbana. Insegnò per molti anni nella Scuola Elementare di Caccuri all'epoca ospitata in locali di fortuna. Sposò la collega Antonietta Cistaro e, rimasto vedovo, si risposò con   una tale Belcastro.

                                                                               
                                                                     
 Dagli anni '20 agli anni '40

                                                          Umberto Lafortuna
                     
   Umberto Lafortuna, poeta caccurese,  celebre per aver pubblicato, negli anni ’30, numerose poesie per l’infanzia che lo posero nella scia del Pascoli e, a livello regionale, del Casalinuovo fu senz'altro uno dei più grandi maestri che insegnarono nella Scuola elementare di Caccuri.  Chi volesse approfondire la conoscenza di questo formidabile Maestro può cliccare sulla foto in alto, ma per capire la grandezza dell'educatore Lafortuna conviene leggere quanto di lui scrisse Giuseppe Lombardo Radice, uno dei più grandi pedagogisti del XX secolo: "Il Lafortuna è maestro e che maestro deve essere!, in un oscurissimo paese della Sila, dove vive una vita libera da ambizioni e ricca di interiorità. Egli, si intuisce subito, ha una profonda esperienza morale. Ma questa non si manifesta in filosofemi e sentenze; si concreta nella sua opera educativa e si traduce in conversazioni con i piccoli. Il Lafortuna sente, con delicatezza oserei dire materna, il limite della mente puerile, sa creare agili fantasie, arguti racconti, versi snelli e vivaci che paiono fioriti dal labbro stesso dei suoi scolari. Egli è  il fanciullo poeta che dovrebbe essere ogni vero maestro; privo assolutamente di retorica. 
   Io non so dire con che gioia ho scoperto questo educatore e come mi gode l'animo di presentare ai maestri, per i loro scolari, questa opericciuola fragrante come l'aria di una pineta montana" (Giuseppe Lombardo Radice, prefazione al volume Pupille infantili, Roma ottobre 1930
   Umberto Lafortuna si spense il 25 dicembre del 1944. 
  

                                                                                    Umberto Ambrosio

   Umberto Ambrosio, nacque a Caccuri da Domenico, discendente da una famiglia dell'antica borghesia agraria caccurese. Pronipote dei notai Domenico e Francescantonio Ambrosio,  Don Umberto, che per un breve periodo ricopprì anche la carica di Podestà, insegnò nella scuola elementare di Caccuri fino al pensionamento. Nel corso della sua carriera scolastica svolse anche le mansioni di maestro fiduciario quando le scuole caccuresi facevano parte del Circolo didattico di Santa Severina. 

Nicola Lafortuna

   Il maestro Nicola Lafortuna era figlio di Umberto, maestro e poeta  e col padre insegnò nella Scuola elementare di Caccuri fino alla morte che lo colse il 5 luglio del 1945 all'età di 32 anni. Nato il 3 gennaio del 1913, conseguito il diploma di abilitazione magistrale, iniziò ad insegnare giovanissimo lasciando il ricordo di un maestro preparato e di un educatore attento e sensibile.

                                                  Dagli anni '40 agli anni '70 

                                                                           Anita De Franco

     Donna Anita De Franco nacque a Caccuri il 7 aprile del 1912. Era la figlia di don Marco e sorella di Gaetano, entrambi maestri, il primo semplicemente incaricato, il secondo  provvisto di regolare diploma, oltre che della laurea in farmacia. Insegnò nelle scuole di Caccuri fino a primi anni '60 quando si trasferì a Crotone.  Si spense il 18 agosto del 1991.

                                                                   
Rosa Nicastro 

     
Rosa Nicastro nacque a San Giovanni in Fiore il 31 agosto del 1910. Dopo il matrimonio con il caccurese Domenico Ambrosio, figlio del geometra, cavalier Raffaele, sindaco e poi podestà del paese, si trasferì nel nostro paese e prese servizio  nella locale scuola elementare  nella quale insegnò fino al 1970, anno del pensionamento. Donna Rosa, com'era stata ribattezzata dai compaesani, era un'insegnante competente ed autorevole, capace di istruire, educare e farsi amare dai suoi alunni. La sua bassa statura "fisica"  contrastava con quella morale e professionale che le procurava stima e rispetto. Si spense a Caccuri il 31 ottobre del 1979. 

Gaetano De Franco 

     Gaetano De Franco, farmacista e maestro elementare,  nacque a Caccuri il 13 marzo del 1917. Rampollo di una nobile famiglia caccurese che annovera fra i suoi membri l'arcivescovo di Catanzaro mons. Raffaele De Franco, celebri medici, avvocati e magistrati, Don Gaetano, com'era conosciuto in paese, conseguì il diploma di abilitazione magistrale e, successivamente, la laurea in farmacia. Ciò gli consentì di insegnare nelle scuole elementari del suo paese nelle quali prestava servizio come insegnante anche la sorella  Anita e di gestire la farmacia di famiglia ubicata in via Buonasera in una stanza del  palazzo di famiglia. Nella seconda metà del '900 si trasferì da Caccuri, sia come farmacista che come insegnante. 

                                                       Francesco Antonio Fazio

     Francesco Antonio Fazio, maestro elementare, pittore e scultore versatile, nacque a Caccuri il 2 novembre del 1918 dal fotografo Vincenzo Fazio, anch'egli artigiano poliedrico. Prima di trasferirsi definitivamente a Crotone, insegnò a lungo nelle scuole elementari di Caccuri. Si spense prematuramente a Crotone il 17 agosto del 1976.

                                                                       Alfonso Chiodo                                                          

   Il maestro Alfonso Chiodo nacque negli Stati Uniti  il 15 giugno del 1915 da mastro Carmine e da Maria Fazio. Tornato in Italia con la famiglia, conseguì l'abilitazione magistrale ed insegnò per molti anni nelle scuole del nostro paese prima di trasferirsi definitivamente a Crotone. Cugino ed omonimo del primo sindaco comunista di Caccuri, militò nella Democrazia Cristiana ricoprendo la carica di segretario cittadino. Il maestro Chiodo era molto apprezzato per la competenza didattica e lo zelo con il quale svolgeva la sua "missione". E' morto a Caccuri il 10 settembre del 2007 all'età di 92 anni. 

                                                                  PARTE PRIMA

                                               I  maestri della Scuola Elementare di Caccuri

   Per chi ancora non la conoscesse ripubblico questa storia della Scuola elementare di Caccuri e dei suoi più famosi maestri.  Oggi tratteremo la prima parte, ma nei prossimi giorni potrete leggere l'intera storia. Buona lettura

Nello scorso secolo, a partire da quel  31 dicembre del 1903 quando il Consiglio comunale dell'epoca, su proposta del sindaco Francesco Maida, decise di affidare l'incarico di "insegnare a leggere e a scrivere a quei cittadini che ne avessero possibilità e voglia" al signor Marco De Franco, furono tantissimi i grandi maestri elementari che istruirono ed educarono decine e decine di generazioni di giovani caccuresi molti dei quali raggiunsero poi vette moto alte affermandosi nelle arti, nelle professioni e nei mestieri.
   In questa pagina vogliamo rendere omaggio a questi grandi educatori, questi eroi che con umiltà, abnegazione, competenza si dedicarono alla nobile arte didattico pedagogica prendendo per mano dei bimbi e facendone degli uomini. 

                                               Marco De Franco                                                                                      

Il signor Marco De Franco fu, come già detto, il primo "maestro elementare" di Caccuri avendo ricevuto dal Consiglio comunale l'incarico   di insegnare agli analfabeti a leggere e a scrivere. Don Marco  era all'epoca anche giudice conciliatore. Qualche tempo dopo anche due suoi figli, il dottor Gaetano  e la sorella Anita insegnarono per molti anni  nella Scuola Elementare Statale di Caccuri.

                                                                   Ercole Scigliano                                                                                               

Originario di Belvedere Spinello dov'era nato il 13 novembre del 1858,  don Ercole, si stabilì a Caccuri dove sposò la signorina donna Vincenza Lucente. Di professione cantoniere capo, ricevette, nei primi anni del secolo scorso, anch'egli l'incarico di insegnare a leggere e a scrivere agli analfabeti, compito che svolse per qualche anno. Don Ercole fu anche priore della Congregazione del SS. Rosario fino al 6 ottobre del 1942, data della morte. 

                                        Alfonsina Pasculli in Secreto                                                                                                   

 Alfonsina Pasculli,  con Ercole Scigliano e Marco De Franco  fu uno dei "maestri"  che. pur sprovvisti di titolo specifico, furono incaricati di insegnare a leggere e a scrivere agli alunni caccuresi in attuazione della legge Casati del 1859 che nel 1877,  dopo l'Unità d'Italia, con i decreti attuativi della legge Coppino, venne estesa a tutto il Regno. Qualche anno dopo  si formarono tanti altri maestri caccuresi  che continuarono la loro meritoria opera. La maestra Alfonsina era nata a Caccuri ed era la madre del sarto Giovanni Secreto. 

Qualche anno dopo questa generazione di "maestri" improvvisati, anche su pressione dell'Unione magistrale nazionale che era nata nel 1902,  fu sostituita da maestri diplomati.  Tra questi figuravano la maestra Antonietta Cistaro e il maestro Anselmo Quintieri.

     
Continua

 

                                                           Antiche banche caccuresi

      Il primo istituto di credito caccurese del quale si ha notizia è il Monte di Pietà attivo sicuramente dalla seconda metà del XVIII secolo, ma forse anche da prima. Tra le altre fonti che attestano l’esistenza di quest’istituzione finanziaria francescana vi è il testamento di Carmine Lucente redatto dal notaio caccurese Francesco Antonio Ambrosio l’11 febbraio del 1818.  Nell’atto, infatti il Lucente, oltre a elencare i crediti che vanta diversi cittadini di Caccuri e di Cerenzia per un totale di 138 carlini, dichiara anche “di essere debitore al Monte di Pietà di due ottavi di grano, questi si devono soddisfare  da detti miei eredi.”
    Francescantonio Ambrosio era figlio del notaio Domenico Ambrosio e di donna Francesca Principato. Nacque a Caccuri probabilmente nel 1778 e si spense prematuramente il 21 agosto 1823 all’età di 45 anni. Come il padre  aveva lo studio nella casa di abitazione di via Salita Castello (attualmente di proprietà degli eredi Macrì e Pirito), mentre Carmine Lucente era il primo genito di don Domenico Lucente, possidente, padrone di mulini, terreni, case e magazzini vari. Era, frra le altre cose, un mio antenato, vero il nonno del mio quatercavolo 
   I Monte di Pietà, che non avevano scopi di lucro, erano nati per iniziativa dei frati francescani per erogare piccoli prestiti a tassi molto più bassi di quelli di mercato, in cambio di un pegno che doveva avere un valore superiore di almeno un terzo del prestito. Il prestito durava un anno e se alla scadenza non veniva restituito il Monte di Pietà incamerava il pegno e lo metteva all’asta. Dei servizi di queste originali banche fruivano generalmente artigiani e commercianti, mentre i contadini difficilmente avevano oggetti di valore da impegnare per cui si rivolgevano ai Monti frumentari che distribuivano ai contadini poveri grano, orzo, avena, segala per la semina con l’obbligo di restituzione. Pur essendo stati istituiti nel XV secolo, a Caccuri fecero la loro comparsa in epoca borbonica, ma di questo parleremo prossimamente


                                                               Notiziole sull'antichissima Caccuri

   La pillola di questa sera ci dà alcune preziosissime, anitichisisme notizie storiche su Caccuri e, in particolare, su alcuni antichissimi cognomi, alcuni dei quali ancora presenti a Caccuri o nei paesi vicini come Leonetti,  Durante e Iaconis. Come si vede, già alla fine del XIII secolo la presenza di un clero parassitario era massiccia e gravosa per le fragili spalle dei contadini caccuresi. 

   Nella  “Cedula subventionis in Iustitiatu Vallis Grati et Terre Iordane” del 1276 Caccurium fu tassata per once 47, tari 16 e grana 16. (1
   Nelle liste di versamento delle decime per la Santa Sede dell’inizio del ‘300, oltre all’arciprete Sudnerius o Inderus, vi erano compresi una quindicina tra chierici e canonici di Caccuri e dintorni. Quelli che compaiono nella lista del 1324 sono: don Giovanni Cipriano, l’ariciprete Sudnerius, Giovanni de Foresta, pbr Tommaso  Eunuchus, presbiter  Leonectus,  presbiter Durantus, Pbr Giovanni De Florello, pbr Giovanni de Magistro Clemento, dominus Francesco Ruffo, dominus Guglielmo de Novello, Iaconus Xelsus.

 1) Notizie storiche tratte da 62 registri angioini, Napoli 1877,pag. 215

 

                                                                     'U sbarru

    U sbarru era un’antichissima consuetudine che consisteva. una volta finito il raccolto nel latifondo, nel permettere il libero accesso alla popolazione residente nel paese nella cui giurisdizione ricadevano i fondi per “scarare” (scovare) l’eventuale prodotto residuo sfuggito al raccolto. Praticamente una sorta di elemosina mascherata per consentire alla povera gente di sopravvivere con qualche briciola.  In tal modo i poveri potevano racimolare, rovistando nelle sterpaglie, qualche paniere di olive per ottenerne qualche litro di olio, qualche fico secco, qualche manciata di grano, un po’ di castagne e altri ortaggi.  I latifondisti così si purgavano la coscienza per le ruberie le angarie e le prepotenze nei confronti della povera gente alla quale spesso vietavano persino il godimento degli usi civici sulle terre demaniali usurpate e scongiuravano il rischio di possibili rivolte di una popolazione sempre più affamata. Una sorta di “Saturnalia agro alimentare” grazie al quale il povero per un beve periodo e dopo che il ricco aveva banchettato e gozzovigliato, si illudeva di essere padrone della terra e di fare il suo raccolto.
   Un’elemosina mascherata, dicevamo, eppure a volte i riccastri cercavamo di negare anche possibilità di sopravvivenza come fece nel 1724 il riccastro caccurese Filippo De Miglio, manutengolo dei Cavalcante che si rifiutava di fare sbarrare le mense di Gabella, fra l’atro di proprietà dell’abazia di Calabro Maria. Per questa bravata fu processato e condannato, ma la povera gente per quell’anno perse anche quell’occasione di un misero raccolto.
    Ma torniamo al termine “sbarru”  e al verbo “scarare” sui quali vale la pena perdere qualche secondo. Sbarru deriva dal verbo sbarrare che nei nostri dialetti ha il significato opposto al corrispondente verbo italiano. In italiano sbarrare significa chiudere, bloccare l’accesso a un luogo, mentre nel dialetto calabrese significa abbattere le barriere, aprire i cancelli, consentire l’accesso. Scarare, invece, significa scovare qualcosa che è nascosto, cercare accuratamente. Scarare le olive, le castagne o altri prodotti agricole consentiva di ‘nquirere, cioè costituirsi un gruzzoletto, un po’ di bottino, rimpinguare le provviste. Non c’è che dire: il nostro dialetto è stupendo.

                                                         Caccuri nella descrizione
                                                   di Francesco Adilardi
                                          (Limbadi 29/08/1815 – 13/10/1852)




      

    Qualche giorno fa ho pubblicato una descrizione di Caccuri dello storico Girolamo Marafioti tratta dalla Croniche et antichità di Calabria del 1596; oggi, con un salto di due secoli e mezzo ci trasferiamo nel 1847 con questa descrizione del nostro paese di Francesco Adilardi che descrive anch'egli lo stato del clero caccurese e delle chiese. Secondo l' Adilardi la chiesa di Santa Maria delle Grazie era di natura ricettizia, ovvero gestita da una associazione di preti locali che ne amministravano i beni in base a una norma in vigore fino al 1867 che riconosceva tali associazioni come persone giuridiche, ma nel 1855, in occasione di alcuni lavori per riparare i danni di un fulmine, da alcuni accertamenti del Comune di Caccuri, la cui validità fu confermata anche dal vescovo di Cariati mons Nicola Golia, risultò essere di patronato del Comune, cosa di cui prese atto il Consiglio d'Intendenza nell'approvare i lavori.
    Lo storico di Limbadi riporta anche le scarne notizie mons. Giovanni Carnuto, uno dei quattro vescovi caccuresi, assieme a Raffaele De Franco e ai due fratelli Cavalcante, che fu vescovo di Carinola e poi di Cariati, cittadina nella quale fu catturato dal pirata Barbarossa e condotto in catene ad Algeri dove morì come racconta Gabriele Barrto nel suo De Antiquitate et situ Calabriae.


    Caccuri, feudo dei Malatacca intorno al 1393, fu terra insigne a dir di mons. Ricci, ma poi distrutto, faceva 800 abitantinel 1621 quando un arciprete e un altro curato ne governavano il popolo.
   Ha 1000 anime con bellissima chiesa delle Grazie, per sua natura ricettizia, ma collegiata quanto agli onori. Essa è amministrata da un arciprete curato , da un cantore e da altri partecipanti colla chiesa filiale di San Rocco, dipendente dal capitolo e con una confraternita notata dall’Ughelli.[1]
   Non tiene più il monastero de’ Cistercensi detto di Santa Maria la Nova, ossia dei tre fanciulli fondato prima del 1200 e l’altro dei Minori conventuali perché soppresso nel 1653 e manca parimenti la Badia dell’Ordine di San Bernardo che nel 1621 era commendata a Ridolfo Rifolfi. Vi è solo un cenobio di francescani riformati che per sovrano decreto  l’occuparono nel 1833 abitandola i figli di San Domenico loro aperta nel 1520 col titolo del Soccorso.
   Da Caccuri nasce la famiglia Simonetta la quale ha goduto mitre e porpore  ascrivendo ai suoi progenitori Francesco e Giovanni Simonetta. Di Caccuri fu anche il vescovo di Carinola (CE) Giovanni Carnuto che nel 1535 passò alla cattedra Geruntina e Cariatese
 
Dall'enciclopedia dell'ecclesiastico del 1847 

                                       UN PO' DI STORIA RECENTE

 


       Il 26 ottobre del 1947 si svolgono lee lezioni per il rinnovo dell’amministrazione comunale di Caccuri. L’anno prima la lista del PCI, capeggiata da Alfonso Chiodo, primo sindaco dopo la Liberazione, aveva conquistato il comune e il Chiodo era stato eletto sindaco. A Caccuri, però, era aggregata la frazione di Cerenzia che nei primi mesi del 1947 riottenne l’autonomia. Ciò provocò lo scioglimento dell’amministrazione e la proclamazione di nuovi comizi. Il Chiodo non fui ricandidato e a capeggiare la lista della Sveglia fu il reverendo don Peppino Pitaro ex popolare che batté il ”Carro” che aveva per capolista l’avvocato Giuseppe Ambrosio.  Don Peppino Pitaro, 26 ottobre, venne eletto sindaco, ma restò in carica solo un mese, prima di dimettersi per una disposizione concordataria. Al suo posto fu eletto il maestro di musica Angelo Di Rosa che rimase in carica un solo anno prima di essere a sua volta costretto a dimettersi sostituito da Salvatore Giuseppe Falbo che rimase in carica fino al 1952- 

 

                             Mons. Ricci, "caccuriano ante litteram", e l'abazia di San Bernardo
                                    

    "La seconda terra di detta Diocesi (Gerentia) è Caccuri che fu parimenti terra insigne, ma hora distrutta per il malgoverno farà 800 anime governata da un arciprete et un altro curato l'entrate de' quali sono tenue. L'arcipretato ammonta a doc. 25 et la cura 12. Vi sono circa 18 sacerdoti che servono la Matrice, ma poveri perchè non vi sono ............, nè hanno patrimonio. Vi sono due monasteri di frati, uno di San Domenico ricco et insigne di fabrica dove stanno due sacerdoti et un altro di San Francesco povero dove stanno due sacerdoti. Vi è anco una Abbatia dell'ordine di San Bernardo dove sta un frate ch'à la mensa dell'Abate quale è Redolfo Ridolfi che la tiene in Comenda et resteranno per l'abate da 150 docati  e la mensa sarà di 30 docati. Questa chiesa è discosta dalla terra circa un miglio, la chiesa è distrutta et la casa del monaco mal accomodata, sarebbe forse bene levare il monaco e trasferire il servitio delle messe che molte volte non se ne dicono, alla Chiesa Matrice della terra et farle celebrare dalla Comunità di preti. Questo temperamento non sarebbe di pregiuditio alla religione, perché l'interesse è di niun momento, sarebbe di qualche agiuto a questi poveri preti. si soddisferebbero le mese e leverebbe qualche nido di ladri." 

Mons. Maurizio Ricci, Relazione del 1621

   E' davvero interessante questa relazione del vescovo Maurizio Ricci in quanto ci fornisce un bel po' di notizie sullo stato delle chiese caccuresi nel 1621 e sulle condizioni economiche di un clero comunque ridondante il cui sostentamento che gravava sulla  scarsa popolazione caccurese era davvero problematico oltre che iniquo. Stando a quanto scrive il prelato a fronte di una popolazione di circa 800 abitanti, vi erano una ventina di sacerdoti e almeno un paio di monaci tra i quali un abate commendatario che non doveva poi essere tanto povero, considerato che aveva una rendita annua di 150 ducati, una cifra che un contadino o un artigiano non avrebbe mai potuto accumulare nel corso della sua esistenza. D'altra parte è lo stesso mons. Ricci a parlare di "nido di ladri" a proposito dell' abazia di San Bernardo. Non bisogna farsi ingannare dalla definizione di abazia, un sostantivo a quei tempi evidentemente abusato col quale si finì per indicare anche una minuscola chiesa con un solo monaco. Ho cercato più volte con scarsi risultati di identificare questo luogo di culto a un miglio dall'abitato. In alcuni documenti è scritto che si trovava a sud est della cittadina per cui potrebbe trattarsi della chiesa di Giachetta, ma vi do la notizia col beneficio dell'inventario.   
   Prima di chiudere mi piace ricordare l'attaccamento a Caccuri di questo dotto e valente vescovo che, con un aggettivo oggi molto in voga potremmo definire una caccuriano ante litteram che amava così tanto il nostro convento da volerci trascorrere gli ultimi mesi della sua vita e di morire con l'assistenza dei frati domenicani. 

                                                                              
                         
               
Una pletora di preti

 

    Nel 1742 i sacerdoti caccuresi erano ben 7: l’arciprete don Francesco Abate, il parroco don Gennaro Lucente e i sacerdoti don Domenico De Luca, don Domenico Antonio Abate, don Giacomo Clausi, don Giovanni Leto e don Giovanni Francesco Magliaro. I 7 religiosi curavano appena 1031 anime. Le 1031 "anime" a  loro volta, curavano i corpi dei religiosi col pagamento della decima. 

Noterelle di storia caccurese
 di
Giuseppe Marino



    Caccuri nel corso dei secoli ha avuto spesso dei cattivi governati, esosi quanto pessimi amministratori che hanno finito per angariare la popolazione, spogliare il territorio prelevandone le ricchezze senza, peraltro, farne buon uso. Alcuni di questi, nonostante le spoliazioni, finirono per ritrovarsi in un mare di debiti tanto da vedersi confiscare il feudo che poi venne rivenduto all’asta. E’ il caso dei Cimino che, fortemente indebitati, persero le loro terre caccuresi che nel 1651 finirono ai Cavalcante.
   Il barone Giovan Bernardino Cimino, nel 1559 acquistò da donna Isabella di Toledo, madre di Francesca Spinelli, il feudo di Caccuri.  Gli Spinelli furono tra i più esosi feudatari del regno ed ebbero gran parte di responsabilità nell’abbandono e nello spopolamento del nostro paese da parte di centinaia di famiglie che si trasferirono nella nascente San Giovanni in Fiore anche grazie ai privilegi che l’imperatore Carlo V concesse all’abate Rota e che consentivano agli “immigrati” caccuresi, cerentinesi e di altri luoghi della zona di fruire liberamente degli usi civici e di non pagare balzelli. Ma tornando ai Cimino, vediamo come impiegavano i loro soldi che erano anche soldi dei caccuresi.
    Francesco Cimino, barone di Caccuri, decise di utilizzare parte delle sue sostanze per costruire un collegio che avrebbe dovuto ospitare  ragazzi turchi catturati dai cristiani per insegnare loro la religione cattolica e rinviarli nei loro paesi di origine a convertire i loro paesani musulmani. Un tale Giovanni dai sant’Eliseo lo convinse a finanziare il restauro del convento dei Carmelitani scalzi di Monte Carmelo che il nostro esimio barone finanziò con la bellezza di 3.000 scudi annui. Il progetto di evangelizzare i musulmani, però, fu ritenuto una follia da un tale Pietro della Madre di Gesù che ebbe ad eccepire che “In patrum coetu severe obiurgavit quod rem a gravioribus patribus exploratam et improbatam sine praelati concessu ut coniectari poterat non modo tentasset, verum et promovisset”[i] e il cervellotico progetto finì nel nulla.
Circa quarant’anni dopo, fortemente indebitati, i Cimino, come già detto, furono costretti a vendere all’asta il feudo caccurese.

                                        Vincenzo Sgro - Ricordi del Liceo Pitagora

      Riporto qui di seguito, per chi volesse leggerlo, un breve scritto del generale Vincenzo Sgro nel quale ricorda le sue esperienze scolastiche nel Liceo Pitagora di Crotone tra la fine degli anni '40 e i primi anni '50 quando l'alto ufficiale caccurese frequentava la prestigiosa scuola crotonese. Tra i compagni dis cuola, oltre a quelli che cità nello scritto, c'era anche il prof. Baldasarre De Marco, preside per lunghi anni della scuola media di Caccuri. 
     Il generale Sgro, persona amabilissima che mi gratificava della sua gradita stima, ci ha lasciato prematutamente il 16 novembre del 2007. Era nato a Caccuri il 31 gennaio del 1932 da mastro Francesco Sgro, muratore, uomo devoto e priore delal Congregazione del SS. Rosario 

   La seconda guerra mondiale era appena terminata ed incominciavano gli anni della ricostruzione. La miseria non era stata debellata e di miracolo economico ancora non si parlava.
   A Crotone abitavo, assieme a tre coetanei provenienti come me da Caccuri, in una modestissima cameretta senza alcuna comodità, presa in affitto per 1000 lire al mese. La padrona di casa ci consentiva di utilizzare la cucina, per cui di tanto in tanto provvedevamo a prepararci un piatto di pastasciutta. Quando ciò capitava era una festa. Di solito ci sostenevamo (alla faccia della dieta bilanciata, equilibrata, etc.) con le provviste che ci arrivavano dal paese: pane, olive, salumi e formaggio. Il 13 e 14 giugno 1949 mangiammo solo ... aria in quanto la scassata corriera S. Giovanni in Fiore - Crotone si era resa inefficiente e le attese provviste non poterono arrivarci.   Conservo tuttora un'agendina nella quale annotavo, in modo preciso, le spese sostenute. Nell'intero anno scolastico 1949 - 50 risulta che ho speso complessivamente (compresa l'iscrizione annuale all'Istituto, l'affitto della cameretta, i libri e l'acquisto di cibarie varie quali sarde e formaggini) £. 61.350. L'unica spesa voluttuaria era costituita, raramente, dall'acquisto dei biglietti di ingresso al cinema Apollo. Le pellicole che vi venivano proiettate (Riso amaro, Duello al sole ecc.) ci facevano conoscere mondi e modelli di vita insospettati.
   Dopo lo studio pomeridiano ci si concedeva un'oretta di passeggiata avanti e indietro per il corso principale ad ammirare le belle ragazze e le vetrine che cominciavano a riempirsi di merce appetibile. Dopo la frugale cena, ancora studio e poi a letto. Mai uscito di sera. Si rimaneva a Crotone per tutto l'anno scolastico e si rientrava al paese d'origine per le feste natalizie e quelle pasquali.
  Per quanto riguarda l'Istituto, il ricordo che nel tempo è rimasto più vivo in me è quello che si riferisce alla figura maestosa del preside, prof. Francesco Bellusci. Si verificava talvolta che il preside sostituisse il professore di italiano assente. In tali rare occasioni veniva nella mia classe (sezione D) il preside Bellusci a spiegarci la letteratura o La Divina commedia. Noi studenti rimanevamo ammirati della sua cultura e della chiarezza della spiegazione.
   Altri professori che ricordo sono Morrone, Lodato e Siporso. I compagni di classe li ricordo quasi tutti in particolare, una ragazza molto bella per la quale nutrivo un amore platonico. Da qualche anno, saltuariamente. mi ritrovo con gli amici Emilio Arcuri e Gennaro Grieco che vivono rispettivamente a Bergamo e a Cremona. Naturalmente la conversazione verte prevalentemente sui piacevoli e sbiaditi ricordi liceali, Ricordo, infine, con molta simpatia, il bidello Agostino (?), al quale gli studenti destinavano i loro innocenti scherzi.
   Le uniche cose che gelosamente conservo del periodo liceale sono, oltre alla citata agendina contabile, una sbiadita fotografia fatta con gli amici sulla spiaggia ed un quaderno con la traduzione, dal greco, dell'Edipo Re di Sofocle.
   Le vicende della vita mi hanno portato lontano dalla mia Calabria: vivo da molti anni nel Friuli Venezia Giulia. Ogni qualvolta torno a Caccuri non posso fare a meno di "scendere" a Crotone per rivedere la città e per visitare, ovviamente, il "Pitagora". Tanti ricordi, tante sensazioni giovanili riemergono. La città è migliorata nei suoi palazzi e nelle sue vie. Il "Pitagora" rimane immutato come struttura e funzione.  E' stato e ritengo sia tutt'ora un punto di riferimento della vita culturale crotonese. Sono orgoglioso di averne fatto parte integrante come studente. Ringrazio, dopo oltre 50 anni, tutto il personale dell'Istituto per ciò che mi ha dato in cultura. Ho costruito le fondamenta che mi hanno assicurato, col passare degli anni, una ignitosa vita sociale.
   Quanto sarebbe bello ritrovarsi con i vecchi compagni di liceo! Agli studenti del "Pitagora" di oggi dico: studiate con impegno, se volete affermarvi nella vita.
   Ringrazio e saluto il Dirigente scolastico prof. Vittorio Emanuele Esposito e l'amico prof. Arcangelo Rugiero per avermi dato questa opportunità. 
                                                                          

                                                                                                                         Vincenzo Sgro

 

                                          A proposito di privilegi

  Il 27 marzo del 1835 Padre generale dell’Ordine dei Predicatori concesse ai confratelli e alle consorelle della Congregazione del SS. Rosario di Caccuri, la partecipazione alle indulgenze e ai privilegi goduti  dai membri dello stesso ordine.
    L'Ordine dei predicatori, fondato nella regione francese della Linguadoca nel XIII secolo dallo spagnolo Domenico di Guzmàn per combattere il catarismo, ebbe tra i suoi confratelli anche Tommaso d'Aquino e Alberto Magno. Inenarrabili le stragi e le persecuzioni, le confische di beni nei confronti  dei catari, detti anche albigesi da parte della chiesa  di Roma, ovviamente unica detentrice della Verità, che lanciò contro di loro addirittura una crociata e istituì il famigerato tribunale dell'Inquisizione che due secoli dopo, con quel brav'uomo di Torquemada raggiunse l'apice della sua gloria.  
  Altri tempi; allora i privilegi si concedevano, oggi si tolgono o almeno lo si fa credere ai sempliciotti e solo per alcune categorie che eccitano maggiormente certi istinti  forcaioli e portano consensi, mentre, contemporaneamente, se ne creano degli altri per sé e per gli amici intimi.

 

                Una bolla che cancella i peccati

   Il 24 luglio del 1824 papa Leone XII (Annibale Francesco della Genga) con una bolla concesse il godimento dell'indulgenza plenaria, un a cosa ancor più potente dell'indulto e dell'amnistia perché prevede addirittura l'intervento di Dio in persona che cancella i peccati e le loro conseguenze, a tutti coloro i quali visitano la chiesetta della Congregazione del SS. Rosario (fra l'altro una delle più belle di tutta la Calabria), in una qualsiasi domenica dell'anno o in occasione della festa del Rosario. Poiché la bolla non è stata mai revocata, quei benefici sono ancora validi. Un ottimo motivo per visitare questo piccolo, sontuoso monumento caccurese. 

 

                                                          GIOVANNI MARULLO, UN GRANDE

    Il 24 giugno del 1881 nasceva a Caccuri  Giovanni Marullo, uno dei figli più intelligenti di questo paese. Fu carabiniere, poi usciere dell'ufficio di conciliazione e banditore. Le sue origini umili non gli consentirono di frequentare le scuole superiori o l'università come invece succede oggi, ma con la sua licenza di scuola elementare e, soprattutto, col suo acume. la sua curiosità, il suo innato amore per la filosofia che, come diceva Aldo Moro, "non conosceva, ma la sapeva", lasciò spunti di riflessioni ed aforismi ancora oggi abbastanza conosciuti. 
   Celebri le sue massime: "Caccuri, acqua, bona, aria bona e collocatore bonu", " 'U paise 'e ra muntagna due  a 'nu figliu 'e marru vuttaru ce runanu 'u do" con le quali se la prendeva con il vizio dei caccuresi di accogliere e promuovere i forestieri, anche quelli incapaci, nullità che gli antichi caccuresi "facevano re" per cui nacque la canzoncina "Ohi Cecè, ohi Cecè, era zinzula e mo' si' re, ma si 'a ventarola vota, torni zinzula 'natra vota." 
   Un altro suo celebre aforisma recita: "Ognunu se sa li menzi ca..si suoi" ovvero, ognuno dovrebbe interessarsi dei suoi casi che, fra l'altro, non conosce nemmeno bene, figuriamoci se può sputare sentenze su quelli degli altri. Un grande caccurese che meriterebbe un monumento o l'intitolazione di una strada. 

         

                                       I SIMONETTA UOMINI DI CHIESA      

                       

   Il 21 maggio del 1535  Giacomo Simonetta, figlio di Giovanni, caccurese, storico del  Ducato  degli Sforza,  e nipote di Cicco, vescovo di Pesaro,  viene  elevato alla porpora cardinalizia da papa Paolo III°. Fu lui l’irriducibile accusatore  del re d’Inghilterra Enrico VIII° che aveva ripudiato la moglie  dando origine allo scisma anglicano.  Il cardinale di origini caccuresi si spegnerà il 1 novembre del 1539. Ventidue anni dopo, nel 1561, anche il nipote Ludovico Simonetta fu nominato cardinale da papa Pio IV.

                                                     I DEL BENE, ILLUSTRI CACCURESI            

     Il 23 marzo del 1971 moriva a Catanzaro il caccurese Enrico Pio Del Bene, tenente colonnello dei carabinieri in pensione.  Il colonnello Del Bene. uno degli alti ufficiali caccuresi assieme al generale di divisione Antonio Rizzo e al generale di brigata Vincenzo Sgro, era nato a Caccuri nel 1885. Il fratello Giuseppe, anch'egli carabiniere, raggiunse il grado di capitano ed era il padre del calciatore Pierluigi Del Bene che negli anni '60 giocò in serie A con l'Udinese e col Napoli e poi col Varese in serie C. 
   Il colonnello fu per un certo periodo anche podestà del nostro paese e, nel corso del secondo conflitto mondiale, ebbe il comando militare di una vasta zona della nostra provincia. Dopo il pensionamento abitò nella casa di via Buonasera, ma passava le sue giornate nella sua proprietà di contrada Pilusella che raggiungeva tutte le mattine. Negli anni '50 ero affascinato dalla figura di quest'uomo austero come tutti i militari, ma nel contempo gentile e disponibile che passava davanti casa mia per raggiungere Pilusella a piedi, con stivali militari,  fucile da caccia in spalla, berretto e un foulard di lino che fuorusciva dal copricapo e gli cadeva sulle spalle e sul collo per proteggerlo dal sole cocente dell'estate caccurese. 
   Negli ultimi anni visse a Catanzaro dove si spense all'età di 86 anni. 


                                                                'A luce 'e Lese

    Queste due foto probabilmente non diranno niente a chi è nato dopo il 1950, ma i miei coetanei e quelli più anziani di noi ricorderanno sicuramente la famosa "luce 'e Lese", la Società idroelettrica del Lese che con la sua centrale idroelettrica sull'omonimo fiume, in territorio di Savelli, forniva energia elettrica a Savelli, Castelsilano, Caccuri e Cerenzia. La centrale, che sfruttava l'acqua dell'antico "Akeronte", affluente del Neto, era costituita da un generatore poco più grande di quello che attualmente vengono montati sui Tir, azionato da una condotta forzata del diametro di una trentina di centimetri. Inizialmente, quando nelle nostre case si usava una sola lampadina e gli elettrodomestici erano ancora sconosciuti, l'energia prodotta era sufficiente ad alimentare i quattro paesi, poi, con l'avvento dei primi piccoli elettrodomestici e l'aumento del numero delle lampadine, cominciarono a nascere i problemi e nei primi anni '50 l'energia elettrica nelle case non era sufficiente nemmeno a rendere completamente incandescente la resistenza delle lampadine tanto che dal soffitto, più che una lampadina, sembrava pendere una brace. Così  nei nostri catoi (bassi) si vedevano accese, sia la la lampadina che emetteva una fioca luce rossastra, sia due o tre steariche sul caminetto. Oltre a questo le reti elettriche del tempo erano piuttosto rudimentali,  scarsamente tecnologiche per cui bastava un alito di vento o un acquazzone a provocare interruzioni di corrente per cui fioccavano le ironie degli utenti sulla società e sugli impianti. La più comune era quella secondo la quale l'interruzione era dovuta a 'na pampina c'avia fucatu l'acquaru" (una foglia che aveva ostruito la condotta forzata). 
     Per questi motivi verso la metà degli anni '50 l'amministrazione comunale di Caccuri si rivolse per alla SME (Società meridionale elettricità) che, mediante un elettrodotto su pali, collegò la centrale di Calusia all'abitato di Caccuri per rifornire la cittadina di energia a sufficienza. Nell'occasione venne anche costruito l'impianto di pubblica illuminazione del centro storico e dei rioni Croci e Parte. La cabina di trasformazione su pali di cemento fu ubicata all'inizio di via Principessa di Piemonte a pochi metri dall'entrata della villa comunale.
   La sera dell'inaugurazione erano presso la cabina, oltre a una grande folla di caccuresi, c'erano il sindaco Francesco Sperlì e una signorina che faceva da madrina. Dopo un breve discorso e l'apertura di una bottiglia di spumante. il primo cittadino girò un interruttore e, come per miracolo, le strade si illuminarono. Per me e per i miei coetanei che non avevamo mai conosciuto la luce elettrica fu un evento straordinario, una specie di magia che ci intimorì un pochino. 

 

                                                       L’Asilo infantile “Giovanni Cena” di Caccuri

   La storia dell’ asilo infantile “Giovanni Cena”, istituzione scolastica caccurese nata nel 1919 per iniziativa della locale sezione dell’Opera Nazionale Combattenti alla quale erano iscritti molti esponenti del Partito Popolare di don Luigi Sturzo, qualche socialista e comunista e che aveva per dirigenti il fabbro Giuseppe Gigliotti ed il reverendo don Peppino Pitaro,  testimonia dell’intelligenza e della solerzia dei caccuresi che, sin dall’inizio del secolo, si batterono, in sintonia con le più belle menti dell’epoca, per promuovere, anche nel nostro sperduto paesello, l’educazione e l’istruzione delle giovani generazioni fin dalla più tenera età.
   A quattro anni dalla sua fondazione, nel 1923, con Regio decreto del 31 ottobre, l’asilo venne eretto in ente morale a seguito di un’ampia ed approfondita istruttoria da parte del Consiglio di Stato. La relazione ne individuava la grande valenza pubblica in quanto l’istituzione era chiamata ad operare in uno sperduto paese di montagna nel quale degrado e miseria erano piuttosto diffusi.
   Nel lungo periodo nel quale funzionò la scuola fu frequentata da un centinaio di bambini e, nei primi anni, ospitò anche una scuola di sartoria e di ricamo gestita da alcune suore e frequentata da decine di ragazze caccuresi. Accusate dai fascisti locali di propaganda sediziosa a favore dei popolari, le suore furono costrette, nonostante un autorevole intervento di don Luigi Sturzo presso il ministro fascista della Pubblica Istruzione dell’epoca, a chiudere la sartoria e, da allora, l’asilo fu frequentato esclusivamente da bambini.      
   Nel secondo dopoguerra l’istituto doveva essere trasferito in un fabbricato rurale di proprietà della famiglia Ambrosio e legarsi al nome di Raffaele e Vincenzo Ambrosio, due giovani eroi di guerra caccuresi (il secondo, caduto in Albania, ottenne la medaglia d’oro al valor militare), ma, per problemi burocratici e finanziari non se ne fece mai nulla e la scuola fu poi ospitata nel vecchio palazzo De Franco di via Buonasera.  A dirigerla fu chiamato il maestro elementare Umberto Ambrosio, ex Podestà e zio dei due eroi che diresse per molti anni, anche la Casa dei poveri. Un’istituzione di beneficienza che forniva un pasto caldo agli indigenti caccuresi e che aveva sede al Vincolato nella casa ora di proprietà di Stefano Giannotti.
   Nei primi anni ’70, a seguito della istituzione della scuola materna statale, l’asilo “Giovanni Cena” decadde e fu soppresso, ma, chi è nato prima degli anni ’50 ricorda ancora le giornate trascorse da bambino, insieme agli altri coetanei, nelle buie, ma accoglienti stanze del palazzo De Franco. 

 

                                                    Il terremoto del 1674            

   Il 25 febbraio del 1674 una forte scossa di terremoto provocò molti danni a Caccuri e ad Akeronthia, l'antica Cerenzia. Il particolare in quest'ultima, cittadina già colpita dallo spaventoso evento sismico del 1638,  crollò il palazzo vescovile e il campanile della cattedrale. Questa nuova calamità che si aggiungeva alle pestilenze, alle carestie e alla carenza di acqua, contribuì ad aggravare la situazione del piccolo centro tanto che due secoli dopo fu completamente abbandonato. 

 

 

                                          GIUSEPPE LACARIA, ANTIFASCISTA CACCURESE

Esattamente 112 anni fa, il 13 febbraio del 1906 nasceva Giuseppe Lacaria, giovane intellettuale antifascista caccurese perseguitato dai gerarchi locali  e costretto a rifugiarsi in Belgio. In questa pagina trovate una breve biografia dello sfortunato giovane

 Giuseppe Lacaria, giovane antifascista morì in esilio a Liegi all’età di 30 anni, nel 1936. Il Lacaria fu, forse, l’unico vero perseguitato politico caccurese nel ventennio o, perlomeno, l’unico nei confronti del quale i gerarchi locali ebbero la mano davvero pesante. Ciò non perché i Caccuresi in camicia nera fossero meno determinati o fanatici di quelli che popolavano le altre contrade del Paese, ma perché l’attività degli altri oppositori, non acculturati e determinati al pari del giovane comunista, non preoccupava più di tanto i custodi della trista ideologia che, in genere, obbligavano al silenzio questi loro più “innocui” avversari con la classica purga. 
     Nato a Caccuri il 13 febbraio del 1906, Giuseppe, si era accostato al marxismo insieme ad un altro giovane caccurese, quell’Alfonso Chiodo destinato a divenire il primo sindaco del dopoguerra. A far nascere nei due ragazzi il gusto e la voglia di fare politica aveva contribuito moltissimo il reverendo don Giuseppe Pitaro, un battagliero sacerdote dirigente della Sezione dell’Associazione Nazionale Combattenti che nel 1919 aveva guidato le lotte dei contadini combattenti per la conquista delle terre assegnate ai reduci in applicazione dei Decreti Visocchi. Don Pitaro, esponente di spicco del Partito Popolare di don Sturzo, ne avrebbe voluto fare due dirigenti del suo partito, ma Giuseppe ed Alfonso, pur rimanendo sempre legati affettuosamente al prete combattente, si liberarono ben presto della tutela politica del religioso caccurese e finirono per iscriversi all’allora clandestino P.C.d’I. 
   Dotato di intelligenza vivissima, Giuseppe, sin da piccolo, mostrò un grande interesse per lo studio ed una accentuata curiosità che lo spingeva a ricercare, sperimentare, capire l’essenza delle cose e della realtà che lo circondava. Proprio questa curiosità gli provocò un grave incidente che ebbe come conseguenza una mutilazione permanente alla mano destra per lo scoppio di una “bomba” all’acetilene che stava confezionando per gioco da ragazzino. L’esplosione gli portò via tre dita, ma ciò non gli impedì, in seguito, di impugnare la penna e scrivere lettere e biglietti agli amici ed ai compagni zeppi di riferimenti critici più o meno velati alla sciagurata politica del regime. Nelle discussioni con gli amici, ma anche per strada, con una spavalderia ed un coraggio frutto del giovanile ardore, non esitava a criticare la politica di regime. Ma, come ebbe a raccontare più volte il suo fraterno amico Alfonso Chiodo, il torto maggiore fu quello di aver cercato di organizzare, anche a Caccuri, una cellula comunista clandestina. Tutto ciò non poteva essere tollerato da podestà, segretario del fascio e militi agli occhi dei quali il Lacaria aveva anche il grave torto di voler studiare e laurearsi al pari dei loro figli, lui, umile rampollo di una famiglia di contadini. 
I suoi avversari presero perciò a perseguitarlo con purghe, minacce e denunce alle autorità di regime. Sentendo sempre più il fiato dei nemici sul collo e paventando l’arresto ed il confino, il giovane studente che si era, nel frattempo ammalato, riparò precipitosamente in Belgio. A Liegi si iscrisse alla facoltà di ingegneria nella speranza di completare gli studi interrotti in Italia. Ma il suo destino era ormai segnato: aggravatesi le condizioni di salute, anche per gli stenti che dovette sopportare per procurarsi da vivere in una terra lontana ed in un clima non certo ottimale per la sua salute, si spense il 25 aprile del 1936 senza aver più rimesso piede nel paese natio. Esattamente 9 anni dopo, nell’anniversario della sua morte, il regime che lo aveva perseguitato sarebbe stato spazzato via dall’insurrezione popolare.
                                                       
Testo di Giuseppe Marino

 

 

 

                                     La cattura di Maria Oliverio, alias Ciccilla

      Esattamente 155 anni fa, il 10 febbraio del 1863 , il bosco di Casalinuovo, in agro di Caccuri, sul versante sud di Serra del bosco, a poche centinaia di metri da Santa Rania, fu teatro di un sanguinoso scontro armato tra i resti della banda del brigante Pietro Monaco  e i bersaglieri del neonato Regno d'Italia al termine del quale fu catturata Maria Oliverio detta Ciccilla, moglie del Monaco, una delle più feroci brigantesse. Eccovi una mia breve ricostruzione dei fatti. 

Quando il 24 dicembre del 1863, dopo aver consumato "il cenone di Natale"  Monaco fu ucciso dal suo braccio destro Salvatore De Marco, alias Marchetta, con la complicità di Vincenzo Marrazzo e di Salvatore Celestino, alias Jurillu in una baracca nella valle di Jumiciello, un fiumiciattolo che  attraversa il territorio di   Pedace, Ciccilla, ferita nell’occasione al braccio, riuscì a scappare e si unì ad Antonio Monaco, cugino del defunto marito col quale raggiunse il territorio di Caccuri. Qui Il gruppo si  aggregò ai briganti Pasquale Gagliardi e Ludovico Russo detto Portella e si rifugiò in due piccole grotte in località Serra del Bosco sul versante verso Cotronei,  a ridosso del fiume Neto. 
   Dopo alcune settimane di permanenza in quegli angusti pertugi,  furono traditi dal brigante Giuseppe Iaquinta che informò della presenza dei fuorilegge il comandante del 37° Reggimento Fanteria della Brigata Abbruzzi di stanza a Petilia Policastro. 
   Il capitano Baglioni decise allora di organizzare una spedizione per la cattura dei briganti e il 7 febbraio con i suoi uomini mosse da Cotronei verso il bosco di Forestella. Per le piogge abbondanti non fu possibile guadare il Neto per cui i soldati dovettero rientrare a Cotronei, ma il  9 mattina, con molti uomini, alcuni dei quali in borghese e vestiti alla calabrese, guadò il fiume, risalì la collina e circondò le due grotte.  L’operazione fu portata a termine da due squadre: una di 29 uomini al comando del sottotenente Ferraris che si portò a monte delle grotte, l’altra, al comando del capitano che si presentò davanti il rifugio dei fuorilegge.  Appena i briganti si videro circondati aprirono un intenso fuoco con i fucili a due canne e i revolver di cui disponevano, standosene a riparo nelle due grotte. Lo scontro fu molto violento. Uno dei primi a cadere fu il brigante Antonio Monaco che ebbe la testa trapassata da una palla, poi fu la volta di Pasquale Gagliardi che, seppure  ferito ad una coscia, continuò a sparare a lungo. Intanto l’altro brigante, Ludovico Russo che si trovava nella grotta a sinistra rispetto agli assedianti, faceva fuoco come poteva con un revolver, non avendo altre armi all’interno del suo rifugio. Pare che sia stato proprio il Russo ad uccidere il guarda boschi di Barracco  Michele Corvino che conosceva da moltissimi anni il Russo, mentre cercava inutilmente di convincerlo ad arrendersi ai soldati.     
     Nell’azione persero la vita anche i bersaglieri Giovanni Spagnolini di Fara Novarese e Francesco Agnolini di Cittaducale. Solo il giorno successivo, dopo una notte di assedio, Ciccilla e il Gagliardi, gravemente ferito,  vista l’inutilità della loro resistenza, si arresero. Il Gagliardi morirà di lì a poco, probabilmente dissanguato, data la gravità della ferita, mentre il cadavere di Antonio Monaco fu decapitato e la testa portata a Cotronei per essere mostrata al giudice.
   Ciccilla, ancora sofferente per la ferita che le era stata inferta dagli uccisori del marito,   fu condotta a Cotronei e, subito dopo, a Catanzaro dove fu processata e condannata a morte, unica brigantessa italiana condannata alla pena capitale. In seguito ottenne la grazia dal re Vittorio Emanuele II che commutò la condanna a morte in ergastolo e fu rinchiusa nella fortezza di Finestrelle (TO), un lager  a circa duemila metri di altitudine tristemente famoso come luogo di pena di tanti  combattenti ed ex soldati borbonici colpevoli solo di essere rimasti fedeli al loro re,  dove pare sia morta una quindicina di anni dopo. 
   Secondo alcuni a catturare la brigantessa fu un reparto  del 58° Reggimento fanteria comandato dal capitano Dorna, ma  la notizia non regge ad una verifica delle fonti ufficiali per cui è da ritenersi infondata. In realtà, il capitano Dorna fu uno degli uomini, assieme al citato Fumel,  che più si diede da fare per neutralizzare il marito, Pietro Monaco, ma non certamente protagonista nella cattura della focosa moglie.
Chi volesse saperne di più può dare un'occhiata a questo link http://www.isolamena.com/LAVORO/STORIA/Storia/ciccilla.htm

 

                                                      Antonio Rizzo, un eroe caccurese

 

Antonio Rizzo, generale di divisione, classe 1885, poliglotta, commendatore, pluridecorato ( ben 27 decorazioni fra le quali due medaglie d’argent una strada, una lapide una qualsiasi citazione a ricordarci la figura e le gesta di questo insigne nostro concittadino.

Nacque a Caccuri  il 6 agosto del 1885, in una casa di via  Portapiccola, da Antonietta Cistaro, maestra elementare e da Salvatore Rizzo, originario di Crotone.  Abitò, da giovane, nella casa paterna di via Salita Castello, ai piedi del campanile della chiesa di Santa Maria delle Grazie e dalla madre imparò a leggere e a scrivere e  ad amare lo studio.  A 20 anni si iscrisse alla Scuola Militare. Frequentò poi l’Università di Napoli dove si laureò brillantemente  in lingue orientali.

Nel 1911 partecipò alla Guerra di Libia. Nel 1918 lo troviamo nelle trincee delle Frasche, sul Carso e su Piave. Il 30 ottobre del 1917, Rizzo, con i suoi soldati, oppose una tenace resistenza al nemico a Codroipo per consentire al resto dell’esercito di oltrepassare i ponti del Tagliamento e salvarsi dalla prigionia.  Sopraffatti da forze preponderanti, Rizzo e i suoi furono catturati, ma l’allora maggiore caccurese , sebbene ferito a un piede, riuscì a fuggire raggiungendo, attraverso la campagna, il fiume che attraversò a nuoto mettendosi in salvo. Poco dopo, al comando  di un battaglione del 152° Reggimento di fanteria (Brigata Sassari), fu protagonista, in Francia, di un’azione epica che gli valse una “Citation a l’Ordre de l’Armée” conferitagli dal generale francese Maistre alla presenza del re Vittorio Emanuele III° che, per l’occasione, gli appuntò sul petto anche la medaglia d’argento. Al comando della sua armata, infatti, benché ferito, sfondò e oltrepassò le linee nemiche, conquistò diverse postazioni avanzate e, incurante del dolore provocatogli dalle ferite, condusse le truppe sulle posizioni conquistate.

Partecipò poi alla Guerra d’Africa, dove catturò l’ultimo Ras ribelle, Ras Destà. Ottenute altre decorazioni, fu nominato Governatore dello Stato del Gimma. Nel corso di altre spedizioni militari fu più volte ferito e, nelle Indie, fu preso prigioniero dagli Inglesi che gli resero l’onore delle Armi.

Nel 1943 , ammalatosi, fu sbarcato a Bari e acclamato da eroe, un onore riservato a ben pochi Italiani. Si ritirò quindi a Trieste, città che aveva scelto come sua residenza e nella quale aveva, in passato, comandato la Brigata Sassari. Qui morì improvvisamente il 2 febbraio del 1951. Per l’estremo saluto al soldato di tante battaglie, giunsero, nella città friulana,  in piazza Garibaldi, dove si tennero i discorsi ufficiali, rappresentanti delle alte gerarchie militari e delle associazioni combattentistiche nazionali.  L’estremo saluto gli fu porto dal tenente colonnello  Mariano Salvo.
   A chi volesse approfondire la storia esaltante  di questo grande personaggio caccurese consiglio il I° Quaderno  dell'UPMED  "9 personaggi di paesi e città di Calabria". 

 



Strada di collegamento Caccuri - Santa Rania

   


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   Uno dei problemi più urgenti da risolvere agli inizi del secolo scorso era quello di un accettabile collegamento tra Caccuri e la sua frazione, Santa Rania. Lo stato di precarietà dei collegamenti creava notevoli difficoltà soprattutto quando, in seguito al decesso di qualche abitante della frazione, se ne doveva traslare la salma nel cimitero del capoluogo.
    Il 13 novembre del 1913, con la delibera consiliare n. 57, il comune chiedeva al governo la realizzazione della strada che avrebbe dovuto collegare i due centri abitati. Copia dell'atto deliberativo fu inviata al Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, al sottosegretario calabrese Nicola Lombardi e ai deputati Luigi Fera e Gaspare Colosimo. Anche quest'opera, nonostante le proteste e gli appelli pressanti al governo, non venne realizzata se non molto tempo dopo, nel periodo che va dal 1954 al 1956 con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno. Nello stesso periodo, e sempre coni fondi Casmez, fu completato il campanile del convento iniziato nel 1515 e mai completato perché i frati domenicani non riuscirono mai a trovare i fondi necessari. 

 

                                                    Omaggio ai personaggi caccuresi  
                                                       Mons. Raffaele De Franco
                                                      Arcivescovo di  Catanzaro

    Uno dei quattro vescovi caccuresi (tre dei quali arcivescovi), mons. Raffaele De Franco, nacque a Caccuri il 30 maggio del 1803, da Antonio e Agata Florio, nel palazzo paterno di  via Buonasera (nella foto), a pochi metri dalla chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie. Dopo gli studi in seminario a Catanzaro  fu ordinato sacerdote nel 1825. Nel 1819 era stato designato quale canonico della collegiata di Caccuri e nel 1827 divenne vicario generale di mons. Giosuè Saggese, arcivescovo di Chieti. 
    Il 21 gennaio del 1852 fu nominato arcivescovo di Catanzaro, diocesi che governò per ben 31 anni lasciandovi la sua impronta indelebile.  Nel 1869 partecipò al Concilio Ecumenico a Roma e fu nominato componente della Commissione dei Canonisti nella quale ebbe modo di farsi apprezzare per la vasta e profonda conoscenza del diritto canonico. 
   Mons. De Franco fu un vescovo legittimista che, per quanto possibile, cercò di sostenere la causa duosiciliana contro la brutale aggressione piemontese. Si adoperò discretamente anche per invitare i possidenti a votare No al plebiscito per l'annessione provocando l'intervento  dell'Intendente Stefano Berni che lo diffidò con una lettera a metà tra la minaccia e la blandizia. 
   Durante il suo mandato pastorale nella diocesi di Catanzaro fece ricostruire interamente il Palazzo vescovile e fece ingrandire il Seminario che egli stesso aveva frequentato in gioventù. Fondò anche l’Istituto dei sordomuti e fece frequentare, a sue spese, a Napoli, un corso di istruzione per l’insegnamento a questa categoria di portatori di handicap, al sacerdote Luigi Spadola. Nell’ottobre del 1880 tenne un sinodo diocesano, dopo circa un secolo dall’ultimo che era stato proclamato dal vescovo Gori. Fece inoltre erigere il campanile del Duomo di Catanzaro, sotto la direzione dell’architetto Michele Manfredi facendovi collocare cinque campane.
   Si spense a Catanzaro il 23 agosto del 1883 e fu sepolto nel cimitero della stessa città. 
   

 

                                                        Omaggio ai personaggi caccuresi  
                                                              Cicco il grande
                                                      
      



    Cicco Simonetta,  umanista, letterato, giureconsulto e politico tra i  più potenti del XV nacque a Caccuri in questa casa di via Misericordia nel 1410 e, dopo aver praticamente fondato assieme a Francesco Sforza  il Ducato di Milano, fu decapitato per ordine del più sciagurato dei figli del duca, il famigerato Ludovico il Moro che finì anch'egli per fare una brutta fine. Purtroppo la casa non si trova in queste condizioni, ma a noi piace sognarla così. 



                          Il trasporto dei defunti poveri     

   Il il 2 febbraio del 1909 il Comune di Caccuri  deliberò di retribuire con 1 lira ciascuno dei portatori, scelti di volta in volta dall’assessore anziano per il trasporto delle salme dei poveri al cimitero di Manca del Rosario. Trasportare una salma dal paese (all'epoca esisteva soltanto il centro storico) al cimitero distante più di un chilometro non era un lavoro da poco e quando moriva un povero era davvero un problema trovare gente disposta a sobbarcarsi questo compito gratuitamente o per rispetto del poveraccio per cui l'amministrazione del tempo e il sindaco Ercole Lucente ricorsero a questo espediente.  Più problematico il trasporto delle salme da Santa Rania, distante quasi 7 chilometri, al capoluogo. A quel tempo non era stata ancora costruita la strada di collegamento che vedrà la luce solo nei primissimi anni '50 per cui i feretri venivano trasportati a dorso di mulo.
  Il problema della sepoltura dei derelitti si riproponeva ancora drammaticamente anche negli anni '60  per cui il vicesindaco del tempo, Salvatore Giuseppe Falbo, fece deliberare l'acquisto di un carro funebre e l'istituzione del servizio di trasporto delle salme che rimase attivo fino alla fine degli anni '80. Come rimessa del carro mortuario veniva utilizzata l'ex vasca di accumulo all'interno della villa comunale trasformata poi i deposito di attrezzi e successivamente  in una specie di torre merlata da usare come palchetto per spettacoli all'interno della villa comunale, ma mai utilizzata per questi scopi. 

                                           Un progetto del caccurese Stanislao Martucci

    L'11 novembre del 1910  il Comune di Caccuri  approvò il progetto di consolidamento della chiesa di Santa Maria delle Grazie redatto dall’ingegnere Stanislao Martucci. L’intervento prevedeva la realizzazione del muro di sostegno del piazzale antistante il monumento quattrocentesco. Il denaro per finanziare i lavori, per  £. 16.850,55 fu reperito con l'accensione di un mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti. Il consolidamento si era reso necessario a seguito dei danni provocati alla chiesa dal terremoto del 1908, quello che distrusse Reggio e Messina.
   L'ingegnere progettista nacque a Caccuri nel 1870.  Era figlio di Giovanni Martucci del segretario comunale del paese. Conseguita la laurea, nel corso della sua breve esistenza realizzò molte opere pubbliche, sia a Caccuri che in altri paesi della Calabria. Una delle più importanti e più belle fu la monumentale fontana Cesare Battisti di Taverna.

 

                                    Il monastero dei Tre fanciulli nel XVII secolo

    Nel 1650 il monastero dei Tre Fanciulli era abitato da tre soli frati: Gregorio Ricciuto e Michelangelo Prospero di Mesoraca e Giovanni Pietro Ricciuto di Altilia. La chiesa era lunga e larga 58 palmi (256 mq. c.a). 
   Il monastero aveva 5 stanze a piano terra, di cui una scoperchiata, adibite a cucina, forno, ciollaro (cantina), magazzino e stalla e 4 stanze al piano superiore. Era circondato da mura.    (Relazione Ricciuto e Prospero del 20-3-1650)
   Nel XII secolo l'antico monastero a due miglia da Caccuri, fondato dai basiliani, con la latinizzazione del rito greco e la donazione di Enrico VI finì ai florensi dell'abate Gioacchhino da Fiore "di spirito imprenditoriale dotato." 

 

                         2 giugno 1946: Caccuri vota la Repubblica e la sinistra

    Al Referendum istituzionale del 2 giugno 1946 nel quale si votava anche per eleggere i componenti dell'Assemblea costituente,  Caccuri si espresse massicciamente, in controtendenza col Sud e con altri paesi della zona,  per la scelta repubblicana e per i partiti di sinistra. In particolare si registrò un trionfo per la Repubblica per la quale si votarono 1035 elettori e elettrici (le donne la prima volta nella storia) pari al 64,3% contro i 574 (35,7%) per la monarchia.
   Per l’Assemblea le scelte si orientarono sui  partiti di sinistra.  Il P.C.I. ottenne 432 voti, il P.S.I.U.P. (socialisti) 318 e il P.C.I. Int. 37.  La Dc raccolse solo 89 voti che però, il 18 aprile 1948 diventarono 418, mentre il Fronte popolare (comunisti e socialisti insieme) ne raccolse 554. L'avanzata della DC caccurese nel 48 si spiega con l'apporto consistente degli ex fascisti, degli ex monarchici e, e di un gruppo di "saragattiani", fascisti e liberali che, spaventati da una possibile rivoluzione comunista, si erano infiltrati nel PSDI, ma che, cessato il pericolo,  accorsero a rafforzare il partito cattolico.

 

5 dicembre 2017

                                Arriva il progresso: il telegrafo e il cimitero

   Il  30 gennaio del 1877 il Comune di Caccuri, mentre era sindaco il barone Guglielmo Barracco,  con una delibera di Consiglio,  chiese l’installazione di un impianto telegrafico che doveva collegare Caccuri alla linea Petilia Policastro – San Giovanni in Fiore per rompere l'isolamento del paese reso più grave dalla mancanza di strade efficienti. Nella stessa delibera si chiedeva il relativo finanziamento alla Deputazione provinciale che non arrivò, per cui l'Amministrazione comunale provvide con soldi propri tra mille ristrettezze.  L’impianto entrò in funzione nel mese di ottobre dello stesso anno. L’ufficiale telegrafico percepiva uno stipendio annuo di 500 lire, una discreta sommetta rispetto ai braccianti e agli operai.  L'anno dopo iniziarono anche i lavori per la costruzione del cimitero in località Manco del Rosario (già proprietà della Congregazione del SS. Rosario) la cui ubicazione era inizialmente prevista in contrada Pilusella. Il lavori erano stati già appaltati alla ditta Francesco Antonio Ambrosio al quale, dopo il cambio del l'ubicazione il comune dovette rimborsare le spese già sostenute prosciogliendolo da ogni obbligo. 

4 dicembre 2017

                                                   Il 25 luglio caccurese



     La sera del 26 luglio 1943, quando anche a Caccuri arrivò la notizia della caduta del fascismo, la popolazione assaltò la sede del fascio saccheggiandola. Le suppellettili, i documenti, la biblioteca che era stata donata al fascio dalla vedova del maestro elementare Marco De Franco, sparirono e non ne rimase traccia. L’unica cosa che si salvò fu il ritratto del giovane Alessandro Gigliotti, primo caduto caccurese nella I^ Guerra mondiale, al quale il fascio locale quale era stato intitolato. Alessandro era il fratello di Giuseppe Gigliotti, fabbro valente, reduce della Grande guerra, fondatore con don Peppino Pitaro, Enrico Pasculli e Pietro De Mare, della Lega dei combattenti e reduci di Caccuri, esponente del Partito popolare di don Luigi Sturzo, poi "arruolato a forza" nel PNF e, per un periodo di tempo, collocatore comunale.  La stessa sera i cittadini in festa cancellarono i "mascelloni" dipinti sulle pareti di alcune case del centro storico.  Qualche giorno dopo uno scalpellino provvide a rendere illeggibile l'epigrafe scolpita sulla lapide dei caduti della Grande guerra in largo V. Ambrosio che conteneva un anatema contro la "perfida Albione" che ci aveva imposto le sanzioni a seguito della nostra vigliacca aggressione allo stato sovrano dell'Etiopia. 

3 dicembre 2017

                                         Luoghi di ritrovo e di svago della vecchia Caccuri

Una delle più antiche bettole caccuresei delle quali si ha notizia è quella aperta nel 1872 da Francesco Marino ( il mio bisnonno), un calderaio di Dipignano trapiantato a Caccuri dove aveva sposato una tessitrice figlia di un possidente poi decaduto, donna Cristina Marasco e che, abbandonato l’antico mestiere, si mise a fare l’oste nel locale a pianoterra della sua casa in via Misericordia.
   Molti decenni  dopo la figlia Luisa  aprì una  osteria in piazza Umberto che rimase in esercizio fino alla metà degli anni ’60.   Negli anni ’30 era stato aperto anche il primo “Caffè” gestito da Antonio Basile in un locale della famiglia Lucente in via Misericordia che avrebbe ospitato in seguito, anche l’ufficio postale.   Nel “Caffè” Basile si poteva gustare, oltre che, il caffè autarchico di cicoria o di orzo, anche la gassosa prodotta in uno stabilimento del Crotonese (la famosa “Acqua e ra Pirucchjiella “ della canzone “ ‘A Caccurisella ) particolarmente apprezzata dai ragazzi, non tanto per il sapore, quanto per la curiosa “Valvola a pallina” che chiudeva la bottiglia e che affascinava le giovani generazioni. Oltre a questi locali vi erano anche due bar; quello di Maria Caputo ( attuale bar Mercuri ) in piazza e quello di Luigi Antonio Quintieri. In quest’ultimo c’era anche un grande bigliardo a stecca per  gli appassionati di questo gioco ed era possibile ascoltare musica suonata una vecchia radio col grammofono e il pick-up collegata a un altoparlante collocati all'esterno del bar.
   Fu grazie a quel gracchiante apparecchio che i ragazzi degli anni ’40 e ’50 impararono a conoscere le voci di Carlo Buti, di Odoardo Spadaro, di Luciano Tajoli, di Nilla Pizzi, di Claudio villa, di Carosone e di altri divi della canzone. Da quell'altoparlante ascoltai per la prima volta la "Tarantella 'e ru lupu 'e ra Sila chi gira e chi vota, te vegni 'na sbota" e " 'U pecuraru re Cerenzia si ne vena la via via, si ne vena facennu 'a cruce, va alla càsa e astuta la luce."  Luoghi molto frequentati erano anche le numerose osterie sparse nel centro storico dove, oltre che a giocare a carte e bere vino, si poteva anche consumare lo spezzatino o  “ ‘a tiella” di capretto. 

2 dicembre 2017

La statua del santo in processione nella celebre scena de “Il brigante Musolino”,  il film di Mario Camerini girata a Caccuri nella primavera del 1950 in contrada Sigillisi (sotto il cimitero) con decine di comparse del luogo, è quella di San Marco. Probabilmente proveniva dalla chiesa di San Marco, poi “pagliera” (fienile)  dei Barracco e attuale villa San Marco.  Fino alla seconda metà degli anni ’50 era stata relegata nella sagrestia della chiesa di Santa Maria delle Grazie, invece di collocarla in una teca di vetro blindata. Da allora se sono perse le tracce. Succede, o almeno succedeva anche questo in un passato più o meno recente. 

1° dicembre 2017

Ecco qui di seguito alcuni curiosi toponimi dell’agro di Caccuri, alcuni dei quali, seppur lievemente modificati, esistono ancora: Canalagi, Cangemi, Sautante, Biamonti, Lenzana, Acqua di Lepori, Gradia, Misocampo, Homo morto, Jemmella, Lo Funaro, Fontanelle, Passo de lo salice, Simigadi, Arcovadia, Lo Perdice.

 

                      

Histats.c