Caffe di un tempo
Il caffè di un tempo che fu
di Giuseppe Marino

  

 

                                                                            

      Chi, in un giorno qualsiasi verso la fine degli anni '50, magari in una splendida giornata di primavera,  avesse avuto la ventura di percorrere una  stradina del paese, nel centro storico o fra le quattro case dei Croci, avrebbe sentito un profumo intenso che usciva dalla "menzaporta" e si spandeva per ogni dove solleticando le narici e la gola, penetrando fin nelle fibre più intime del corpo fino a creare sensazioni inebrianti, celestiali che gli avrebbero fatto benedire quel posto, quella strada, quella giornata, quelle mani che producevano quel miracolo, il Creatore che aveva creato quel profumo: il profumo del caffè abbrustolito. A quei tempi, infatti, non si trovava ancora il caffè già tostato o, addirittura, macinato, pronto da schiaffare nella Moka per prepararti, in due minuti, un caffè che poi magari trangugiavi d'un  fiato senza nemmeno assaporarlo per correre veloce al lavoro come si fa adesso; allora,  quando la gente non aveva ancora la dannata fretta che ha oggi, quando i tempi del vivere, del lavorare, dell'alimentarsi erano più duri, ma più lenti, più a misura d'uomo, il caffè te lo dovevi preparare pazientemente, con lunghe e complesse operazioni, ma, in compenso, ti godevi con calma quei momenti, ti gustavi quei piccoli, impagabili piaceri che compensavano in parte la fatica dello stare a questo stramaledetto mondo.
   Per cominciare in paese si trovava solo caffè crudo; gran parte arrivava con i pacchi dal Brasile o dall'Argentina dove molti avevano parenti, assieme allo Yerba Mate; chi, invece, non aveva questa fortuna, poteva compralo nelle bottegucce del paese, da za  Rosina  Fazio,  Vincenzino De Rose e Maria Pignanelli nel centro storico o di zu Luigi Pizzuto e Maria 'e Guglielma nel rione Croci. Una volta procurati i preziosi semi dal colore verdognolo, li si metteva in un curioso attrezzo, " 'u spitillu", un contenitore cilindrico di latta  nel quale si apriva un piccolo sportellino e che ruotava su un perno centrale che finiva con una impugnatura. Questo mirabile attrezzo, col ventre pieno di caffè crudo,  veniva collocato su un sostegno di ferro " ' u tripiricchjiu" sotto il quale ardeva un bel focherello.


                                             'U spitillu

A questo punto la massaia faceva ruotare lentamente " 'u spitillu" come una sorta di girarrosto in modo da abbrustolire i chicchi di caffè in modo uniforme e senza farli bruciare. Ed era in quei frangenti che quel profumo intenso e inebriante mandava in estasi chiunque si trovava  a circolare nel raggio di qualche centinaio di metri.
   Completata la tostatura il caffè veniva macinato nei macinini a manovella che andavano da quelli più semplici, a forma di cubo col cassettino in basso, a quelli più sofisticati, veri e propri oggetti di culto. Un macinino da parete, molto suggestivo,  lo si poteva ammirare nella casa di Giovanni Guzzo,  padre del mio amico Egidio, in viale del Re, un oggetto bellissimo che incuriosiva e affascinava noi ragazzini dell'epoca., come i vecchi grammofoni a molla che si potevano ancora ammirare in qualche casa del paese, come quello, ad esempio,  del signor Michele Mercuri. 

                                              
                                                                               Macinini

Ottenuta la polvere, era il momento dell'ultima operazione prima di poter gustare un buon caffè. Allora la massaia prendeva la vecchia macchinetta napoletana e la caricava con la polvere profumata. Poi faceva bollire l'acqua nella parte inferiore della caffettiera, quindi la rovesciava affinché l'acqua bollente  filtrasse attraverso il crivello ed  il caffè colasse nella parte della caffettiera col beccuccio.

     
                                                                        Caffettiera napoletana


Purtroppo le massaie dell'epoca non conoscevano il segreto del famoso "coppetiello" che imprigionava l'aroma e che il grande Eduardo ci avrebbe poi svelato in "Questi fantasmi" per cui, anche se, generalmente il caffè alla napoletana era un buon caffè, a volte capitava che fosse anche, come avrebbe detto un altro grande artista napoletano, il mitico Totò, una ciofeca. Però, anche quelle "ciofeche" ci mancano tanto, ma davvero tanto. " Sarà el tempo!", direbbe malinconicamente Lino Toffolo.

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