<                          Sulla sdraio
                                                                di Peppino Marino
  
   Di questi tempi, col caldo soffocante che ci opprime, non è facile lavorare, non è facile scrivere, spesso non è facile nemmeno pensare. Lo si può fare solo se ci si limita a pensieri brevi, scritti altrettanto stringati, riflessioni fugaci sugli avvenimenti che ci scorrono davanti, magari mentre ce ne stiamo distesi "Sulla sdraio" (chi se lo può permettere)

                  

                                                                  E' tempo di alive ammaccate



    Ed eccoci alla preparazione delle "alive ammaccate", una prelibatezza che ci è stata tramandata dalle nostre bisnonne assieme alle "alive alla cinnara" e alle "alive 'mpornate." Preparare le alive ammaccate non è difficile: bisogna selezionare le olive verdi e sane, ammaccarle con un martello, togliere il nocciolo e metterle in acqua dolce per diversi giorni avendo cura di cambiare spesso l'acqua fin quando non perdono il sapore amaro. A questo punto si mettono in un contenitore con sale, origano e aglio tritato finemente mescolando a lungo. Poi si possono gustare in tutta la loro bontà. Più complicato il procedimento per preparare le "alive alla cinnara", ma di questo parleremo un'altra volta. 

                                                    L' INFELICITA' DEI RICORDI FELICI

   Stamattina, passeggiando per le strade di San Giovanni in Fiore, sono passato davanti a questo che negli anni '60 era una specie di "luogo di perdizione", una sorta di paese dei balocchi per tanti miei compagni birichini che marinavano volentieri la scuola per trascorrere più piacevolmente la giornata nel famoso bar Biondo a giocare a carte o a bàzzica sul magnifico biliardo che faceva bella mostra di sé al centro del locale.  Molti di loro, comunque, magari dopo averci rimesso un anno scolastico sono diventati dei bravi professionisti che si sono fatti onore in molti campi. Non ho mai fatto l'esperienza di una mattinata al Biondo e forse mi manca qualcosa. In compenso nel corso dell'ultimo anno della scuola superiore per non chiudere la mia carriera scolastica senza mai avere provato l'ebbrezza della trasgressione, assieme a un paio di compagni di scuola ho marinato tre o quattro volte anch'io, ma da buoni epicurei, ci imboscavamo in una cantina dei Cappuccini a gozzovigliare con sardella e vino. Prima, però, passavamo da un forno dove alcune signore che ci avevano preso in simpatia e ci regalavano un paio di "junte" di olive infornate che rendevano un po' più vario il nostro pasto, comunque più gustoso di un'ora di filosofia o di latino. In omni adversitate fortunae infelicissimum est genus infortunii fuisse felicem. 

                                                            Rime da cani

Il mestier del taglialegna
è un mestier che dà guadagno;
basta sol un po' d'ingegno
e, ovviamente, molto impegno. 

 G. Marino (da Rime sciolte come i cani )

 

                                       L'arte di un Parrotta che si rinnova



    Ogni volta che mi capita di far visita a mio cugino Vincenzo Parrotta nel suo laboratorio di via Misericordia, già bettola del mio bisnonno Francesco Marino, poi bottega di calzolaio di nonno Peppino e forgia di zio Michele Marino, è una grandissima emozione; non solo perché in quei trenta metri quadri scarsi ci sono le mie radici; non solo perché Vincenzo è il ritratto di mio padre, la vocina timida di mio padre. la ritrosia di Genuzzu Marino; non solo perché  finisce quasi sempre per dare una "grattatina" alla chitarra tale e quale lo zio "Genuzzu", ma soprattutto perché  mi fa sempre la sorpresa di farmi trovare un quadro nuovo dando sfogo all' inesauribile vena artistica, tanto per restare in argomento zio - nipote. 
    Oggi pomeriggio ho avuto il grande piacere di ammirare l'ultima opera di quest' uomo umile e schivo: una riproduzione del "giovanissimo" rione Croci colto  nel 1925, a pochissimi anni dalla costruzione delle prime case (1919), un  quadro, questa volta, in bianco e nero ma che sfrutta abilmente il colore del supporto di compensato per conferire al paesaggio una luce particolare e accattivante. Non si tratta, ovviamente di un quadro impressionista, ma di una originale rivisitazione di questo (a quei tempi) magico luogo per metterne in evidenza, attraverso un tratto a volte più accentuato, a volte molto sfumato, quegli angoli che più colpiscono ed emozionano l'Autore. Un quadro veramente bello e insolito per Vincenzo, che testimonia della continua ricerca di nuove forme espressive. Credo che l'arte di mio cugino meriti davvero un'attenzione particolare che riceverà, ne sono certo, quando si deciderà ad allestire una mostra permanente.  

                                                    Marmellata biologica

   Ricordate il "bottino" di frutta biologica di due giorni fa? Bene, è stato trasformato quasi tutto in marmellata con il procedimento della nonna e senza aggiunta di coloranti, conservanti e di tutti quegli anti dei quali fa abbondante uso l'industria conserviera. Nella nostra marmellata ci sono solo frutta e zucchero, l'unico additivo che non produciamo direttamente, ma ci stiamo attrezzando anche per questo. Domattina ci aspetta una colazione leggera e salutista con le nostre marmellate fatte in casa. Siete tutti invitati.

                                                             La vendemmia

   Eccoci qua: ridendo e scherzando anche per quest'anno abbiamo vendemmiato. Certo il mio non è il vigneto non è quello di un grosso produttore di vino, ma un ettolitro e mezzo alla fine lo mettiamo nelle damigiane che per il mio consumo personale non è sufficiente, ma è già qualcosa.  In passato ho sempre trascurato la vitivinicoltura, anche perché non mi ritenevo all'altezza, ma da tre anni ho cominciato a piantare maglioli e stendere propaggine per incrementare la produzione. Fra un paio d'anni i risultati dovrebbero vedersi e allora, come diceva mio suocero, "allu catarru vinu cu' lu carru". E io di catarro ne soffro spesso. 

                                                       Quella maledizione che ti stimola a produrre


    " Chi zappa vivari acqua" recita un antico adagio del quale, per ovvi motivi ometto la seconda parte. Ma non è sempre così; io dico che chi zappa (non chi WhatsApp) si porta sempre a casa qualcosa, anche nelle male annate. Questo, per esempio, è il mio bottino di stamattina: uova fresche di giornata, mele, pere, peperoni, susine, fichi, frutta biologica e vino "senza suffra." E poi la soddisfazione di sentirsi utili a se stessi e di guadagnarsi il pane, pardon, la frutta e la verdura con quel "famoso" sudore della fronte dell'altrettanto famosa maledizione. 

                                                                  Mdp? No, grazie

    Leggo che Bersani, Speranza e altri miei ex compagni del PCI, usciti con notevole ritardo dal PD, hanno trovato un accordo con Pisapia al quale riconoscono la leadership di MDP.  Da ciò deduco che dovrò restare per il resto dei miei giorni senza un partito. Peccato! Avevo sperato tanto in qualcosa di meglio che mi ridesse un po' di speranza (quella con la minuscola) e un po' di entusiasmo, ma votare per un partito che ha per leader un politico che ha votato si allo stravolgimento della Costituzione proprio non mi convince. Meglio conservare la mia libertà politica che è una delle cose alle quali tengo maggiormente. 

                                                  Un caffè "letterario" con un grande amico

   E' stato davvero piacevole e interessante, ieri pomeriggio, chiacchierare per un'oretta, davanti a un buon caffè, col mio amico Valentino Romano, uno dei due autori del saggio "Brigantaggio e rivolta di classe", un libro scritto a quattro mani con Enzo Di Brango, scrittore, ricercatore e critico letterario di Le Monde diplomatic che a mio avviso costituisce una pietra miliare nell'opera di rivisitazione di questo complesso fenomeno storico a volte eccessivamente mitizzato ed elevato al rango di rivolta patriottica in difesa di un regno e di un re aggrediti e sottomessi, a volte dileggiato e considerato esclusivamente puro banditismo, fenomeno delinquenziale finalizzato al saccheggio, alla grassazione, all'estorsione. Raramente, e solo grazie all'opera di qualche grande intellettuale, si è andati alla ricerca delle vere cause della rivolta di migliaia di contadini privati di ogni cosa, perfino della possibilità nutrirsi, da nobili e borghesi proprietari del latifondo e usurpatori degli usi civici. Enzo Di Brango e Valentino Romano esaminano e mettono a nudo queste cause con animo scevro da pregiudizi e con rigore storico - scientifico. Il risultato è questo pregevole saggio che ci racconta di un brigantaggio come rivolta sociale delle classi rurali che rivendicano il sacrosanto diritto di coltivare la terra e di poter esercitare gli usi civici e che per questo sono disposti a lottare anche dandosi alla macchia  e a morire da uomini liberi. Un risultato non da poco che ci mette al riparo dal rischio di doverci sorbire per decenni, dopo quella scritta dagli invasori, un'altra storia falsa, di patrioti e di difensori di stati e di chiese.
  Detto questo mi corre l'obbligo di salutare e ringraziare Valentino per l'ospitalità e per la piacevole chiacchierata che dovrà avere necessariamente un seguito a breve, magari a Caccuri o in un paese della zona nel quale vedremo di organizzare una presentazione di questo gioiello letterario. 

                                                             Senza parole

   Buona sera, amici, oggi volevo commentare questa notizia, ma poi pensandoci bene ho deciso di desistere anche perchè si commenta benissimo da sola. La cosa più incredibile mi sembra il fatto che questo signore scriva dei libri e se dovesse venir fuori che c'è anche gente che li compra allora la cosa diventerebbe davvero stupefacente. 

                                          IlTour delle Cave e la stupenda Fosdinovo



    La nostra meritata (credo) mini vacanza dopo i lunghi mesi di lavoro a  Zifarelli, è proseguita oggi con tre interessanti escursioni che hanno arricchito il nostro bagaglio di conoscenze sull'alta Toscana. 
   Dopo una veloce puntatina a Marina di Massa, accopmpagnati da una guida eccezionale come la nostra amica Daniela Secchiari,  esperta della storia e delle problematiche delle cave di Cararra, abbiamo effettuato il tour del marmo, una vista alle gigantesche cave sotterrane, vere e proprie cattedrali all'interno di una montagna marmiferea di 800 metri e che si trovano a un'altezza di 400 metri sul livello del mare, caverne prodotte dalla lunga attività dei cavatori che da decenni estraggono il bianchissimo, preziosissimo marmo con fatica, sudore e, spesso, purtroppo anche con il sangue,  dalle viscere della terra. Da queste neormi grotte partiva un tempo la Marmifera, la ferrovia lungo la quale un  trenino trainato da una sfuffante locomotiva, come una lumachina, scendeva lungo i fianchi delle montagne apuane per portare i blocchi di marmo fino al porto di Cararra da dove venivano esportati in tutto il mondo. Oggi, purtroppo, il trenino, fermato nella seconda metà degli anni '60,  è stato sostituito dai camion che fino a poco tempo fa attraversavano l'abitato della città apuana provocando non pochi disagi. Ovviamente nel corso della visita guidata a fornirci tutte le notizie relative alla grande cava e all'attività estrattiva è stata una delle guide ufficiali della società che organizza il tour. 
   Nel pomeriggio ci siamo poi trasferiti a Fosdinovo, un bellisismo paese della Lunigiana, un borgo mdioevale col suo stupendo castello, un  borgo da favola insignito della bandiera arancione del Touring club, un gigantesco terrazzo sull'alto Tirreno. Da Fosdinovo, infatti, si può ammirare un panorama mozzafiato nel quale l'occhio spazia da Livorno fino a La Spezia con sullo sfondo, una Corsica nitidiamnete visibile, Portovenere e le tre isole antistanti, la Palmaria, il Tino e il Tinetto. Insomma
posti carichi di storia, una storia dolorosa fatta di lacrime e sangue, una storia di battaglie per i diritti dei lavoratori, una storia di anarchia  e di antifascimo, ma anche suggestivi e con bellezze paesaggistiche ed architettniche notevoli. 

                                                  Tellàro e il Natale subacqueo

  Dopo una bellissima mattinata nella stupenda Pietrasanta, un pomeriggio incantevole nella magica Tellàro, ridente frazione di Lerici in provincia di La Spezia, recensito tra i borghi più belli d'Italia. Sono davvero incantevoli questi borghi marinari che si affacciano sul mar Ligure come questo particolarmente caro a Mario Soldati che o scelse per dimorarvi negli ultimi anni della sua vita. Tellàro è conosciuta per la bellisisma tradizione del Natale Subacqueo che prevede la nascita del Bambino Gesù dal forndo del mare fatto emergere ogni anno da un gruppo di sommozzatori che lo depositano in una mangiatoia circondata da 8.000 lumini. Il Figlio di Dio viene quindi salutato dai fuochi artificiali. Molto suggestivi le case che si affacciano sul mare,  i viottoli che attraversano il borgo e gli scogli cha fanno da cornice a una piccola insenatura che si insinua tra le case. Insomma un luogo da visitare almeno una volta nella vita. Intanto domani si riparte alla scoperta di nuovi paradisi e, fra qualche giorno, cambieremo regione per riprendere i nostri "viaggi di istruzione" nella nostra amata Calabria, anch'essa una miniera di tesori da scoprire. 

                                                       Una gita a Pietrasanta



    Ed eccoci  nella "capitale della Versilia", la stupenda Pietrasanta, una città di quasi 24 mila abitanti, davvero uno dei borghi più belli 'd'Italia con i suoi pregevoli monumenti, l'ampio, comodo, silenzioso corso principale lastricato di ardesia,  una pavimentazione sulla quale a momenti ti dispiace camminare per timore di sciuparla, interrotto a metà dalla vasta, ma nel contempo accogliente piazza Duomo, adiacente l'altra piazza intotolata a Giordano Bruno, sulla quale si affacciano il duomo di San Martino del XIV secolo, la casa di Leonardo Percacci che nell'aprile e nel giugno del 1518 ospitò Milechelangelo per la stipula del contratto per la realizzazine della facciata di San Lorenzo a Firenze, e un monumento al mite e saggio Leopoldo II, anche se negli ultimi anni della sua vita sembrò fare di tutto per far dimenticare i suoi meriti. Colpa dei tempi infami. Bellissima cittadina, dunque, Pietrasanta, con un unico neo, almeno per me: due epigrafi dedicate a due personaggi poco edificanti: la prima e un certo "eroe dei due mondi vindice d italia oppressa da secolare servaggio" e la seconda a una certa "maestà perchè unico di virtù, unico di fortuna pigliò dal padre la giusta impesa di redimere l'Italia compiendola con vera gloria." Beh, non tutto è perfetto. Comuqnue Pietrasanta è una bellisisma cittadina. 

                                               Uomini e personaggi caccuresi - Gimmino

    Gimmino, era il nome affettuoso che gli era stato dato da bambino, ma che poi si portò dietro per tutta la sua lunga vita, Vincenzo Chiodo.
    Vincenzo era nato a Gary, nell’Indiana dove i genitori, mastro Carmine e Maria Iacometta erano emigrati per qualche anno. Rientrato in Italia, il piccolo Vincenzo, l’americanino,  venne ribattezzato Jimmy (Gimmi alla caccurese) e, trattandosi di un bambino, fu chiamato col diminutivo di Gimmino. Da allora fu per tutti e per sempre Gimmino.
   Gimmino era una delle persone più buone, gentili e garbate del paese. Per moltissimi anni fu il guardaboschi comunale e l’addetto alla rete idrica. La dotazione di servizio consisteva, fino al 1980, in unicamente in un berretto da guardia con l’acronimo G.C, poi, dall’’80 in poi diventato vigile urbano,  indossò per qualche mese la divisa prima di andare in pensione.  Chiavi,  giratubi e attrezzi vari se li procurava da solo. Nessun caccurese ricorda una multa, un verbale, un qualsiasi provvedimento sanzionatorio di Gimmino, al massimo ti faceva qualche bonaria ramanzina oppure scaraventava a terra  il berretto da guardia fingendo  un’improbabile arrabbiatura per qualche grave mancanza dei suoi concittadini e tutto finiva lì.
   Gimmino dovette cimentarsi, per almeno vent’anni, con la grave carenza idrica a causa di una rete costruita circa settant’anni prima ormai  ridotta un colabrodo. I problemi ebbero inizio nei primissimi anni ’60 e si protrassero fino al 1980. All’epoca il paese si approvvigionava dalle sole sorgenti comunali in località Savuco la cui captazione risaliva ai primissimi anni del Novecento (1904 – 1906) che fornivano circa 4 litri di acqua al secondo, in gran parte dispersi lungo la vecchia  rete risalente allo stesso periodo.  Allora il nostro fontaniere giostrando abilmente con la chiusura notturna, riusciva a garantire l’acqua di giorno in tutti i giorni dell’anno e in tutti i rioni,  a una popolazione che era il triplo di quella attuale, ma nonostante ciò, finiva per diventare, inspiegabilmente, il parafulmine della situazione.
   Negli anni ’70 all’acqua delle nostre sorgenti si aggiunse quella dell’acquedotto  silano realizzato dalla  Casmez e che serviva molti comuni della zona.  L’apporto  idrico per il nostro paese  aumentò  di ulteriori 8 litri al secondo, ma nemmeno con 12 litri complessivi   si riusciva ancora a erogare l’acqua 24 ore su 24. Finalmente nei primi sismi anni ’80 l’intera rete idrica fu rifatta ex novo, le perdite eliminate e i circa 2.300 abitanti del nostro paese ebbero a disposizione 1.036.800 litri di acqua nelle 24 ore, circa 440 litri pro capite. Gimmino poté cosi trascorre in pace gli ultimi mesi di lavoro senza più l’assillo di aprire e chiudere saracinesche e senza doversi recare tutte le notti e tutte le mattine presto a Savuco o a Conserva per effettuare le manovre.

    Negli anni ’90 il problema delle carenze idriche rifece capolino e si protrasse per qualche anno. La popolazione si ridusse drasticamente, i cantieri edili sparirono quasi del tutto, il numero di emigrati che rientravano nel mese di agosto si assottigliò notevolmente, la rete idrica risultava a tenuta stagna, ma l’acqua non bastava mai e la notte si rimaneva a secco. Poi, di recente, nel nuovo millennio,  furono scavati dei pozzi,  lanciato uno slogan a effetto “Mai più senz’acqua”, ma l’unico effetto che si ottenne fu quello di rimanere senz’acqua anche di giorno, oltre che di notte.  Il resto è storia di questi giorni, una storia che potrebbe interessare la brava Federica Sciarelli. 


                                                      Sergio Stàino, uno dei miei miti

                                                        

    Ieri sera mi è capitata la fortuna di incontrare , conoscere di persona e farmi fotografare con uno dei miei miti del  passato. Di solito una persona normale  i miti se li crea da fanciullo, al massimo da adolescente, poi impara a guardare le cose con aria più distaccata e allora i miti si trasformano in maestri, persone che hanno molto da insegnarti e dalle quali hai molto da imparare e per le quali nutri tantissimo rispetto.
   I miti della fanciullezza e dell’adolescenza, oltre ai maestri elementari, erano gli idoli sportivi. I miei si chiamavano Giacinto Facchetti. Tarcisio Burgnich, Sandro Mazzola e soprattutto Mario Corso. Poi vennero i miti politici: Palmiro Togliatti, Luigi Longo, Enrico Berlinguer, Giancarlo  Pajetta  che  conobbi di persona, Sandro Pertini, Pasquale Poerio e gli intellettuali, le grandi firme che scrivevano su l’Unità o altri giornali, i corsivisti, Gianni Rodari, Davide Laiolo, Mario Melloni,  l’indimenticabile Fortebraccio e i vignettisti come Gino Galli (Gal) e Sergio Staino, appunto, Bobo.  Quando per oltre trent’anni compravo  ogni mattina l’ Unità, prima di qualsiasi altro articolo, fosse anche di Berlinguer o di qualche altro autorevolissimo compagno, gli occhi cercavano immancabilmente la vignetta, quella piccola icona  e quelle pochissime parole fulminanti che l’accompagnavano e che ti davano immediatamente la rappresentazione plastica della situazione politica, il commento più breve, ma più efficace di un fatto; subito dopo c’era il rito del corsivo, soprattutto di quelli di Fortebraccio che ti divertivano, ti mettevano di buon umore, ma soprattutto ti istruivano e ti acculturavano.  
  Quante vignette del compagno Staino avrò ammirato in tanti anni, quanti sorrisi mi hanno strappato, quante riflessioni mi hanno suggerito? Difficile stabilirlo; quel che è certo è che una parte di quello che sono, della mia cultura politica e civica l’ha costruita, senza saperlo, anche Sergio. Negli ultimi tempi non ho condiviso quasi nulla delle sue posizioni e dei suoi atti politici, ma evidentemente, ciò è la conseguenza dei tempi infami nei quali viviamo, delle incertezze, della difficoltà di decifrare una società e una politica che cambiano troppo repentinamente. Credo che nessuno di noi abbia oggi la verità in tasca, così come non l’avevamo una volta, ma allora la cercavamo uniti, coesi, sicuri di noi stessi e delle nostre idee, lottando, scontrandoci, anche, ma rispettandoci reciprocamente , tutti tesi alla ricerca del bene comune. Quel rispetto e quella stima che erano le prime, principali materie di insegnamento di quella scuola che io, Staino e milioni di compagni abbiamo frequentato.

P.s.
Questa bellissima foto è stata scattata dal mio vecchio, giovane compagno Enrico Pedace da Papanici. Credo sia superfluo soffermarmi a spiegare l'origine del suo nome (Enrico); lo si capisce chiaramente dal contesto. 


                                                          Ricordi dell'adolescenza
                                                          La mia prima "Wikipedia" 


   Con l’avvento e la diffusione di internet oggi, chi vuol  fruire di un’informazione veloce, anche se non molto approfondita o rigorosamente scientifica e documentata, può consultare un qualsiasi motore di ricerca o Wikipedia, l’enciclopedia che, già nel nome, dà l’idea della velocità dell’accesso alla cultura. Una pacchia per i fanciulli di oggi, ma anche per gli adulti.
    Ai tempi della mia ormai lontanissima fanciullezza, non avevamo di queste fortune e le uniche enciclopedie che avevamo a disposizione erano quelle cartacee tra le quali una famosissima dei fratelli Fabbri che fu la mia “Wikepedia”, un enciclopedia a fascicoli settimanali che si chiamava “Conoscere”  e che molti ragazzi della mia età ricorderanno certamente. I pregi di quest’opera, fatta la tara alla retorica del tempo( eravamo in piena celebrazione del centenario dell’unità d’Italia), erano la semplicità del linguaggio, l’efficacia e  l’immediatezza delle illustrazioni e le doti di bravi divulgatori dei curatori che sceglievano meticolosamente gli argomenti. E’ su questo supporto cartaceo che all’età di 11 anni ebbe inizio il mio percorso di autodidatta che, per fortuna, sopperì alle carenze dell’istruzione scolastica consentendomi di non rimanere completamente ignorante, perlomeno più di quanto lo sono oggi.
   Quando abitavo a Merano zio Vincenzo, da bravo educatore, all’uscita di scuola, dopo aver fatto i compiti, mi faceva fare alcuni lavoretti due dei quali fissi: sfasciare i plateaux  di legno della frutta e verdura del suo negozietto che poi accatastavo diligentemente nella legnaia per adoperarli come combustibile per la stufa durante l’inverno e rastrellare la ghiaia di un piazzale di una trentina di metri quadri , antistante il nostro negozietto e il bar - albergo di mia zia Mitzi all’epoca gestito dal signor Cornelio, un anziano e gentile trentino. Per ricompensa mio zio mi dava una paghetta settimanale di 200 lire che non erano poche considerato che il suo mensile di impiegato comunale, come quello  dell’innamorato di Agata, la famosa macchietta di Nino Taranto, era di 45 mila lire. Da bravo amministratore qual sono sempre stato, anche se ho sempre avuto poco da amministrare (o forse proprio per questo), spendevo 50 lire la settimana per un film la domenica pomeriggio al cinema dell’oratorio parrocchiale di Maia Bassa e 150 lire per comprare la mia dispensa settimanale di “Conoscere”.  Al cinema della parrocchia vidi tra l’altro, “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi “e il kolossal “Il Re dei re” (gli unici che ricordo), mentre le dispense di Conoscere me le portai a Caccuri e negli anni ’70 le feci amorevolmente rilegare e fanno tutt’ora bella mostra nella mia biblioteca.

                                                                 Patate, proibizionismo e piatti da terroni



   E venne il tempo delle patate con una prima spulciatina che ha fruttato una ventina di chili di questo prezioso, squisito tubero di origine americana. Nei prossimi giorni mi aspetta un bel po' di lavoro per strapparne alla terra almeno un altro quintale. Credo che assieme ai fagioli sia uno dei migliori prodotti orticoli, ammesso che si possa fare una graduatoria tra gli ortaggi. E pensare che quando fu introdotta in Europa dai primi esploratori dell'America del sud (la pianta ha origini andine) le popolazioni europee, per ignoranza, superstizione e per supponenza dei medici del tempo si rifiutavano di mangiarla. Si racconta che un nobile francese che si mise a coltivarla in quantità industriale per ricavarne lauti guadagni, disperato perché nessuno acquistava le sue patate, ebbe l'idea geniale di collocare sui suoi campi una serie di cartelli che vietavano severamente il raccolto delle patate e minacciavano gravi punizioni per chi fosse stato sorpreso a rubarne. Bastò ciò a scatenare la furia dei vicini i quali di notte si misero a saccheggiare i suoi campi e, prima per curiosità, poi perché convinti della bontà dell'ortaggio, si misero a mangiare questo "pomme de terre", come presero curiosamente a chiamarlo i francesi che sono sempre originali. Quando si dice il proibizionismo! Da allora la patata fritta debuttò anche sulla mensa dei re.
  Nei prossimi giorni le preparerò in tutte le salse: patate fritte, patate e fagioli e perfino patate e riso, nonostante questo piatto faccia storcere il naso a qualche nipotino di quelli che dopo 24 milioni di anni dalla comparsa dell'uomo sulla terra e dalla scoperta del fuoco continuavano a cuocere la carne sotto la sella del cavallo, che bolla il riso e patate come un piatto da terroni. Un motivo in più per essere orgoglioso di essere un terrone doc. 

                                                  Un grazie a a Longobucco e ai miei amici


   Ed eccoci a casa dopo un' intensa  mezza,  giornata trascorsa a Longobucco. Della cittadina, dei suo tesori paesaggistici, monumentali, culturali e della sua meravigliosa gente parlerò più diffusamente domani. Per adesso mi limito a ringraziare i miei splendidi amici longobucchesi Eugenio De Simone, il fratello, il grande, infaticabile Mario, il" Nicola Sculco" di Longobucco (poi vi spiegherò perché),  Maria Antonietta Pranteda e Giulio Forciniti con il quale, per una curiosa coincidenza, pur vivendo entrambi in paesi diversi dalla "perla della Sila grande", curiosamente ci ritroviamo a Longobucco ogni volta che mi capita di andarci come se ci fossimo dati appuntamento. Le notizie, le curiosità, le spiegazioni di questi dotti amici mi hanno consentito di conoscere ancora meglio Longobucco e la sua storia che è davvero interessante e degna di essere divulgata adeguatamente. Domani e nei prossimi giorni, come ho già detto, cercherò di dare anch'io il mio modesto contributo a quest'operazione. Per ora grazie ancora ai miei amici e a Pasquale, il ristoratore che ogni volta ci fa mangiare da divinamente. 

                                                                      Stragi all'italiana



   Scusate, amici, scusate la mia ignoranza, ma questa cosa proprio non la capisco. E' il 2 agosto del 1980, una giornata di sole, di vacanza, una giornata che dovrebbe essere gioiosa e felice. L'atrio della stazione di Bologna è affollatissimo. Centinaia di persone, uomini, donne, bambini festanti aspettano di salire su un treno o ne sono appena scese. Molti stanno sono diretti nei luoghi di villeggiatura, al mare, in campagna per un meritato periodo di riposo dopo un anno di duro lavoro. All'improvviso una terribile fiammata, un boato terribile  viene udito a centinaia e centinaia di metri di distanza. Una fortissima deflagrazione  squarcia il fabbricato, mentre brandelli di carne umana vengono proiettati a notevole distanza, Poi è solo fumo e un terribile puzzo di esplosivo, sangue, urla disperate, sirene di ambulanze e di forze dell'ordine che accorrono sul luogo del disastro. Inizialmente si pensa a una esplosione di gas, ma dopo qualche ora la tragica verità è sotto gli occhi di tutti: si tratta della più grande strage terroristica italiana, una strage che fa impallidire quella di piazza Fontana, di piazza della Loggia, dell'Italicus e di Portella della Ginestra. Il bilancio delle vittime è terrificante: 85 morti e oltre 200 feriti.
   Di fronte a una carneficina del genere ci si sarebbero aspettate indagini rigorose ed efficaci che portassero alla repentina individuazione  e punizione esemplare degli esecutori, dei mandanti, degli ispiratori; ci si sarebbe aspettata la collaborazione leale tra tutti i corpi e gli apparati dello Stato, dei servizi segreti, delle forze dell'ordine, invece, ancora una volta, abbiamo dovuto assistere a vergognosi depistaggi, a omissis, a secretazioni di documenti e alla condanna di due esecutori senza avere mai saputo chi furono i mandanti e gli organizzatori di un atto così grave e di difficile attuazione. Un'incredibile comportamento da parte degli organi dello Stato che oggi ha suscitato la protesta clamorosa dei familiari delle vittime che hanno abbandonato l'aula del Comune quando stava per prendere la parola il ministro Galletti, protesta che nasce dal fatto che anche questi ultimi due governi, nonostante avessero promesso la desecretazione dei documenti e la loro digitalizzazione per renderli accessibili a tutti, a tutt'oggi non si conosce ancora un solo nome di quelli coperti dal segreto degli spioni, né è stata digitalizzata una sola pagina, come fa rilevare il presidente dell'associazione dei familiari delle vittime Paolo Bolognesi. Incredibile il commento del Ministro: "Oggi è il giorno del ricordo, non delle polemiche - Bisogna stare uniti per onorare la memoria", ovvero: "Celebriamo l'ennesimo, innocuo rito, volemose bene,e non rompete le tasche con richieste di trasparenza." Il resto alla celebrazione del prossimo anno. Pazzesco!

 

                            Kakos oros o Cacumine, Caccuri e caccuresi sono nomi belli



  
 Il mio carissimo amico Tom Ferretti, autore del bellissimo e avvincente giallo “La bussatina” ambientato nel nostro paese, un libro destinato a sicuro successo, racconta un aneddoto che ha contribuito alla sua decisione di cambiare il nome della nostra cittadina con uno di fantasia. “Galeotto” fu Pupi Avati che, nel corso di una conversazione, presumo nella piazza di Caccuri la scorsa estate, gli disse che il posto era bellissimo, ma che il nome del paese non gli piaceva per niente per cui quando Tom gli racconto che stava per scrivere un romanzo ambientato a Caccuri gli suggerì di cambiare il nome. Tom propose “Curica” e Avati gli rispose che era bellissimo. Così noi caccuresi abbiamo perso l’occasione di vedere il leggere il bellissimo nome del nostro paese in un libro che sarà letto da migliaia di persone.
   Ovviamente, come dicevano i latini, “de gusti bus non est disputandum”. Neanche a me piace il nome da teatro siciliano del grande regista bolognese, però non gli avrei mai chiesto di cambiarlo. Il nome è qualcosa che ti entra nell’anima, che ti si cuce sulla pelle per cui bello o brutto, uno ci si affeziona, gli vuole bene e non lo abbandona, né lo cambia. E poi il nome è la tua storia, la tua identità, e che derivi da Kakos oros o Cacumine, due nomi che fanno comunque riferimento all’orografia, Caccuri è un nome bellissimo.
    Purtroppo, come faceva osservare acutamente il più grande filosofo caccurese, l’eccelso Giovanni Marullo, Caccuri è sempre stato il paese dei forestieri “ ‘u paise ‘e ra muntagna” dove il figlio di un mastro bottaio veniva rispettosamente appellato con il “don”.  Così i forestieri, che da noi sono sempre stati graditissimi ospiti e che lo saranno ancora nei secoli futuri, dopo aver deciso in passato molte altre questioni della vita e della morte di questo sventurato,  antico borgo, da qualche tempo ci suggeriscono pure come chiamarlo e come chiamare i suoi abitanti. Non se ne abbia a male il mio amico Tom, ma a me i nomi Caccuri e caccuresi piacciono da morire e non li cambierei per nessuna ragione al mondo, nemmeno se a suggerirmelo fossero Gramsci o Pasolini.

                                                 Meglio il tre per cento, ma di sinistra 



   Pisapia cancella l'incontro con Speranza. E questa è la notizia buona; la cattiva è che inoltrandosi nella lettura dell'articolo si apprende che l'incontro è solo rinviato a data da destinarsi ma, che, si presume, ci sarà comunque. Peccato! Per uno come me che che nutriva una qualche speranza sulla rinascita di qualcosa di sinistra che potesse somigliare  anche vagamente al PCI di Berlinguer  e di Natta o più semplicemente al PDS di Occhetto, sapere che uno dei probabili leader o un possibile alleato di questa nuova cosa potrebbe essere uno che ha votato Si al referendum per la devastazione della Costituzione e che ha militato nel partito di Bertinotti  e di Cossuttanon è davvero una prospettiva invitante. Io "" (ma per davvero) nel senso che, a difefrenza del fiorentino che predica male, ma razzola malissimo,  non mi lascio invischiare in giochini, piuttosto , se ho sentore che questa operazione che si vorrebbe affidare a questo  novello Quinto Fabio Massimo detto il Federatore non è altro che una delle tante gattopardesche manfrine,  me ne torno (in parte l'ho già fatto) nel mio privato o mi oriento su SI sperando che almeno Fassina, Fratoianni e il mio compagno Pietro Sergi non si affidino anche loro al Federatore. Lo devo principalmente a me stesso e alla mia storia politica, poi ai tanti compagni lavoratori, impiegati, pensionati che credono ancora in certi valori. Tra un partito che sta al governo per fare cose di destra e uno, sia pure del tre per cento,  che sta perennemente all' opposizione ma che tiene alta la bandiera della sinistra e tiene accesa una pur fioca fiammella di speranza non ho dubbi. Sono per il 3%.

                                                        Grazie, papà

  Ogni volta (quasi tutti i giorni) che capito nella cameretta che fu di mio figlio e che ora ospita per qualche giorno all'anno mio nipote, non posso fare a meno di osservare per un paio di minuti i miei vecchi giocattoli che mio padre  fabbricò con grandi sacrifici e tanto amore per il suo unico figlioletto riciclando vecchie tavole, chiodi arrugginiti e scaglie di colla di pesce che non ho capito come riusciva a procurarsele, così come per i colori che recuperava raschiando i fondi di vecchi barattoli che metteva da parte quando le poche volte che qualcuno gli commissionava qualche mobile o qualche infisso aveva la possibilità di comprarli. Così a volte capitava che non avendo a disposizione il colore che gli serviva, come un bravo pittore mescolava la poche gocce che recuperava da ogni barattolo fin quando non riusciva a ottenere quello desiderato o uno che gli si avvicinava. Un grande uomo davvero mio padre. La povertà non gli consentì mai di avere a disposizione un locale da attrezzare a bottega, di comprarsi la pialla o la sega elettrica ed altre attrezzature costose, così si fabbricò da solo gli attrezzi di lavoro e lavorò sempre a mano come San Giuseppe o, se volete, Geppetto. Però nella sua dignitosa povertà cercò sempre di non farmi mancare niente e di avere a mia disposizione un gigantesco idrovolante (1,30 m di lunghezza per 45 di altezza con un'apertura alare di 1,50 m.) un Fiat 682 di una cinquantina di centimetri di lunghezza con l'autista e il proprietario sul sedile accanto, trene, zirri, carriole e altro ancora. Fra qualche mese sarò il centenario della nascita ma io lo vedo ancora giovane curvo sul banco da falegname con pialletto, sgorbie, scalpelli, raspa intento a fabbricare i miei giocattoli. Grazie, papà; tu è mamma, come ripetevi spesso, eravate "due cannile astutate". ma grazie alla vostra operosità, non solo vi sieti appicciate", ma ne avete fatto di luce e di calore!, e questo conta davvero nella vita. 

                                  "Brigantaggio e rivolta di classe" e il piacere di essere citati

   " Giuseppe Marino, assai lucidamente, in un suo intervento pubblico, ribatte che le donne del brigantaggio sono semplicemente “scricchioli!” Scricchioli di donne che il coraggio non lo avevano, ma se lo andarono a cercare ed ebbero la forza di trovarlo”.
E sta tutta qui, nella raffinata analisi  del docente calabrese la forza e l’unicità  delle donne del brigantaggio, proprio nel percorso di ricerca del coraggio, nella loro capacità di trasformare l’odio, sentimento che esamineremo più avanti, in azione concreta di ribellione."
 In
E. Di Brango - V. Romano,  Brigantaggio e rivolta di classe

   Vedersi citato in un libro è sempre una emozione. Se poi la citazione compare nell'opera di due autori del calibro di Enzo Di Brango e Valentino Romano, in un fondamentale saggio dal titolo "Brigantaggio e rivolta di classe - Le radici sociali di una guerra contadina"  che si avvale della introduzione del professore  Enzo Ciconte, uno dei massimi esperti italiani e mondiali dei fenomeni mafiosi, allora la soddisfazione e l'emozione sono ancora più grandi.
   Non ho ancora avuto tra le mani il pregevole lavoro dei due studiosi per cui non l'ho ancora letto, ma il titolo e la tesi di fondo del saggio ci dicono trattarsi di un prezioso contributo al dibattito  e allo studio  di un fenomeno complesso, ma nel contempo, paradossalmente,  di semplice lettura come quello del brigantaggio. Complesso perché nel corso di qualche secolo presenta diverse sfaccettature, semplice se lo si legge in chiave marxiana  come fanno Enzo e Valentino;  per quello che fu realmente: una guerra contadina, una rivolta durata secoli contro gli usurpatori delle terre demaniali, gli accaparratori degli usi civici, gli sfruttatori che affamavano le masse contadine rendendo loro la vita impossibile e costringendoli a scegliere tra l'alternativa di morire per fame o da uomini liberi, imbracciando lo schioppo, prendendosi per qualche tempo anche la soddisfazione terrorizzare i loro aguzzini. Da qui il marchio di briganti esteso poi anche ai combattenti della resistenza anti francese prima e anti piemontese poi, molti dei quali combatterono per alcuni periodi dalla parte degli aggressori che promettevano terra e libertà, salvo poi ricredersi quando capirono, come canta De Andrè, "che non ci sono poteri" e padroni buoni. 
   Ovviamente, come in tutte le rivoluzioni, le sacrosante battaglie, le giuste lotte. si verificarono anche nel complesso fenomeno del brigantaggio  abusi, crudeltà, episodi che poco avevano a che fare con la lotta di classe, fatti di criminalità pura, ma tutto ciò, a mio parere,  non muta sostanzialmente il giudizio storico politico. 

P.S.
Un grazie di cuore a Valentino Romano per la citazione. Non avrei mai immaginato che la mia definizione delle brigantesse potesse attirare l'attenzione di studiosi e scrittori del suo calibro. Grazie ancora. 
  
 

                                           Il terzo segreto di Pulcinella



  Bene, ora sappiamo che per il movimento 5 stelle una eventuale legge contro l'apologia del fascismo sarebbe liberticida. Liberticida, capite, cioè "che lede le libertà politiche e civili", una legge, insomma che scioglie i partiti, istituisce il partito unico, mette in galera i parlamentari come Gramsci o li uccide come Matteotti, che caccia i professori dalle università, gli insegnanti dalle scuole e gli impiegati dagli uffici pubblici se non hanno la tessera del partito, che manda la gente al confino perché sorpresa a cantare "Addio Lugano bella", che ti espropria il grano che hai prodotto nelle pietraie con la zappa per sfamare i tuoi bambini, che ti manda nei campi di concentramento e magari anche nelle camere a gas se sei un po' abbronzato o se professi un'altra religione, che ti ruba perfino la fede nuziale. 
  A questo punto mi piacerebbe davvero sapere cosa ne pensano i tanti compagni ex PCI o, comunque dell'area di sinistra oggi militanti o simpatizzanti grillini. C''era davvero bisogno di fare questo bel regalo a Renzi? Spero che quest'ultima presa di posizione dei 5 Stelle contribuisca a rendere noto il terzo segreto di Pulcinella ovvero che questo è un movimento di destra. 

                                                                      'A caracìa

   

   Ieri sera, verso le nove, nel corso della consueta passeggiata  nel centro storico, imboccando il largo Misericordia mi sono piacevolmente ritrovato in una "caracìa", cosa che non non mi capitava da anni. A questo punto molti di voi, soprattutto i giovani, si chiederanno cos'è una caracìa e qui sta il bello!. perché questa volta non ve lo dico;  voglio divertirmi a vedere chi conosce il significato di questo bellissimo sostantivo del nostro dialetto. Gi anziani sono pregati di non suggerire. Per aiutarvi vi dirò che lo usava spesso il compianto amico Orlando Girimonte che, oltre a conoscere il dialetto arcaico, era una vera e propria miniera di aneddoti caccuresi. Il termine in questione è probabilmente di origine greca per cui gli amici grecisti o comunque gli studenti di greco risolveranno il "rebus" in mezzo secondo, ma a me rimarrà il piacere di averlo usato ancora. In caso di eventuali spiegazioni non limitatevi al significato letterale, ma cercate di spiegare anche in quali contesti e situazioni veniva usato e i vari significati che assumeva. 

                                                                       La Cittadella

              

   Ed ecco a voi la Versailles della Calabria, l' imponente sede della Regione in contrada Germaneto di Catanzaro. Paragonarla al palazzo di Luigi XIV non è esagerato perché, a parte le statue, le sculture e le altre opere d'arte presenti nella reggia dei Borbone di Francia, ma non nel "castello di Germaneto", il complesso, progettato dall'architetto Paolo Portoghesi e che è costato 160 milioni di euro, anche nella forma a "U" ricorda vagamente la reggia parigina. Prima di tre giorni fa non avevo mai visitato la "reggia di Catanzaro", ma venerdì scorso ho colmato la lacuna. 
   La Cittadella, come è stata ribattezzata dal popolo,  ha una superficie coperta di 65.000 metri quadrati ed è il più grande edificio pubblico realizzato in Calabria. Dicono gli esperti  che consentirà un risparmio di qualcosa come 5 milioni di euro di fitto dei numerosissimi locali che dal 1970 hanno ospitato i vari assessorati e gli uffici della regione, e sarà senz'altro vero, così com'è vero che oggi è difficile capire a cosa servano effettivamente le regioni, quali benefici arrechino alle comunità che rappresentano e il perché non si pensa, magari ad accorparne alcune per dar vita a quattro o cinque macro regioni per risparmiare, ma anche per rendere meno ridicolo il titolo di "governatore" col quale quei mattacchioni di giornalisti italiani gratificano i presidenti delle giunte di una ventina di fazzoletti di terra i cui organi istituzionali ci costano una carrettata di miliardi. 

 

                     Il fagiolo che cade a fagiolo - Qualche domanda ai miei amici filosofi



    E venne il tempo dei fagioli con questo primo assaggio di raccolto al quale seguirà quello vero e proprio nel corso di questo mese. La previsione è di un tomolo sgranato (50 litri), ma non mettiamo limiti alla provvidenza. Ho letto da qualche parte che "un fagiolo salverà il mondo." Se è vero allora io avrei salvato, non dico l'universo, ma almeno i 150 pianeti scoperti di recente. 
   A proposito, pare che siano tutti a una distanza dalla loro stella più o meno uguale a quella tra la terra e il  sole, cosa che consentirebbe la non evaporazione dell'acqua di superficie e quindi la vita. Saranno abitati, questi pianeti, da esseri più o meno simili all'uomo, magari più intelligenti (cosa non difficile vista la materia prima che popola la terra)? E se si, questi esseri , li avrà creati lo stesso dio, con la stessa tecnica del vasaio e dell'anestesista? Avrà messo anche loro nel famoso paradiso terrestre con la proibizione di mangiare la famosa mela, o magari a questi avrà proibito le ciliegie? E come si saranno comportati, avranno ubbidito dimostrandosi più intelligenti dell'uomo (cosa molto probabile) o avranno fatto la stessa figura del fesso di Adamo beccandosi la condanna lavorare e procurarsi da vivere col sudore della fronte che è poi quello che faccio io tutti i giorni a Zifarelli? Ed ecco come un fagiolo cade a fagiolo per porre un bel po' di domande interessanti al mio caro amico, filosofo Domenico Offi, all'amica Maria Antonietta Pranteda e a chi è esperto di filosofia. Io mi fermo qui con cervello in pappetta. 

                                                                 SE QUESTI SONO LEADER……

               

“Leggo che il segretario del Partito democratico mi invita a spostare un po' più lontano la tenda. Lo farò senza difficoltà: la mia tenda è molto leggera. Intanto l'ho messa nello zaino”
Romano Prodi.

“A Renzi ho sempre riconosciuto che la sua ispirazione di fondo somigliava a quella del Lingotto. Ma ora, e gliel'ho detto con sincerità, faccia a faccia, gli consiglio di cambiare passo, serve una nuova stagione”

Valter Veltroni


«Bastano questi numeri per capire che qualcosa non ha funzionato?» chiede pubblicando grafici impietosi sui voti Pd nelle città più importanti, Genova, Parma, Verona e l’Aquila, con la curva dal 2012 a oggi. «Il PD è nato per unire il campo del centrosinistra, non per dividerlo»
Dario Franceschini


    Scusate, amici, ma questi sarebbero dei leader? Se loro sono dei leader io, modestamente, sono un profeta, forse uno dei più ispirati. Chi fosse Renzi e come avrebbe ridotto il suo partito lo avevo capito la prima volta che gli sentii aprire bocca, la prima volta che lo vidi in volto, la prima volta che usò il verbo “rottamare”, già molti anni fa. Allora mi chiedo com’ è possibile che politici smaliziati, che hanno ricoperto la carica di segretario di partito, di ministro, di presidente del Consiglio abbiano preso una serie da abbagli fino a ritenere lo spocchioso e ambizioso giovanotto fiorentino un grande leader capace di portare il centro – sinistra alla vittoria e il PD al 40/%, anche se un 40% sul 45% dei votanti. No, non ci credo, credo invece che il vero progetto fosse un altro e penso di potermelo spiegare con un fatto storico e con un famoso apologo.
     Chi in passato ha fatto politica attiva o ha un minimo di conoscenza della storia politica di questo paese ricorderà certamente la famosa riunione del comitato centrale socialista dell’hotel Midas di Roma quando le varie correnti socialiste, divise e in lotta tra loro, incapaci di esprimere un segretario unitario, optarono per uno di transizione come il papa de Il Santo soglio, il bellissimo episodio diretto da Luigi Magni del film Signore e signori e interpretato dal grande Nino Manfredi. Speravano di poterlo scalzare quando volevano, bastava che tenesse loro per un po’ il posto caldo. Come fini poi la storia lo sappiamo tutti; lo sanno i vecchi socialisti ancora in vita, ma lo sa benissimo, ahimè,  anche il popolo italiano. L’apologo invece, si rifà a una favola di Esopo che narra di un re travicello mandato da Zeus alle rane che però, quando si resero conto che il nuovo sovrano era un inetto  se ne lamentarono con Giove che lo sostituì con una serpe che cominciò a divorarle.
      Ecco, forse quelli che oggi su Renzi hanno cambiato idea erano come i cardinali de Il Santo Soglio, come i leader delle correnti del Midas perché se così non fosse varrebbe la mia domanda iniziale e allora forse è meglio che anche loro, per evitare future sciagure al paese e danni alla sinistra e a loro stessi, che abbandonino la politica.

 

                                    La disfatta di "balletta": bagnini, tricicli e caterpillar

                                    

   Ieri, nel leggere alcuni commenti alla disfatta della sinistra nelle amministrative di domenica scorsa ero combattuto tra il pianto e il riso, poi, non essendomi congeniale il pianto, ho optato per un riso amaro che, fra l'altro, è pure un capolavoro di Giuseppe De Santis. 
   C
ommentatori più o meno autorevoli si affannavano a spiegarci che a perdere non erano Renzi e il renzismo, ma, addirittura la sinistra che ha lasciato il PD o quella che non c’è mai entrata. La prova? Il Centro – sinistra  ha perso anche dove si è presentato unito, anzi, secondo questi acuti osservatori, ha perso proprio per questo. Io non me ne intendo molto, ma credo per fare una corretta analisi del voto non serve essere fini politologi; in questo caso è sufficiente essere un buon bagnino. Il bagnino, infatti, sa benissimo che quando corre in aiuto di un bagnante che sta annegando e che è preso dal panico, se non è sufficientemente forte o esperto rischia di essere trascinato a fondo dalla persona che sta soccorrendo. In un deprecabile caso di annegamento in queste condizioni la causa determinante non andrebbe individuata nel soccorso del bagnino, ma nell’imprudenza del bagnante; la colpa del bagnino sarebbe solo quella di non essere sufficientemente forte o abile nella tecnica del salvataggio, ma in ogni caso, anche senza il generoso tentativo del bagnino la persona soccorsa sarebbe comunque annegata. Ed è questo quello che è successo domenica. Il PD è' annegato trascinando a fondo anche il bagnino,  non per il tentativo di salvataggio, ma per le sciagurate scelte politiche degli ultimi anni e per l'arroganza dei suoi sedicenti leader. 
    Come può una persona di buon senso, dotata di un minimo di raziocinio, pensare che a un partitello del 2% al massimo, che si allea con un colosso del 40% (almeno queste erano le ambizioni o più semplicemente le spacconate del megalomane fiorentino) possa determinare la sconfitta  di una coalizione perché spaventa i moderati? Sarebbe come pensare che se per strada uno incontra un enorme caterpillar seguito da un bimbo col triciclo cambi strada per evitare un probabile investimento da parte del triciclo.  Egregi politologi, il bagnante non erano i partitelli che si sono lasciati stringere nell’abbraccio mortale del PD, ma il PD: i partitelli di sinistra erano soltanto degli sprovveduti bagnini.
   Morale della favola: allearsi con questo PD è un suicidio deliberato. Spero che D’Alema ci ripensi  e abbandoni l’idea di poter condizionare il programma e la leadership di questo PD, almeno fin quando sarà a direzione renzi- orfiniana – serrachianica. D’altra parte non è stato proprio il “leader Maximo” a dire che questo partito non è più scalabile?

 

                                  Bollettino della sconfitta del Comando supremo del PD

Partito Democratico 25 giugno 2017 sotto l’alta guida del segretario Matteo Renzi, il PD, superiore per numero e mezzi, qualche anno fa, con fede incrollabile e tenace cocciutaggine, ingaggiò una gigantesca battaglia con chiunque non condividesse le scelte bislacche e autoritarie del segretario. Molti furono costretti ad andarsene, chiunque  dissentiva veniva   rottamato: D’Alema, Fassina chi?, Civati, Bersani, Speranza (che poi era l’ultima a morire). La fulminea e arditissima avanzata renziana, sbarrando le vie della ritirata a politici competenti, ha determinato lo sfacelo totale del Partito. Da Torino a Roma, da Genova a L’Aquila, a Sesto San Giovanni, a Carrara, a Cosenza, a Crotone gli avversari ricacciano dalle loro roccaforti i candidati del PD. Il Partito è annientato, le perdite incalcolabili. I resti di quello che voleva essere uno dei più grandi partiti de’Europa risalgono in disordine e senza speranze le valli fiorentine che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

                                                                       Il sudore della fronte

 

   Sarà anche vero, come recita l'antico adagio, che il "lavoro debilita l'uomo" (o forse era "nobilita", non ricordo più), ma quando lavori, bene o male, porti sempre qualcosa a casa e procuri altro lavoro a chi deve provvedere alle conserve degli alimenti, a meno che non ci pensi tu stesso. Però quando poi dai un'occhiata alla dispensa o al congelatore più che debilitato ti senti felice e tranquillo perché in caso di carestia o guerre non rischi di morire di fame. E poi i sapori freschi, gli aromi, la genuinità, la serenità che deriva dalla consapevolezza di aver fatto il volere del Creatore guadagnandoti il pane col sudore della fronte (veramente io sudo non sono la fronte) dove le metti? 

                                                            

                                                         La privacy di Pulcinella

              

   
Veramente sarebbe il segreto, ma credo che la definizione vada bene anche per questo orrendo inglesismo che poi non significa altro che riservatezza. L'Italia è un paese schizofrenico (ma forse oramai lo è anche tutto il mondo),  un paese dove se scatti  una foto nel corso di una manifestazione pubblica e la metti on line o su un giornale rischi di vederti accusato di violazione della privacy in barba al diritto di cronaca che dovrebbe essere tutelato dalla Costituzione, (anche se non sai mai di preciso entro quali limiti e, comunque, dovresti essere nella testa del giudice che, eventualmente, sarebbe chiamato a pronunciarsi ) oppure devi ricorrere ad artifici tecnici per rendere irriconoscibili i presenti.  Se poi decidi di installare un sistema di video sorveglianza all'interno di una tua proprietà devi riempirla di cartelli  per avvisare il povero ladro o il rapinatore che potrebbe entrarti in casa con la pistola spianata per spararti in bocca che la sua privacy potrebbe essere violata e dargli comunque la possibilità di poterlo disattivare.   Poi compri un'auto e quattro anni dopo ti ritrovi la casella della posta intasata da decine di lettere di centri di revisione che ti ricordano che devi revisionare il veicolo pena il sequestro dello stesso e, naturalmente, che loro sono pronti a toglierti le castagne dal fuoco, come se non bastassero le decine di telefonate delle compagnie telefoniche ed elettriche che quotidianamente ti rompono gli stivali a ogni ora del giorno, compreso il pomeriggio quando ti sei appena appennicato perché ti sei alzato all'alba per curare l'orto. Se lo facesse la motorizzazione civile o la polizia si potrebbe anche capire, ma il perché si debbano passare i dati e i recapiti dei cittadini ai centri di revisione è una cosa che non capirò mai. Finirà che in futuro saranno messi in un database nazionale anche gli acquisti del pane e della carne in modo che il negoziante  e il macellaio potranno avvertirti che  stai per finire il pane o che dovresti comprare la carne e, naturalmente da loro. E speriamo che si limitino a questo. 

                                                              Adelante, companeros piddini!

    Ogni volta che in Italia ci sono elezioni c’è da schiattare dal ridere a sentire le analisi di voto dei segretari e degli esponenti più in vista dei vari partiti. Dai loro commenti risulta che hanno vinto tutti e che nessuno ha perso. Veramente questa volta almeno uno, Grillo,ha ammesso, seppure indirettamente di non essere proprio soddisfatto del risultato ammonendo a non dare per scontata la fine dei Cinque stelle che, a suoi dire, faranno sicuramente sfracelli alle politiche, ma tutti gli altri si dichiarano soddisfatti dei buoni risultati dei loro partiti o schieramenti;  dal centro destra che appare resuscitato, al PD che spera nei ballottaggi. In effetti quest'ultimo partito può  davvero ritenersi soddisfatto dei risultati: un dato per tutti il trionfo di Catanzaro dove con una travolgente avanzata raggiunge il 5% dei consensi, un  successo eccezionale come quelli di Crotone e di Cosenza qualche mese fa. Adelante, companeros!

          

                                     Il CARA di Zifarelli al collasso; appello alle ong gattesche



   Ed ecco a voi le new entry gattesche. E con questi siamo a 13, praticamente il C.A.R.A. di Zifarelli è oramai a livello di quello di Lampedusa e di Crotone. Qui la situazione è al collasso; abbiamo bisogno di ossi, croccantini, scatolette, gourmet, patè, al limite anche di avanzi di pesce, di pollo, tutto quanto sia commestibile e adatto all'alimentazione gattesca. Fra l'altro, poiché l'identificazione risulta praticamente impossibile, non posso procedere al respingimento e al rimpatrio dei felini che chiedono asilo pulito e alimentare. Ho provato a prendere le impronte digitali, ma risulta praticamente impossibile, così come anche quelle dei piedi. Insomma qui la situazione è drammatica, soprattutto per lucertole, bisce e talpe. 

Frammento di opera buffa caccurese

Stanotte a menzannotte di Domenico Loria

 

 

 

   Qualche giorno fa, parlando di Leonardo Vinci,  musicista calabrese tra i più prestigiosi della scuola napoletana del XVII secolo, ritenuto uno dei principali autori di opera buffa, precursore del Paisiello e di Rossini, vi proponevo l’ascolto di una sua celebre aria, “So le sorbe e le nespole amare” interpretata da maestri come Roberto Murolo e Sergio Bruni, solo per citarne alcuni. Oggi voglio proporvi un frammento di opera buffa di un umile musicista caccurese del quale ho provveduto a trascrivere il testo, ma non la melodia dal momento che sono l’unico caccurese che non sa suonare uno strumento e che non sa trascrivere la musica. Così la melodia ce l’ho in testa e me la porterò  dietro fin che campo, poi forse si perderà anche quella. Però almeno il testo magari si conserva. Purtroppo chi volete che si preoccupi di trascrivere la musica di “ Ruminicu ‘u zoccularu”, un umile fabbricante di zoccoli di legno di olmo o le farse del contadino  storpio e analfabeta Velociu, anche se il primo suonava il violino come Paganini e il secondo era uno dei più bravi giullari della zona.

   Ma torniamo alla canzone che s’intitola “Stanotte a menzannotte”, nella quale un marito tradito progetta la vendetta nei confronti del rivale descritto come un gatto che si introduce furtivamente nella sua casa cercando di rubargli “’u sordu fauzu”, la moneta falsa cioè la moglie infedele. Eccovi qui di seguito il testo. Per la cronaca zu Ruminicu ‘u zoccularu era un signore il cui vero nome era Domenico Loria.

Stanotte a menzannotte                   Stanotte a mezzanotte
lu gattu facia rumure.                        Il gatto faceva rumore
Stanotte a menzannotte                   stanotte a mezzanotte
lu gattu facia rumure.                        Il gatto faceva rumore

Era dintra lu tiratutu                          Si era infilato nel tiretto            
'u sordu fauzu volìa piglià                 voleva prendermi il soldo falso
‘u piscu ccà, ‘u piscu llà,                   lo acchiappo qua, lo acchiappo là
‘u sordu fauzu volìa piglià.               il soldo falso voleva prendermi.

Si lu pigliu ‘ntra ste grànche             Se lo afferro tra queste mani
Tanti ''e ri rrazi chi l’haiu re fa’,        gli faccio tanti di quegli strazi!
‘u piscu ccà, ‘u piscu llà,                   lo acchiappo qua, lo acchiappo là
‘u sordu fauzu volia piglià
              Il soldo falso voleva prendermi.

 

   

                                                       Tardizie e stupidità umana

   Ed eccoci finalmente al primo discreto raccolto di questa incredibile primavera del 2017 dopo quello dei piselli e delle fave che, però, avevo seminato a novembre. Queste della foto diciamo che sono "le prime tardizie". In condizioni climatiche appena decenti sarebbe stato sicuramente molto più abbondante e più precoce, ma dobbiamo accontentarci e piegarci ai capricci del tempo e all'avidità dei potenti e dei prepotenti.  Io non sono uno scienziato, ma penso che chi nega i cambiamenti climatici andrebbe  perseguito con le stesse modalità che vengono perseguiti i negazionisti dell'olocausto. Basterebbe pensare agli inverni e alle estati di quarant'anni fa, senza spingerci più in là. Eppure qualche stolto continua ancora a pensare che si possa saturare completamente l'atmosfera di anidride carbonica e altri veleni. Per fortuna le nazioni più civili come Cina e India sono lanciate nella ricerca e nella produzione di energie rinnovabili e si segnalano tra le più virtuose in questo campo. Finisce che fa qualche anno alcuni di quelli che erano paesi  più avanzati del pianeta, dovranno comprare brevetti attrezzature e know-how da questi due giganti e allora ci faremo quattro risate. Purtroppo l'avidità a volte ottenebra le menti . 
   I potenti stolti, dicevamo, ma anche molti popoli non è che brillino di eccessiva intelligenza. Mi chiedo in quale dei milioni di mondi possibili ci potrebbero essere individui che utilizzano una sola volta una bottiglia di birra o di vino  di vetro che poi, anche quando si fa la raccolta differenziata, viene comunque ugualmente fuso per riutilizzarlo con enorme spreco di energia e producendo inquinamento. Misteri della psiche umana. 

 

                                               Aglie, fravaglie, fattura ca nun quaglia


   Questo mio non vuole essere un intervento ironico, né uno sciocco compiacimento, ma solo una preoccupata riflessione che affido a tutti gli amici, tifosi juventini e non, ma soprattutto ai primi. Non vi sembra strano che ogni volta che la "Vecchia signora" disputa una finale per la coppa dei campioni succeda sempre un qualcosa di tragico come i fatti dell'Heyselle o quelli di ieri sera a Torino?. Che la squadra sia iellata e, soprattutto, che porti iella ai suoi tifosi? Non solo fatica a vincere la finale o la perde come ieri sera (è successo già sette volte), ma è causa indiretta  (senza colpa) di qualche tragedia. Fossi un tifoso juventino mi preoccuperei seriamente. Forse sarebbe il caso di affidarsi a un bravo esorcista. 

 

                                                                     Storie calpestate

   Se non ci fosse da piangere si potrebbe anche sorridere, almeno amaramente, leggendo questo titolo dell’ultimo numero in PFF di quello che fu il giornale fondato da Antonio Gramsci e di milioni e milioni di militanti comunisti che in quasi un secolo di vita lo amarono,  lo lessero, lo diffusero, lo sostennero,  spesero parte delle loro ferie per lavorare da volontari nei villaggi delle Feste de L’Unità. Per decenni fu, probabilmente il giornale più letto in Italia, anche se non il più venduto. L’Unità si leggeva nelle sezione, nei cortei, prima dell’inizio di assemblee, direttivi, federali; la stessa copia passava di mano in mano di più compagni che lo leggevano avidamente.  Il quotidiano con la testata rossa era la voce del partito, ma non solo; era anche la voce dei più grandi intellettuali italiani, iscritti o non iscritti al partito, di esponenti del cattolicesimo democratico, indipendenti di sinistra.  Su L’Unità scrissero non solo Togliatti, Alicata, Luigi Pintor, Giorgio Amendola, Gerardo Chiaromonte, Celeste Negarville, Pietro Ingrao,  dirigenti comunisti, ma anche  tante firme illustri, comunisti o non comunisti, come il grande Fortebraccio ex deputato democristiano, Giorgio Bocca, Cesare Pavese, Ludovico Geymonat, Italo Calvino, Elio Vittorini, Pier Paolo Pasolini, Oliviero Beha, tanto per citarne alcuni.
    Memorabili le sue battaglie condotte contro il fascismo quando il giornale veniva stampato, diffuso e letto nella clandestinità,  per la costituzione, per la repubblica,  contro il governo Tambroni, per i dritti dei lavoratori, per i diritti civili (basterebbe rileggersi la raccolta della campagna per il referendum sul divorzio con i corsivi quotidiani di Fortebraccio e le vignette di Gal) e poi ancora contro il terrorismo durante gli anni di piombo.
   Ora questo patrimonio, questa storia, come scrivono i giornalisti  nell’ultimo numero, si calpestano e si gettano nella pattumiera così come si è fatto colpevolmente col grande patrimonio di idee, di lotte, di cultura politica, di entusiasmo ereditato dal PCI, l'altra storia calpestata.  Il giornale chiude perche, evidentemente, le copie vendute non coprono più i costi  dal momento che pare che il loro numero sia addirittura inferiore quello del periodo della clandestinità quando leggere il giornale di Gramsci comportava il carcere e il confino. Evidentemente tantissima gente di sinistra, compreso me che negli anni ’70 e ’80 organizzai una quindicina di festival de L’Unità e lo diffusi ogni domenica per una ventina di anni, non lo leggono da anni perché non lo sentono più come il loro giornale, così come non sentono come il loro questo partito che toglie diritti ai lavoratori, umilia i sindacati, e abbandona il Mezzogiorno al degrado e allo spopolamento,  un partito  voluto dal genio di Fassino e soci e finito in mano a Renzi. Peccato sia finita così.

 

                                                   Quesito urgente

     Scusate, amici, ho urgente bisogno di un vostro illuminante parere: secondo voi è morale e serio  affibbiarci il canone TV in bolletta per farci vedere programmi come Affari tuoi, Soliti ignoti,  Tale e quale show e Porta a porte? Ne tralascio altri per carità di patria. Solo questo, grazie. 

                                                   Il caffè di un tempo che fu
                                                       
di Giuseppe Marino

    Per chi non avesse avuto l'opportunità di leggerlo e a beneficio dei molti giovani che non hanno avuto,  per ovvi motivi, la possibilità di vedere le nostre nonne e le nostre mamme intente a preparare un buon caffè servendosi di questi antiquati utensili, ripropongo questo breve pezzo di qualche anno fa perché anche questi piccoli retaggi non vadano perduti.  



  
Chi, in un giorno qualsiasi verso la fine degli anni '50, magari in una splendida giornata di primavera,  avesse avuto la ventura di percorrere una  stradina del paese, nel centro storico o fra le quattro case dei Croci, avrebbe sentito un profumo intenso che usciva dalla "menzaporta" e si spandeva per ogni dove solleticando le narici e la gola, penetrando fin nelle fibre più intime del corpo fino a creare sensazioni inebrianti, celestiali che gli avrebbero fatto benedire quel posto, quella strada, quella giornata, quelle mani che producevano quel miracolo, il Creatore che aveva creato quel profumo: il profumo del caffè abbrustolito. A quei tempi, infatti, non si trovava ancora il caffè già tostato o, addirittura, macinato, pronto da schiaffare nella Moka per prepararti, in due minuti, un caffè che poi magari trangugiavi d'un  fiato senza nemmeno assaporarlo per correre veloce al lavoro come si fa adesso; allora,  quando la gente non aveva ancora la dannata fretta che ha oggi, quando i tempi del vivere, del lavorare, dell'alimentarsi erano più duri, ma più lenti, più a misura d'uomo, il caffè te lo dovevi preparare pazientemente, con lunghe e complesse operazioni, ma, in compenso, ti godevi con calma quei momenti, ti gustavi quei piccoli, impagabili piaceri che compensavano in parte la fatica dello stare a questo stramaledetto mondo.
   Per cominciare in paese si trovava solo caffè crudo; gran parte arrivava con i pacchi dal Brasile o dall'Argentina dove molti avevano parenti, assieme allo Yerba Mate; chi, invece, non aveva questa fortuna, poteva compralo nelle bottegucce del paese, da za  Rosina  Fazio,  Vincenzino De Rose e Maria Pignanelli nel centro storico o di zu Luigi Pizzuto e Maria 'e Guglielma nel rione Croci. Una volta procurati i preziosi semi dal colore verdognolo, li si metteva in un curioso attrezzo, " 'u spitillu", un contenitore cilindrico di latta  nel quale si apriva un piccolo sportellino e che ruotava su un perno centrale che finiva con una impugnatura. Questo mirabile attrezzo, col ventre pieno di caffè crudo,  veniva collocato su un sostegno di ferro " ' u tripiricchjiu" sotto il quale ardeva un bel focherello.
 A questo punto la massaia faceva ruotare lentamente " 'u spitillu" come una sorta di girarrosto in modo da abbrustolire i chicchi di caffè in modo uniforme e senza farli bruciare. Ed era in quei frangenti che quel profumo intenso e inebriante mandava in estasi chiunque si trovava  a circolare nel raggio di qualche centinaio di metri.
   Completata la tostatura il caffè veniva macinato nei macinini a manovella che andavano da quelli più semplici, a forma di cubo col cassettino in basso, a quelli più sofisticati, veri e propri oggetti di culto. Un macinino da parete, molto suggestivo,  lo si poteva ammirare nella casa di Giovanni Guzzo,  padre del mio amico Egidio, in viale del Re, un oggetto bellissimo che incuriosiva e affascinava noi ragazzini dell'epoca., come i vecchi grammofoni a molla che si potevano ancora ammirare in qualche casa del paese, come quello, ad esempio,  del signor Michele Mercuri. 
   Ottenuta la polvere, era il momento dell'ultima operazione prima di poter gustare un buon caffè. Allora la massaia prendeva la vecchia macchinetta napoletana e la caricava con la polvere profumata. Poi faceva bollire l'acqua nella parte inferiore della caffettiera, quindi la rovesciava affinché l'acqua bollente  filtrasse attraverso il crivello ed  il caffè colasse nella parte della caffettiera col beccuccio.
  Purtroppo le massaie dell'epoca non conoscevano il segreto del famoso "coppetiello" che imprigionava l'aroma e che il grande Eduardo ci avrebbe poi svelato in "Questi fantasmi" per cui, anche se, generalmente il caffè alla napoletana era un buon caffè, a volte capitava che fosse anche, come avrebbe detto un altro grande artista napoletano, il mitico Totò, una ciofeca. Però, anche quelle "ciofeche" ci mancano tanto, ma davvero tanto. " Sarà el tempo!", direbbe malinconicamente Lino Toffolo.

                                                                            Ah, la crisi! 

   "Chi zappa vivari acqua, chi futta viva' alla vuttta" recita un antico adagio caccurese per dire che quasi sempre a raccogliere il frutto delle fatiche altrui sono i parassiti e gli scansafatica. C'è del vero in questa massima soprattutto riguardo al vino; per le verdure le cose cambiano leggermente per cui anche se si ci mettono le avversità atmosferiche, gli animali selvatici e, a volte, anche quelli a due zampe, "E latru è de latrune 'a meglia parte è du patrune." 
   Oggi finalmente è stata giornata di raccolto, il raccolto del lavoro autunnale e invernale: oggi abbiamo raccolto le fave e una parte dei piselli per la provvista annuale. Il prodotto, come si nota dalla sequenza fotografica, è stato raccolto, trasportato e depositato nello stabilimento dove le maestranze, nel giro di qualche ora, hanno provveduto a sgranarlo e a conservarlo nelle adiacenti celle frigorifero. E domani si replica col resto dei piselli.
  Considerata la quantità di prodotto seminato la resa è stata soddisfacente il che significa, a dispetto delle notizie allarmistiche dei soliti economisti, che "l'Italia cresce", basta lavorare e trattare il prodotto con olio di gomito. Se si lavora si produce e, come diceva giustamente il bravo Rodolfo De Angelis, "Ma dov'è questa crisi? Metti mano al motozappa, al rastrello e al piantatoio e vedrai che la crisi sparirà, parapà, parapà."

 

                             'Nu mazzu 'e ravanelli contro i calcoli e altri malanni



   I nostri antenati caccuresi erano davvero bravi a coniare spassose, quanto efficaci metafore spesso di natura etico - filosofica, ma anche semplici sfottò, sfoghi sdrammatizzanti etc. Una delle tante mi è tornata alla mente stamattina mentre raccoglievo i ravanelli. Sono tantissime quelle a sfondo agricolo la celebre " 'U rigalu 'e za Michelina: 'na nuce e 'na castagna" per dire una cosa da niente, di scarso valore oppure " 'E due vegnu porto cipulle" per dire "Ti riempio di botte", e poi quella della quale voglio parlarvi: " 'Nu mazzu 'e rafanelli". 
  " 'Ni mazzu 'e rafanelli" si usa per prendere o prendersi in giro quando non si sa  cosa o non si ha niente da mangiare, un modo per inveire sulla povertà o forse anche sulla mancanza di idee su come preparare il pranzo, insomma un modo per commiserarsi ironicamente usato in decine di modi possibili. 
   Mangiai per la prima volta in vita mia all'età di 11 anni, a Merano, alla birreria Forst, proprio all' imbocco della val Venosta. Li servivano conditi con solo sale per accompagnare la birra fresca prodotta all'interno dello stabilimento comodamente seduti ai tavoli davanti la birreria. Ovviamente noi ragazzi non si beveva birra, ma dovevamo accontentarci di un calice di spuma, però il sapore forte e piccantino dei ravanelli (quelli bianchi sono ancora migliori), mi piacque subito. 
   I ravanelli sono ricchissimi di potassio e di vitamina C e assolutamente privi di colesterolo. Sono diuretici, depurativi e perfino calmanti della tosse, ma la cosa più interessante che ho scoperto di recente è che abbassano notevolmente la quantità di bilirubina nel mostro organismo contrastando efficacemente la formazioni di calcoli epatici e biliari. L'avessi saputo prima forse mi sarei evitato due fastidiosi interventi chirurgici. E' proprio vero: zappare fa bene alla salute. E pensare che tanti nostri politici non vogliono capirlo!

                                                   Cicco Simonetta il cazzilluso

Cicco Simonetta (Caccuri 1410 - Pavia 1480) 

   Cazzilluso è un nostro bellissimo aggettivo che si usa per definire una persona sanguigna, determinata, decisa, sempre pronta alla polemica, insomma uno al quale salta facilmente la mosca al naso. Cazzillusi i caccuresi lo furono probabilmente sempre, a cominciare da uno dei più illustri, Cicco Simonetta, l'autorevole cancelliere, primo ministro e capo della diplomazia del Ducato di Milano al tempo degli Sforza, uno degli uomini più prestigiosi e potenti del XV secolo, citato da Machiavelli e da altri storici del suo tempo, compreso il fratello Giovanni. La sua "cazzillusità" emerge chiaramente da alcune polemiche con personaggi illustri del suo tempo.
  Una volta un tale Prospero  Schiaffino da Camogli, ambasciatore dello Sforza, quindi suo subordinato, si prese il lusso di disprezzare il suo superiore perché era nato a  Policastro l'attuale Petilia. In realtà Policastro era il paese della madre, mentre Cicco, come lo zio Angelo e il fratello Giovanni, era nato a Caccuri. Il Cancelliere non si vendicò, né sottopose, come si farebbe oggi, a mobbing l'ambasciatore, ma gli inviò una lettera nella quale gli fece notare che "
Policastro era “incomparabilmente più nobile et più degno che non sia Camulio (Camogli).”
  Anche papa Paolo II, il veneziano Pietro Barbo, si prese una bella ramanzina da Cicco. Al borioso veneziano Barbo che si era permesso di esternare i suo disprezzo per la Calabria e per i calabresi  l'illustre caccurese scrisse una lettera ufficiale nella quale, fra l'altro gli diceva: " Che la prefata Santità dica che tutti li calabresi siano cativi (sic) perché questo toca as mi, rispondo così che la Calabria è la più fertile et la migliore provincia che sia nel reame, benché 
sia nell'ultima et estrema parte de Italia. Nondimeno in Calabria gli ne sono et de boni et de cativi, como è anchora ad Vinexia, ad Roma, ad Napoli et ad Milano e neli altri luochi, pure io me reputo nel numero de li boni et credo haverne facto le opere et professione."
  L'italiano quattrocentesco del Cancelliere potrebbe essere un po' ostico, ma i concetti sono chiarissimi, così come il carattere da vero "capi tostu" calabrese. 

                           Frittelle di fiori di robinia per il mio amico Domenico


   Merita davvero un omaggio il mio carissimo amico Domenico Offi che a distanza di oltre un anno si è ricordato di aver mangiato a casa mia le frittelle di fiori di robinia, una vera leccornìa che consiglio ai miei amici buongustai. Ovviamente lo faccio anche per invogliarlo a tornare a farmi visita. 
   Come molte frittelle si possono fare sia dolci che salate. Io le preferisco salate, ma chi non ha problemi di peso. di glicemie e di altre diaboliche invenzioni del Creatore cvhe probabilmente voleva divertirsi con noi povere creature, può gustarle anche cosparse di un velo di zucchero. 
   Oggi per me è stata giornata di raccolto, sia di  fiori di robinia, sia di fiori di sambuco. A cena ci siamo fatti una scorpacciata di frittelle e  domani una bella "pitticella cu' maiu."
La civiltà è bella ma, viva la campagna che ci dà tante cose buone e salutari. 

                                      Legittima cazzata (chiedo scusa, ma non trovo sinonimi)

   Questa volta gli Azzecca Garbugli che teniamo in parlamento con stipendi da nababbi e una serie infinita di privilegi degni del più ricco degli emiri l'hanno fatta grossa, o meglio, hanno gettato la maschera approvando una legge ridicola che sembra fatta apposta per creare confusione, incertezza, dubbi sulla corretta applicazione, incertezza della pena o dell'assoluzione, tutte cose che costituiscono l'acqua nella quale sono abituati a guizzare a loro agio. Una legge, quella sul diritto alla difesa, da far sbellicare dalle risate, oltre a rodersi il fegato per la presa per i fondelli, della quale pare si sia vergognato perfino Renzi, riconfermato segretario di quel partito che ha proposto l'emendamento decisivo. Ma che dice il sostanza il testo approvato alla Camera? Dice che se ti entrano in casa di notte dei rapinatori che ti minacciano di morte o che, comunque potrebbero uccidere te o i tuoi familiari, puoi usare una eventuale arma che detieni in casa, ma se la stessa situazione si verifica di giorno commetti un reato gravissimo. A questo punto mi vengono in mente alcune considerazioni.
  La prima. Mettiamo il caso che la legge venga ritirata definitivamente. Che se ne fa uno di una pistola in casa se non può usarla nemmeno se attentano alla sua vita o a quella dei suoi cari? Tanto vale non tenerla, a meno che non si voglia far vivere e magari arricchire i poveri produttori di armi. Ma così non venderebbero mai proiettili. 
  La seconda. Esiste un confine preciso tra la notte e il giorno? Per esempio, le 6 del pomeriggio di novembre, quando la buio alle  16,30 sono da considerare giorno o notte? E le cinque del mattino di maggio come le consideriamo? 
   Una legge pasticciata come quasi tutte quelle approvate nella "patria del diritto" che qualche esponente del PD cerca di spiegarci meglio con qualche dotta lezioncina sulla corretta interpretazione (confermando involontariamente le difficoltà di interpretazione)  e al quale in molti fanno rilevare che è, comunque, astrusa e pasticciata. A questo punto mi permetto un suggerimento: cari onorevoli, andatevene a casa e le leggi fatele scrivere alle maestre (i maestri non esistono più) elementari o, meglio ancora, alle maestre della scuola materna che sanno come scrivere chiaro e leggibile e magari  pagatele  meglio. 
P.S.
   Davvero grande il presidente del Senato Grasso che dà involontariamente dell' imbecille a chi voleva abolire il senato con solo sei parole: "Meno male che c'è il Senato". Grande!!!!!

                                                       Una nevicata tutta salute

   Purtroppo nella foto non si vede bene, ma non capita spesso di assistere a una nevicata il 3 di maggio, ma stamattina a Zifarelli nevicava. Gli effetti dell'insolito fenomeno li potete notare nella foto a destra. Ovviamente. se, come si evince dallo scambio di affettuosità tra la suocera e la nuora (Bona venuta norama 'm plazzu, te via durare quantu 'a nive 'e marzu  - Bona trovata, socrama gentile, te via durare quantu 'a nive 'e aprile) la neve di marzo e di aprile dura pochissimo, figuratevi quella di maggio! Ci avrete mica creduto? Beh, il fenomeno di stamattina somigliava molto a una nevicata (fra l'altro è durato un paio di ore), ma si trattava dello sfaldamento dell'infiorescenza dei numerosi salici (salicuni ovvero il salix alba) che si trovano un un terreno attiguo al mio fondo  in una quantità grandissima di  leggerissimo "fiocchi" bianchi  che un impercettibile alito di vento trasportava tre i miei ortaggi ricoprendoli di bianco. 
  In passato da questa pianta si estraeva la salicina,  la sostanza  base  per la produzione dei farmaci come l'Aspirina e che il processo di estrazione fu messo a punto, nel XIX secolo,  dal chimico calabrese prof. Raffaele Piria, nato Scilla nel 1814, docente in diverse università italiane ed europee. La cosa mi rassicura perche evidentemente, ogni mattina, mi faccio una bella cura di aspirina che fluidifica il sangue e combatte diverse malattie senza bisogno di andare dal medico o in farmacia.
   
  

                          Il più grande laboratorio del pianeta



   Oggi vi presento il più grande laboratorio che esiste sulla Terra, il più efficiente, ma nello stesso tempo il più semplice, un laboratorio che  trasforma tutto quello che "macina", si tratti di verdura, frutta cereali, avanzi di cibo, ma anche qualsiasi schifezza,  in un concentrato di proteine complete e di grande qualità, aminoacidi, vitamine, compresa la vitamina D, calcio, potassio, fosforo, sodio, ferro, insomma tutto ciò di cu un uomo ha bisogno, il tutto concentrato in un piccolo contenitore dal guscio fragile chiamato uovo. Il laboratorio è, ovviamente, la vecchia, cara, curiosa, vorace, testarda gallina che un tempo razzolava libera per le strade del nostro paese, ma che ora è confinata nei pollai di campagna. come il mio di Zifarelli. Adesso, fra l'altro, la scienza pare abbia prodotto in laboratorio (quello pieno di ampolle, alambicchi e altri apparecchi misteriosi) galline in grado di darci uova a basso contenuto di colesterolo (quelle bianche in fondo al pollaio), ma anche se si dovesse trattare di una bufala, poco male; pur essendo l'uovo ricco di colesterolo, pare che del colesterolo delle uova l'organismo umano riesca ad assorbirne solo una minima parte e poi a spazzare le arterie ci pensano sempre i fagioli e le verdure. 

                                                         "Sei simpatico a questa Corte"



   C’è veramente da schiattare dal ridere o, in alternativa, preoccuparsi seriamente perché come dice Luca nel suo vangelo e Giovanni nell’ Apocalisse, la fine del mondo è vicina.  Al Senato il PD, contro ogni logica e contro il regolamento che, come in tutte le istituzioni prevede il voto segreto quando si tratta di votare sulle persone, chiede il voto palese per fugare ogni dubbio sull’adesione dei suoi senatori alla richiesta di accogliere le dimissioni presentate dal senatore Minzolini. E che dubbio dovevano fugare?  Se uno ti chiede un favore e questo favore non ti costa niente perché rifiutarglielo? Altri erano i dubbi che alcuni di loro avrebbero dovuto fugare qualche settimana fa: il dubbio che una legge dello Stato, approvata anche da questo stesso ramo del parlamento, possa essere disapplicata o applicata ad personam  dallo stesso legislatore  scegliendo, di volta in volta, per chi applicarla e per chi no. Per dirla con Brecht,  chi “è simpatico a questa Corte” e chi non lo è.  Insomma il dubbio che “la legge è disuguale per tutti.“

                                             Buona Pasqua in  versi

   In questo giorno che dovrebbe essere di pace e di serenità continuano ad arrivare notizie di stragi, sangue,m preparativi di guerra e esibizione di muscoli. Provo un grande dolore per le  decine e decine di vittime innocenti dell'attentato in Siria e tanta apprensione per le tensioni internazionali. Che il cielo strafulmini i mercanti di morte e pace agli uomini di buona volontà.
 Via auguro una buona Pasqua con una filastrocca sperando si avverino gli auspici con i quali si chiude.

 Filastrocca della guerra sciocca

Filastrocca di mezza sera,

è arrivata la primavera;

è arrivata su tutta la Terra,

ci ha portato una brutta guerra,

una guerra crudele e tetra

fatta da uomini dal cuore di pietra,

ma, a soffrirne terribilmente,

è, come sempre, la povera gente.

 Primavera, primavera,

fa’ che finisca prima di sera,

ma se questo non si può fare,

che almeno si eviti di ammazzare.

Basta con missili, bombe, terrore,

bombardatevi solo d’amore!

Viva la pace, i frizzi e i lazzi,

vadano al diavolo fucili e razzi.

                 Giuseppe Marino

 

                                                           Einstein

   Oggi mi è capitato di leggere questo titolo su un giornale on line. Non so se le dichiarazioni di questo politico della Commissione di vigilanza siano state riportate correttamente nel titolo e nell’articolo in questione  perché so benissimo che i titolisti italiani sono portati a enfatizzare  ben consci che la maggioranza dei lettori nostrani si limita alla lettura dei soli titoli e molti giornalisti  ci ricamano ben consci della pochezza degli argomenti, ma se questo titolo dovesse rispecchiare effettivamente il pensiero del “vigilante” ci sarebbe da rimanere sconcertati e seriamente preoccupati.
    Ho sempre pensato che i dirigenti RAI vadano nominati o, eventualmente cacciati, sulla base delle loro capacità, della conoscenza del mezzo, del tipo di televisione che intendono fare e delle finalità che perseguono e giudicati sulla base dei risultati, non solo economici, ma anche culturali, educativi e sociali che raggiungono. Personalmente,  al di là dei risultati di bilancio che nel caso della Rai, ma anche di altre aziende culturali mi interessano poco, li caccerei tutti, non perché simpatici o invisi a Renzi o a qualche politicante, ma per i programmi insulsi, idioti e cretinogeni che ci propinano tutte le mattine, tutti i pomeriggi e tutte le sere su tutte le reti dopo averci appioppato il canone in bolletta. Li manderei a casa per aver distrutto i centri di produzione dell’azienda per acquistare fiction e programmi di intrattenimento ridicoli e diseducativi, simili, se non uguali,  a quelli della concorrenza perché reti pubbliche e private si rivolgono sempre alle stesse società di produzione. Li manderei a casa per aver ridotto la più grande agenzia culturale italiana in condizioni pietose, pagando per questo  super stipendi a conduttori e pseudo giornalisti per far cose che il più scarso attore dilettante o il più sprovveduto corrispondente di paese farebbe molto meglio di loro e magari per un piatto di lenticchie.  Invece come un Cesare capriccioso, voltiamo il pollice in su o in giù a seconda della convenienza e della contingenza politica del momento. Se questa è politica allora io sono Einstein.

 

                                                   Acitelli e tritrulicchji

   Alzi la mano chi conosce il nome dialettale di questa infiorescenza e, soprattutto, chi l'ha mangiata. qualche volta Non ho mai saputo qual è il nome scientifico e nemmeno quello italiano, ma noi la chiamavamo "acitelli" per il sapore acidulo e ne facevamo delle scorpacciate. Quando avevo sei o sette anni il Prato, la proprietà del dottore don Vincenzo Ambrosio sulla quale poi da lì a qualche anno sorse l'omonimo rione, era, appunto, un grande prato nel quale questa pianta cresceva abbondantissima. Noi fanciulli spostandoci carponi come tante caprette, andavamo a caccia di queste  infiorescenze e dei "tritrulicchji", una sorta di cetriolini selvatici che divoravamo con la fame della fanciullezza e degli anni '50 che era davvero tanta. Mi confesso: stamattina non ho saputo resistere alla tentazione e son tornato bambino. 

                      Com'è bella l'avventura (quando si hanno vent'anni) 



    Ancora un antico reperto che riaffiora dai vecchi album di famiglia. Questa volta si tratta di una foto scattata nel dicembre del 1969 nel corso di un avventuroso viaggio attraverso le Calabrie con mio cugino Saverio a bordo della mia mitica Fiat 600 del 1958 che, miracolosamente, ci scorrazzò per una settimana per le province di Catanzaro e di Reggio.  Il monumento alle nostre spalle non ha bisogno di presentazione: si tratta della famosissima Cattolica di Stilo, la piccola chiesa bizantina sul monte Consolino da tempo candidata a diventare patrimonio universale dell'Unesco. All'epoca la zona era interessata da una frana, come si intuisce facilmente osservando i massi sulla stradina per cui in molti, nel darci le indicazioni per raggiungerla (all'epoca non c'era ancora il navigatore e i cartelli stradali latitavano) ci sconsigliavano di visitarla perché poteva essere pericoloso, ma noi non rinunciammo a farci scattare una foto a futura memoria. Poco prima avevamo reso omaggio al grande Campanella, uno dei comunisti perseguitato dalla chiesa, assiso pensoso su un blocco lapideo in piazza Carnovale. E pensare che tempo prima un altro comunista inglese che diceva più o meno le stesse cose del filosofo calabrese, lo avevano fatto santo!
  Il viaggio poi proseguì per Locri dove visitammo gli scavi, Giffone, il paese di nostro nonno Saverio. Polistena, Cinquefrondi,  Una sera, lasciata Laureana di Borrello, tra Acquaro, Dasà e Fabrizia vivemmo una terribile avventura. 
   In mezzo a una tormenta, ci ritrovammo a un bivio ovviamente senza segnaletica. Scesi dalla macchina perché in lontananza avevo notato un casolare, ma, nonostante bussai e chiamai più volte, non ebbi risposta, Aperto il vano motore per rabboccare il radiatore perché la macchina consumava più acqua che benzina, vide che lo spinterogeno "sprizzava scintille da tutti i pori." Ci sentimmo perduti, ma, disperatamente, ci affidammo alla sorte e imboccammo la strada a destra con la paura che la macchina prendesse fuoco da un momento all'altro o che ci lasciasse a piedi in piena tormenta, Invece, per nostra fortuna, il motore resse e dopo qualche minuto ci ritrovammo a Dasà. Il giorno dopo raggiungemmo Serra San Bruno dove un certosino francese, resosi conto che mio cugino parlava il francese alla perfezione, ci fece visitare tutta la Certosa, compresa la sua cella, probabilmente contravvenendo alle regole. Poi pernottammo nella cittadina delle Serre per continuare la visita il giorno dopo e qui rischiammo di essere sparati dall' albergatore che ci sveglio in piena notte per rientrare in albergo dalla finestra della nostra stanza accusandoci di averlo chiuso fuori e il mattino seguente mi beccai la prima multa della mia carriera per aver imboccato inavvertitamente un senso unico per far partire la macchina in discesa visto che la batteria era completamente a terra. 

 

                                       Quarantanove chili, pardon., anni fa

   Rimettendo in ordine alcuni vecchi album di fotografie mi è capitata tra le mani questa istantanea scattata nell'agosto del 1968 a Chalet à Gobet, un sobborgo di Losanna a qualche chilometro dalla cittadina elvetica sulla strada che la collega con Berna. Qualche giorno dopo avere conseguito l'abilitazione magistrale i miei vecchi, che lavoravano in un motel a una cinquantina di metri a destra della casetta alle nostre spalle, mi vollero con loro per qualche giorno per festeggiare l'evento e per rompere il sortilegio che ci consentiva di stare insieme una sola volta all'anno per le vacanze natalizie quando i miei tornavano a Caccuri dopo un viaggio di quasi due giorni sugli sgangherati treni dell'epoca che, comunque, in Calabria erano molto migliori di quelli di oggi. Per dire. 
   I miei abitavano in una stanzetta di pochi metri quadrati in questa casetta nella quale alloggiavano i dipendenti del motel e vi rimasero per quattro anni prima di trasferirsi una decina di chilometri più a nord in un paesino chiamato Savigny quando il proprietario del motel nel quale lavorano, un signore romano, decise di ristrutturarlo. 
   Quella dei miei genitori fu, come per molti emigrati, una esperienza dura e dolorosa, ma anche un mezzo di riscatto e di elevazione, se così si può dire. Mio padre, bravo falegname e intagliatore si acconciò a fare il lavapiatti, mentre mia madre, casalinga e contadina, andò a lavorare nella lavanderia della stessa struttura, entrambi per stipendi magri, ma, per la prima volta nella loro vita, sicuri e forieri di quella dignità che solo il lavoro può darti liberandoti dal bisogno, forse la più importante libertà alla quale aspira l'uomo. Mi sono commosso nel rivedere questa foto con i miei genitori ancora abbastanza giovani e io con molti chili e molti anni in meno sul groppone. Purtroppo, come dicevano i nostri nonni, " 'A vita è 'na fumata 'e tabbaccu!"

                                                 Reato di soffritto

   Nel paese di Azzecca garbugli non sappiamo più cosa inventarci per intasare i tribunali e gli uffici del giudice di pace (che bello quest'ossimoro) con cause balorde per la gioia del più grande esercito che l'Italia abbia mai avuto: quello degli avvocati. Fino a qualche giorno fa sapevamo che si rischiava la galera o comunque multe salate  per uno sfottò tra amici o tra paesi come  "Caccuri e Cerenzia i paisi 'e  ....."  per intenderci,  assimilati a istigazione all'odio razziale;  da oggi sappiamo che si rischia grosso anche per un soffritto, un arrosto, uno stufato, una torta alla vaniglia. Chissà se le eventuali multe per l'odore molesto si possono pagare alla maniera di Giufà col tintinnio delle monete? Continuo a pensare che Piero Calamandrei aveva ragione da vendere quando nel 1921 scrisse il famoso saggio "Troppi avvocati" denunciando l'invasione del Parlamento da parte di un numero spropositato di legali che lo avevano trasformato in Camera d'avvocati. Poi ci lamentiamo che la giustizia è lenta, che i reati vengono prescritti e simili geremiadi. 

                                              Caporalato internazionale

    Se la cosa non fosse terribilmente drammatica potrebbe risultare perfino comica. Nella un tempo opulenta Lombardia (non in una sperduta provincia di uno stato centro africano), nella terra dei lumbard e dei cummenda, in una zona un tempo rossa, ma ora nemmeno rosa pallido,  operai e impiegati italiani che lavorano per un'azienda italiana vengono assunti da un'agenzia rumena e pagati in moneta rumena con uno stipendio che equivale a 300 euro mensili e senza nemmeno i contributi. E' impressionante quel che sono capace di inventarsi i padroni quando i governi come quello italiano, ma anche molti europei finiscono, e non per caso,  nelle mani di incompetenti saccenti e arroganti che diventano pio o meno inconsapevoli strumenti di chi effettivamente, a livello mondiale, dirige la baracca. Questi sono i risultati di leggi idiote e antioperaie come il job acts renziano, i pareggi di bilancio in costituzione, la devastazione delle stesse costituzioni, la globalizzazione e simili porcate. Praticamente, nel mentre si finge di combattere il caporalato interno,  il capitale si affida a una sorta di caporalato internazionale.  
    Ora forse si potrà finalmente cominciare a capire cosa intendevano effettivamente lor signori, come li definiva il grande Fortebraccio, per "caduta del muro di Berlino", globalizzazione, liberalizzazione del commercio globale, esportazione della democrazia in Iraq, in Libia, in Siria, a Cuba, G8 di Genova con la violenta repressione che ne seguì e tante altre losche cosucce.  Ora si dovrebbe capire facilmente il perché degli attacchi continui al sindacato, della cacciata di fatto di alcuni di questi dalle multinazionali col beneplacito di altri che speravano di ricavarne qualche miserabile vantaggio,  ma che oggi contano anch'essi quanto il due di coppe. Tremo al pensiero di quale futuro attende i nostri nipoti tra squali e governi inetti. 

P.S
Il quadro  che ho usato per illustrare il post,  "Le raccoglitrici di olive", è un capolavoro di mio cugino Vincenzo Parrotta. 

 

                                         Un pregevole saggio di Enzo Di Brango 
                                              L'Italia si cerca e non si trova



   Oggi mi son fatto un bellissimo regalo, due libri molto interessanti. Il  primo, del professore reggino Domenico Minuto, si intitola Storia della gente in Calabria - Dal passato al futuro, il secondo è l'ultimo saggio di Enzo Di Brango,  autore di saggi e romanzi storici, membro del comitato di redazione della storica rivista Quaderni del Sud Quaderni calabresi e apprezzato recensore di libri vari sull'edizione italiana di Le Monde Diplomatique. 
    Da domani mi tufferò nella lettura di quest'ultima opera dal significativo titolo "L'Italia si cerca e non si trova - L'unità d'Italia contro l'identità meridionale". Oggi sono riuscito a leggerne un paio di pagine di sfuggita e son rimasto colpito da alcune righe che racchiudono, a mio avviso, secoli di storia e ci fanno percepire a fondo la condizione di miseria, sfruttamento subalternità dei braccianti e dei contadini meridionali più di cento saggi, le motivazioni alla base della rivolta di Bronte e della sua repressione, dei fatti di Melissa, di Avola, di Battipaglia, la strage di Portella della Ginestra, le trasformazioni profonde e irreversibili nel tessuto socio economico prodotte da quelle lotte e dalla rottura del latifondo. Tutto ciò senza che Enzo si dilunghi o ecceda nei particolari. Forse lo farà nelle altre pagine del suo pregevole saggio, ma intanto godiamoci queste poche righe: " Non percepivano salari i contadini, venivano pagati in natura; questa forma salariale consentiva agli gnore (i ricchi signori n.d.r.) un controllo pressoché totale della vita dei propri dipendenti. Ogni novità nell'abbigliamento e nelle abitudini poteva essere indice di furto. Dal momento che un contadino non percepiva salario e quanto veniva loro dato in natura a mala pena bastava per sfamare lui e la sua famiglia, ogni acquisto indicava una sorta di arricchimento indebito."
  Queste erano le spaventose condizioni delle plebi, non solo meridionali, fino alla metà del XX secolo; queste erano le condizioni dei poveri briganti dei quali mi sono occupato una quindicina di anni fa che non avevano altra alternativa tra il morire di fame e di stenti al servaggio dei padroni o morire da uomini liberi per una palla in fronte. 
   Grazie, Enzo per questa pregevole opera che, ne sono certo, avrà un grande successo. In bocca al lupo e un abbraccio.

 

                                      Io, Bud Spencer, Terence Hill e Giuliano Gemma

   Ho letto da qualche parte che "un fagiolo salverà il mondo." Allora se questo è vero, io con questi cinque solchi seminati ieri mattina posso sperare in futuro in un monumento? Beh, quando frequentavo l'istituto magistrale, in omaggio al mio pigmento i compagni mi appiopparono il soprannome di Scipione (l'africano per intenderci) per cui faccio mia la celebre frase del condottiero che sconfisse Annibale, " Ingrata patria ne ossa quidem mea habes" e rinuncio al monumento, ma non riuscirò mai a rinunciare a un bel piatto dei miei fagioli con la cipolla o al pomodoro e peperoncino o con le patate o le "maruchelle" (conchigliette). Quest'anno spero di produrne una quantità tale da poter sfamare abbondantemente, oltre me e la mia famiglia,  il mito Bud Spencer, il Terence Hill di "Lo chiamavano Trinità" e il Giuliano Gemma di "Anche gli angeli mangiano fagioli." E così sia!

                          Primavera è nell'aria, ma anche sul calendario

    Da oggi, finalmente,  è  primavera a tutti gli effetti, sia astronomicamente che meteorologicamente. In realtà lo è da oggi solo per convenzione perché dal punto di vista astronomico siamo già al secondo giorno di primavera essendosi l'equinozio verificato ieri (lunedì  20) alle 11,29, mentre da quello meteorologico, almeno qui da noi, è già primavera da alcuni giorni. Da come si è presentata sembrerebbe voler smentire l'ormai consolidato luogo comune che vuole che non ci siano più le mezze stagioni. Vedremo; vedremo e giudicheremo. intanto godiamoci il tepore del sole, i dolci zeffiri e il profumo delle calendule, delle viole, delle margherite da campo e dei peschi e degli albicocchi in fiore magistralmente dipinti dal compianto maestro Peppino Nesci. 
   Chi si dIletta di astronomia o cronologia può dare uno sguardo a queste mie pagine.