CURIOSITA' ETNO ANTROPOLOGICHE
di Peppino Marinio

                                                                                                                                                                                                                   

                           IL TEATRO VIAGGIANTE NEL SECONDO DOPOGUERRA

 

      Negli anni ’40 dello scorso secolo, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, anche  Caccuri era meta di compagnie teatrali viaggianti sui carri di Tespi che giravano in lungo e in largo la penisola cercando di sbarcare il lunario facendo dimenticare alla gente gli orrori della recente guerra con le loro “mirabolanti” commedie. Spesso, qui da noi, attori e capocomici erano vittime di piccole truffe e raggiri messi in atto da non troppo onesti giovanotti che si intrufolavano nel teatrino improvvisato (in via Parte nel garage Ambrosio o nel palazzo De Franco) con le più furbesche trovate, senza pagare il biglietto. Alcuni personaggi delle opere rappresentate divennero così popolari da trasformarsi in soprannomi di gente del luogo come "Famiglio", soprannome del compianto, carissimo compare Rocco Parrotta.

                                                                   A MARIETTA MORRONE LOPEZ
                                                                          di Umberto Lafortuna

 

      Riordinando i miei archivi mi è capitata tra le mani la fotocopia di questa stupenda ode del poeta Umberto Lafortuna dedicata alla signora Marietta Morrone Lopez che mi sembra degna di essere tramandata ai posteri per la bellezza dei versi e quella di due persone come la signora Morrone e l'illustre maestro caccurese che, oltre all'amica in questione, celebrò con il suo canto anche alltri amici come Ernesto Benincasa e Vincenzo Guzzo mettendo in luce tutta la sua grandezza, non solo di poeta per l'infanzia e vernacoliere. 

     Trascrivo questo capolavoro per chi non avese dimistichezza con la grafia di un tempo.

A Marietta Morrone Lopez con sincera, devota amicizia.

Diana nella caccia ebbe fortuna
Perché inseguì gli uccelli con la luna,
Ma tu, senza la luna e senza stelle,
Ai buoni colpi alterni le padelle.

Ma se la dea ti vinse per bravura
Nel giusto tiro, non te ne turbare
Quell'era zitellona e niuna cura
alla famiglia la potea legare.

Invece sposa, madre assai virtuosa
Conforto, luce, amor della famiglia,
Più di Diana tu sei preziosa
Sei rara perla nella tua conchiglia.

Caccuri 27-12-1929
Umberto Lafortuna

                                                                   TACCE E POSTE

 

 

    Chi ha meno di quarant'anni difficilmente avrà mai visto una "posta o una taccia", ma chi ha la mia età le ricorda benissimo perché gli capitava di vederle quotidianamente. Le poste si trovano ancora negli allevamenti di equini o in qualche scuderia, ma le tacce sono sparite da decenni cancellate dalla tecnologia come le macchine da scrivere, il calamaio, il lume a petrolio, perfino il flop disk. 
    Le tacce erano piccoli chiodi con la testa schiacciata a forma di ottagono che servivano per chiodare le scarpe dei contadini come misura antiscivolo, ma anche e soprattutto per preservare la suola e farla durare più a lungo. Erano quegli scarponi sporchi di terra che la sera il contadino puliva accuratamente e spalmava di sego (sivu), grasso di equini o di bovini, ma che i nostri nonni più poveri prelevavano dalla "vissica", la vesciga di grasso di maiale, praticamente strutto. L'operazione aveva lo scopo di ammorbidire la tomaia e proteggerla dalla terra e dagli agenti atmosferici per evitare che si tagliuzzasse.  Per molti le scarpe con le tacce, oltre che essere adoperate in campagna, erano anche le calzature per le feste e per i ricevimenti, tanto allora, almeno da noi, non ci si imbatteva in un pavimento con le piastrelle di ceramica o in marmo, al massimo ricoperto di vecchi mattoni cotti in uno dei mattonifici della zona come quelli di San Lorenzo o di Cerenzia. Le poste, invece, erano i chiodi con i quali i maniscalchi fermavano il ferro di cavallo, di asino o di bovino sullo zoccolo dopo averlo spianato accuratamente spianato con la "rosula", un particolare scalpello. Dopo aver posizionato il ferro e fissato le "poste", il maniscalco le spuntava con una tronchesi e la cavalcatura era pronta per il lavoro.  
 

P.S.
Il maniscalco nella foto era il compianto mastro Pietro Di Rosa, mentre il proprietario del mulo era zu Rosario Pasculli (Rusaruzzu 'u muletterri dei Barracco).

 

                                          SANTA RUMINICA

       Fino alla metà del secolo scorso quando un cacciatore uccideva un lupo riceveva il plauso di tutto il paese, soprattutto dei pastori ai quali la povera bestia ogni tanto scannava qualche pecora. La carcassa dell'animale  veniva portata in trionfo per le strade del paese seguita da una folla festante. Nella bocca si infilava un legno appuntito al quale era stata  infilzata un'arancia per tenere spalancate le fauci dell'animale e ognuno offriva un dono a colui  che aveva liberato il paese dalla bestia feroce. Una curiosità: il lupo ucciso con l'arancia in bocca veniva chiamato "Santa Ruminica" (Santa Domenica), forse perché, in ricordo del rispetto dei leoni nei confronti della santa che si rifiutarono di sbranarla quando fu condannata al martirio per cui i carnefici dovettero decapitarla, era considerata anche la patrona del lupo. I lupi venivano anche scherzosamente definiti dai nostri nonni "vacaturi", sfaccendati, nemici del lavoro. 
    L'ultimo lupo portato in "processione" nel paese fu ucciso, sul finire degli anni '50, dal signor Vincenzo Pasculli, impiegato comunale che praticala come hobby la caccia. 

                                                 CIAVULE (taccola, corvus monedula)

   "Che fine hanno fatto 'e ciavule?" è la domanda che ci poniamo in molti dopo la scomparsa di questi socievoli animali che  fino agli inizi degli anni '90   vivevano nei fori per impalcatura (grupi 'e nnàita)  del castello, nonostante la caccia spietata che gli davano i ragazzi con le loro frecce (fionde) da non confondere con i dardi  che scagliavamo con  l'arco (freccia a spizzìnguli dove 'u spizzìngulu era appunto il dardo). Per evitare equivoci  dirò  che, oltre che i dardi, con il sostantivo spizzingulu indichiamo anche la parte della tagliola per gli uccelli dove viene collocata l'esca.
   Ogni anno, nel periodo della nidificazione, quando nascevano i piccoli, decine e decine di ragazzi stazionavano nella villa comunale, ai piedi del castello sul lato nord e con le loro fionde tenevano lontane le madri che cercavano disperatamente di portare cibo ai figlioletti. Quando i piccoli, affamati si affacciavano dal foro in cerca della loro madre che tardava, spesso cadevano di sotto ed erano facile preda dei monelli, altre volte venivano colpiti dalle pietre scagliate dalla fionde finendo comunque a terra. Allora, purtroppo,  erano altri tempi e non c'erano ancora o perlomeno non operavano nella nostra zona le associazioni per la protezione degli animali come la Lipu per cui nessuno si premurava di far finire quel gioco crudele.  D'altra parte anche adesso, nonostante siano state approvate diverse leggi per proteggere gli animali, non si riesce ancora a vincere la battaglia contro la caccia. "Bisogna pazientà fino ar momento che quarche legge nun distinguerà chi ce fucila pe' necessità da chi ci ammazza pe' divertimento" scriveva  Trilussa, ma quel momento non è ancora arrivato. Comunque, nonostante quella spietata, barbara usanza, le ciavule non hano mai abbandonato il nostro paese e ci facevano tanta compagfnia; lo hanno fatto invece, stranamente, quando quella stupida caccia era cessata da oltre vent'anni. Chissà perchè? 

                                                                     ‘U RRUMMULU 

    Prima di parlare del gioco bisogna premettere che, per il 90%,  i "rrummuli" dei fanciulli caccuresi, erano fabbricati dagli stessi, spesso mettendo a repentaglio le mani esposte, pericolosamente, alle asce o alle raspe. Ma si trattava, quasi sempre, di veri e propri gioielli. I migliori erano quelli di "ilice" (elce, leccio), un legno molto duro che preservava " ' u rumulu" dai danni di cui parleremo in seguito. Le trottole che si compravano nei negozi, colorate e con la parte inferiore rigata, venivano disprezzate dai ragazzi che le chiamano spregiativamente "tavulonzi" (tavoloni, pezzi di legno molliccio).  Il gioco consisteva nel lanciare la trottola, attorno alla quale si attorcigliava un lungo spago,  cercando di colpire con la punta, quella del malcapitato di turno che era costretto a "parare", cioè a lasciare la propria trottola per terra alla mercè degli spietati compagni. Ovviamente le punte delle altre trottole lasciavano il segno, soprattutto se quella "parata" era un "tavulonzo". Se non la si colpiva direttamente, il lanciatore aveva la possibilità di prendere sul palmo della mano la propria trottola mentre ancora girava, accostarsi a quella "parata" e colpirla con la propria ancora in movimento. Se il lanciatore non riusciva a colpire la trottola direttamente o nemmeno  con la sua prendendola sul palmo della mano mentre ancora girava o, addirittura, non riusciva a fare girare la propria, doveva rassegnarsi a "parare" a sua volta "il suo rrummulu"  e assistere ai generosi tentativi di disintegrarglielo.
   Per stabilire a chi "toccava l'onore" di "parare" per primo, si tracciavano per terra dei cerchi concentrici (bersaglio) e si lanciavano le trottole. Chi colpiva più lontano dal centro o non riusciva a far girare la trottola, doveva rassegnarsi a fare da prima vittima.
    Per lanciare la trottola (minàre 'u rrummulu) c'erano due modi: " a mazza" e a "tira lazzu". Il primo era la tecnica che usavano quelli bravi, i campioni, il secondo quello delle schiappe come me. Per lanciarlo "a mazza" si avvolgeva la cordicella alla trottola, si portava la mano destra più o meno all'altezza dell'orecchio destro e si faceva roteare il braccio dall'alto verso il basso.  In questo modo si imprimeva al giocattolo una quantità di energia molto forte e la trottola girava molto più a lungo. Nel secondo caso, invece, la si portava all'altezza del petto e la si lanciava in avanti quasi parallela al terreno imprimendole una quantità di energia molto minore. 
   Anche di questo gioco esisteva una variante detta della "fossarella" (la buca). Tracciato il bersaglio, si scavava una piccola buca nel terreno alla distanza di una decina di metri. Stabilito col sistema del bersaglio  chi doveva "parare" la prima trottola, si stabiliva anche il numero delle "pernate", cioè dei colpi che ogni singolo giocatore   poteva infliggere alla trottola che finiva nella buca,  col perno metallico del suo "rrumulu". Allora il malcapitato di turno posava la sua trottola al centro del bersaglio e gli altri lanciavano il loro "rrummulu" cercando di colpire quello dell'avversario e infliggergli il primo danno. Poi prendeva la sua trottola sul palmo della mano mentre ancora girava, si avvicinava a quella posta a terra e gliela lanciava contro cercando di spingerla verso la buca. Questa operazione poteva essere ripetuta, dallo stesso giocatore, fin quando la sua trottola girava. Se sbagliava doveva depositare, a sua volta, la sua, nello stesso identico punto nel quale si trovava quella non colpita. Alla fine una delle trottole finiva nella buca e tutti i giocatori, a turno, le assestavano il numero delle "pernate" prestabilito tra le lacrime del povero proprietario. A volte, per evitare l'onta e i terribili danni al proprio "rrummulu", il poveraccio, lo afferrava di colpo e se la dava a gambe e allora erano botte da orbi.
  Per dovere di cronaca va detto che il più grande giocatore di "rrumulu" che io abbia mai conosciuto era il mio carissimo amico e coetaneo Antonio Mercuri che saluto con affetto.

 

                                                                             ‘A JOCCA  

" Me para ca se vo' parare jocca" esclamava mia madre quando una gallina cominciava a crocchiare e col un comportamento insolito, manifestava il suo "desiderio di maternità".  Allora la mamma prendeva una cesta di vimini, qualche straccio e si affrettava a prepararle il nido contenente un discreto numero di uova, sempre, chissà per quale arcano mistero, in numero dispari, che la chioccia si affrettava pazientemente a covare. Allora anche per noi fanciulli iniziava un'attesa impaziente che durava fino a quando le uova non cominciavano a schiudersi e i pulcini completavano l'opera liberandosi completamene dal guscio. Qualche volta capitava che fra le uova ve ne fosse uno "cuvatusu" cioè non fecondato dallo sperma del gallo, destinato fatalmente a marcire sotto la chioccia per cui dovevamo sorbirci il suo pestilenziale odore.  Ogni volta che la chioccia si prendeva una breve pausa allontanandosi per qualche attimo dal nido correvamo a esaminare attentamente le uova nella speranza di scorgere  qualche segno di vita.  Poi, quando nascevano i pulcini  e la covata cominciava a razzolare nel cortile, la seguivamo a prudente distanza perché la chioccia, temendo che volessimo far male ai piccoli, centuplicava la sua aggressività. Oggi anche da noi è difficile trovare qualcuno che allevi ancora galline e chi lo fa le compra già quasi adulte, di quelle nate nelle incubatrici.  Insomma una sorta di fecondazione assistita. Per le galline non si applica la legge 40 e la chiesa non è contraria alla riproduzione dei polli con metodi artificiali. Almeno per ora.  Addio vecchia, nevrotica, amata jocca!

 

                                                              ‘U RIOLU

    L’orzaiolo è una fastidiosa infezione di alcune ghiandole dell’occhio che si manifesta con una leggera tumefazione della palpebra, un malanno non molto grave che di solito guarisce da solo senza problemi, ma che comunque è bene non sottovalutare.
        La causa dell’orzaiolo, in dialetto “riolu”, secondo i nostri nonni aveva un’origine curiosa.  Insegnavano in fatti i nostri antenati che bisognava fare molta attenzione, quando si mangiava in presenza di una donna in stato interessante e e invitarla ad assaggiare un po’ di tutto di quello che si stava mangiando. Qualora chi mangiava trascurasse di farlo per maleducazione o semplicemente per sbadataggine  e la donna desiderasse assaggiare una qualsiasi pietanza, magari senza chiederlo per discrezione, lo scortese commensale sarebbe stato colpito, senza alcun dubbio, da un’orzaiuolo, ‘nu riolu, appuntu, mentre il bambino sarebbe sicuramente nato con una voglia.  Che dire, ragazzi, anche se oggi nei nostri paesi è sempre più improbabile imbattersi in una donna incinta vista lo spaventoso decremento demografico e se le occasioni per mangiare in compagnia praticamente non esistono più, stative accorti, non si sa mai.

 

                                                      ‘U PUTIGHINU (IL TABACCHINO)

   Fino alla fine degli anni ’60 del secolo scorso nel territorio caccurese esistevano ben 5 rivendite di “Sali, tabacchi e chinino di Stato” (Putighini). Tre erano ubicate a Ponte di Neto, Botteghelle e Santa Rania, 2 nel capoluogo (via Misericordia – Maria Mele, vedova Dardani ) e via Chiesa (Giovanni Marullo).  Negli anni ’20 e ‘30 ve ne era una sola gestita da Domenico Caccuri (Micuzzu Caccuri).
   Nei vecchi “putighini”, a partire dal 1895, si poteva comprare, oltre al tabacco e al sale generi del monopolo di Stato, anche il chinino, il famoso alcaloide che serviva per curare la malaria, una malattia diffusa in tutta l’Italia post unitaria, un medicinale prodotto dagli inglesi che ne avevano il monopolio e venduto a caro prezzo il che condannava i poveri a rinunciare alle cure. Per risolvere il problema, grazie all’interessamento del deputato e glottologo Federico Garlanda, fu approvata una legge con la quale lo Stato acquistava grandi quantitativi di chinino per rivenderlo a prezzi popolari nelle farmacie e nelle tabaccherie.

                                                                                  'A ZAGAROGNA

    Negli anni ’50 la vecchia corriera  per Crotone passava da Caccuri alle quattro del mattino, nel buio più pesto. Per questo motivo i Caccuresi l’avevano simpaticamente ribattezzata “ ‘a zagarogna”, il barbagianni, che, come è noto, è un uccello notturno.  A quei tempi un viaggio a Crotone o a Catanzaro poteva a volte trasformarsi in un'avventura, se non un incubo. Non era infrequente, infatti che la vecchia corriera forasse o l'acqua del radiatore andasse in ebollizione il che costringeva lo "chafferro", come lo chiamavano i nostri nonni, a un supplemento di fatica pe riparare il guasto. Fra l'altro doveva percorrere la tortuosa e a tratti sconnessa 106 per cui, per raggiungere da Caccuri la "città di Milone" impiegava oltre un'ora quando tutto andava bene. Verso la metà di quel decennio, oltre al pullman della ditta Romano, erano in servizio due noleggiatori, Luigi Pisano, con una Fiat Diesel 1400 e l'anziano Domenico Capozza con una delle prime Fiat 600.

 

                                          QUANDO SE 'MMIAVA LA CAMPANA

    Fino a quasi la seconda metà del secolo scorso la grande campana della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, fusa nel 1578 da Angelo Rinaldi per l’Università di Caccuri, veniva suonata a distesa ( 'mmiata) facendola oscillare pericolosamente  nel giorno in cui veniva eletto un nuovo papa. Quattro robusti giovani la spingevano con forza per imprimerle un moto oscillatorio. La cosa si ripeteva per alcuni minuti per comunicare l' "habemus papam" ai contadini sparsi per le campagne caccuresi. Il suono era così forte, assicuravano i vecchi caccuresi, che i rintocchi raggiungevano Altilia e Belvedere di Spinello. Il 2 marzo del 1939 in occasione dell’elezione al soglio pontificio di Eugenio Pacelli, papa Pio XII°, dopo qualche oscillazione all'improvviso si staccò il battaglio che finì su di un tetto di una casa di fronte il campanile sfondandolo. Da allora, per motivi di sicurezza, si pose fine a questa antichissima tradizione, ma il suono armonioso delle campane di Santa Maria delle Grazie, suonate magistralmente dal compianto Alfredo Rao, sagrestano della parrocchia, o da altri maestri campanari, specialmente in ocacsione di festività solenni, fu udito fino agli ultimi decenni del secolo scorso. 

 

                              FARFALLE E UPUPA NEL CULTO DEI MORTI CACCURESI

                                                 

  
Fra i nostri antenati, almeno quelli caccuresi, erano diffuse alcune curiose superstizioni che, ancora fino a qualche decennio fa, ci complicavano la vita e, spesso, creavano conflitti generazionali. Una era particolarmente stravagante. Una farfalla notturna che entrava in casa nelle calde serate estive attraverso una finestra lasciata aperta era, per i vecchi caccuresi del secolo scorso, sicuramente l’anima di un familiare defunto e veniva lasciata libera di circolare per casa. Ogni tentativo di scacciarla da parte di qualche “più sprovveduto” giovane componente della famiglia era pesantemente represso e l’incauto severamente redarguito.
  Altra superstizione sul tema della morte era  il canto dell’ùpupa (‘a pigula), il bellissimo uccello notturno celebrato anche dal Foscolo (l'ùpupa, e svolazzar su per le croci | sparse per la funerea campagna), nelle vicinanze del paese, era sicuramente un presagio di morte. Il giorno dopo, o al massimo nel giro di un paio di giorni, sicuramente qualcuno avrebbe cessato di vivere. Stesso valore premonitore aveva il guaire lamentoso e insistente di un cane.

 

                                         MATRIMONI E VISCUVATI RE LU CELU SU' CALATI

 

    Si sa, "Matrimoni e vIscuvati re lu celu su' calati", ma  le ragazze caccuresi in età di marito, nei secoli scorsi, avevano un sistema infallibile per sapere in anticipo che tipo di marito era loro destinato: quando volevano conoscere la sorte nuziale che le attendeva, gettavano  per strada una pietruzza e, dalla "meza porta"  guardavano attentamente il primo uomo che passava. Se era un contadino quella ragazza avrebbe sposato sicuramente un contadino, se passava un artigiano, sicuramente sarebbe stato un artigiano a portarla all’altare e così via.
    Per conoscere il loro futuro e se la fortuna sarebbe stata loro amica, ricorrevano, invece, a un oracolo originale, un rito particolare che veniva celebrato nel mese di giugno, il 23, vigilia della festa di San Giovanni Battista e il 28, vigilia della festa di San Pietro e Paolo. Dopo aver tagliato e bruciacchiato un fiore di cardo selvatico, lo esponevano sul davanzale di una finestra rivolta verso il mare e recitavano la seguente preghiera: “San Petru e San Paulu e San Giuvanni re Dio, facitime virere si fiorisca la fortuna mia.” Se il mattino dopo il cardo era rifiorito era presagio di grande fortuna se, viceversa, rimaneva bruciacchiato, era segno che la Dea bendata non era amica.