Sulla sedia a dondolo
                                                                           di Peppino Marino  
   A  una certa età  non è facile lavorare, non è facile scrivere, spesso non è facile nemmeno pensare. Lo si può fare solo se ci si limita a pensieri brevi, scritti altrettanto stringati, riflessioni fugaci sugli avvenimenti che ci scorrono davanti, magari, all'ironia  mentre con l'arrivo dei primi freddi ci trasferiamo dalla sdraio "alla sedia a dondolo".    
                         
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                                           'U settu 'e ra Miliè

     Questa sera vi offro un'altra mia poesia di qualche anno fa dedicata alla gente del mio paese.  E' sempre triste percorrere le strade del borgo natio, soprattutto quelle del centro storico e non incontrare nessuno, non ritrovare soprattutto quelle care persone che popolarono la nostra fanciullezza e la nostra gioventù, che ci insegnarono la vita e come si sta al mondo, che ci trasmisero la loro saggezza, il loro grande, prezioso patrimonio di conoscenze, la loro cultura, la loro arguzia, la loro bonomia.
   I nostri cari vecchi se ne stavano seduti sui "setti", i sedili in pietra che si incontravano sull'uscio delle case e in piazza, la nostra agorà, il più antico luogo di socializzazione assieme alle cantine e al salone del barbiere. Girando per le strade deserte da anni non le incontriamo più, i sedili sono vuoti, ma affollati di ombre, di ricordi indelebili di questa bellissima gente, di questi uomini straordinari che a distanza di decenni dalla loro scomparsa sono sempre lì a regalarci i loro preziosi doni: basta pescare nei nostri ricordi e condirli con un po' di fantasia. Buona lettura. 

 

Chi fulla ‘e umpre, quanta gente c’è

Oje allu settu re  la Miliè  ,

quanti persuni, quanta bella gente

ce viu seruta, ancora, cu’ la mente!

Quannu passu e ra chiazza ‘u guardu mutu

E me mintu a pensare ‘nu minutu.

Allura viu a Giuvanni ‘e Vatticore

Oppure a zu Rumuinicu ‘u Sciollaru,

Demme, zu Petru ‘u Pisciu, Vajanaru,

Peppinu Marinu, Saveriu lu zommaru.

Mo c’è zu ‘Ntone ‘e Cerza chi fissia’

Cu chine sta passannu pe’ la via

E zu Giuvanni Marullu, doppu ‘u bannu,

si c’è serutu mentre sta fumannu,

però c’è Ciorru chi ‘u guarda’ ‘e traversu

ca c’ha fricatu ‘u bannu e illu l’ha persu.

E ancora, Zu Rusariu ‘u muletteri,

Roccu Tianu, Pasquale ‘e sanceri,

Brunu, Guiruzzu, ‘Ntria, Cicciarellu,

Giuvanni ‘e Rizzeri, Battista ‘u monachellu.

Quanta gente a ‘stu settu s’è seruta,

quante storie canuscianu ‘ste petre,

ca, si ppe’ casu, potissanu parrare,

ancona n’  ‘e  potissanu cuntare!

Però, si ne fermami ‘nu momentu

E lu guardami cu’ ‘nu pocu ‘e amuri,

stu settu, veru e propriu monumentu,

ne murrari ‘u passatu re Caccuri.


                                              
Terroni e pure mantenuti 



  
Mattinata di lavoro duro quella di oggi a Zifarelli a seminare fave, piselli e agli che raccoglieremo nella prossima primavera con di fronte la più grande quercia del territorio caccurese. Alla nostra età uno potrebbe anche starsene comodamente a poltrire, ma un terrone, lo dice la parola stessa, è legato alla terra, la ama, la cura, la nutre ed ella lo ricompensa generosamente con i suoi frutti e le sue verdure. 
   Hisce ego rebus pascor, his delector, his perfruor, ma non come l'intendeva Cicerone; no, nel senso letterario, pardon, alimentare. Da sempre, infatti, mi cibo di verdura e, in misura minore, di frutta per cui me la procuro col mio lavoro pensando di compiere chissà quale grande impresa. Poi torni a casa, accendi il computer, vai a leggere qualche giornale on line e ti imbatti in un titolo come questo: "I grillini spaccano l'Italia: col reddito di cittadinanza ci toccherà adottare un meridionale a testa" e allora prendi finalmente coscienza di te stesso, di quel parassita che sei, da sempre mantenuto dai lombardi, dai piemontesi, dai veneti, perfino dai liguri, gente da sempre notoriamente generosa. Ecco cosa diavolo vennero a fare nel Mezzogiorno i vari Alarico, Genserico, Odoacre, Alboino, i normanni, gli svevi, gli angioini, gli aragonesi, Garibaldi, Bixio, quel brav'uomo di Cialdini  e tutti gli altri: vennero a portarci generosamente da mangiare, ad adottarci, a consentirci di sopravvivere da parassiti col generoso frutto del loro lavoro. Poi magari qualcuno, per coprire le spese della loro generosità ci alleggerì di qualche milione di lire del tempo (un po' di miliardi di euro di oggi) che custodivamo da quei morti di fame che eravamo nelle casse del Banco di Sicilia e di quello di Napoli, ma questi sono solo dettagli come dettagli sono la colonizzazione del Meridione, la simpatica frase di Brombini (Dobbiamo impedire a questa gente di intraprendere), le ferrovie da "quarto" mondo e altre cosucce.