Sulla sdraio
                                          di Peppino Marino  
   Di questi tempi, col caldo soffocante che ci opprime, non è facile lavorare, non è facile scrivere, spesso non è facile nemmeno pensare. Lo si può fare solo se ci si limita a pensieri brevi, scritti altrettanto stringati, riflessioni fugaci sugli avvenimenti che ci scorrono davanti, magari mentre ce ne stiamo distesi "Sulla sdraio" (chi se lo può permettere)

                                                                                            

                                                                                    IL PRANZO è SERVITO
                                                                                       di Peppino Marino

 

Filastrocca della vecchia mucca

La Pasqualina ha cotto la zucca

Mentre cuoceva l’arrosto è  bruciato

Perciò ripiega sullo stufato

E lo stufato ha cotto a puntino,

poi va in cantina a spillare il vino

un vino dolce, un vino moscato,

un buon formaggio stagionato,

la frutta, il dolce, il caffè, il gelato,

ed ecco il pranzo è già terminato,

di digerire cerchiamo in fretta

che già la cena oramai ci aspetta.

 

                                          TELEVISIONE, CHE NOIA MORTALE! LA 

 

    Incredibilmente Gianni Togli si annoiava perché guardava il mondo da un oblò e passeggiava, beato lui, e passava le notti passeggiando dentro un metrò e vedeva sempre il lato migliore della luna e allora cosa dovremmo noi che lo guardiamo attraverso i vetri di una finestra, senza prendere il metrò, anche perché in Calabria ormai non ci sono neanche le diligenze, figuriamoci i metrò e vediamo sempre la parte peggiore del paese, quella più urbanisticamente devastata? Una noia mortale! Almeno una volta ti facevi un po’ di compagnia con la televisione che il sabato sera e la domenica pomeriggio ti proponevano qualche gradevole varietà, un po’ di intrattenimento vero, qualche sketch di qualche bravo comico, un balletto, un po’ di musica. Guardatela oggi questa televisione pubblica ridotta peggio della sanità calabrese, una televisione nella quale hanno tagliato tutto, arte, spettacolo, intrattenimento, Fino a due anni fa la domenica mattina c’era un programma di giochi tra diversi paesi italiani che, oltre a farci conoscere tante piccole realtà,  gli usi, i costumi, le tradizioni gastronomiche di tanti borghi italiani, ci intratteneva con una gara da ballo, qualche battuta dei conduttori. Adesso lo hanno sostituito con qualche telefilm, fondi di magazzino acquistati a prezzi stracciati un tanto al chilo e con qualche frattaglia in  regalo, così la Rai risparmia un sacco di soldi e può foraggiare per benino per benino i giornalisti “artisti” che fanno i moralizzatori e denunciano gli sprechi e le ruberie degli altri.  
   Domenica in fino a qualche anno fa, per quanto non certo il massimo dell’intrattenimento, era comunque meno noioso di quel programma statico, barboso, triste, uggioso che è diventato oggi nel quale una conduttrice, seppure brava come la Venier, inchiodata su una poltrona con un paio di camere puntante su di lei e su un paio di ospiti che si alternano nell’intero arco del pomeriggio, chiacchiera con gli stessi quasi sempre di fatti privati della loro vita che stento a pensare possano interessare gli spettatori. Non una canzone, non un balletto, non un po’ di ironia, di satira, ma sia detto!, di spettacolo vero insomma. Se cambi  canale non risolvi alcun problema: i programmi, per parafrasare il titolo di un altro di questi insulsi spettacoli che si ripetono sempre uguali da decenni come la musica andina di Dalla, sono tutti “tale a quale show”, uno più soporifero e vacuo dell’altro, da mattina a sera quando arriva il più inutile, il più ripetitivo, il più stupido di tutti che ti devi sorbire sette sere su sette fino alle 21,30. E intanto il tempo se va, come diceva Celentano e noi ci ritroviamo già vecchi e brontoloni. 



                                                                              
PIZZULIONI E VINU

 

     E va bene, non sarà un Natale come gli altri; l'unica cosa che non cambia è il ritorno della luce col solstizio del 21, per il resto si festeggerà in famiglia, se la famiglia convive, se qualche membro è fuori regione dovrà restarsene dove si trova. Anche la Sacra Famiglia non potrà ricevere l'omaggio dei pastori, mentre i Magi non potranno spostarsi nemmeno con l'auto certificazione. Incertezza per quanto riguarda gli angeli: tutto dipende dalla riapertura dei voli e dalla capacità delle compagnie di garantire il rispetto delle norme di sicurezza a bordo. Noi, comunque, ci prepariamo a un Natale autarchico coi i soliti dolci tradizionali fatti in casa con le scorte di farina, zucchero, miele, cannella etc. E allora, al lavoro per preparare le pitte 'mpigliate, turdilli e, come diceva nonno 'u zommaru, "Pizzulioni e vinu!"

 

                                                                             REGIONI GIALLE 

 

 

 

                                                                                  L'ORDINE ALFABETICO                                                                               

   La politica mi ha sempre affascinato, fin dalla più tenera età e alla politica devo tanto perché mi ha insegnatoalcune cose. Purtroppo ai miei tempi non c’erano grandi maestri per cui ho imparato poco, tanto per dire, nemmeno a rubare. Oggi no, oggi è tutta un’altra cosa, i politici di oggi ti insegnano un sacco di cose, così anche se uno non fa politica in prima persona, impara sempre. In questi ultimi anni, grazie ai nostri governanti, i nostri parlamentari, i nostri amministratori pubblici ho imparato cose molto interessanti come:

a)   è stato costruito un tunnel tra Ginevra e il Gran Sasso;
b)   le Marche sono una regione del Meridione;
c)   le malattie respiratorie si curano con la varechina;
d)    Matera si trova nelle Puglie;
e)   Novi Ligure è, ovviamente, una cittadina ligure come Guardia Piemontese e San Mango Piemonte si trovano in Piemonte;
f)     che la Slovacchia e la Slovenia sono lo stesso paese; 
g)   che Pinochet era un dittatore venezuelano;
h)   che nelle dichiarazioni bisogna essere circoncisi;
i)     che Dublino si trova in Scozia e, dulcis in fundo, che la Calabria è una regione da rispettare perché è la terza in ordine alfabetico, che Abruzzo e Basilicata meritano ancor più rispetto perché sono al primo e al secondo posto e cheTrentino, Valle d'Aosta e Veneto  si possono prendere a pesci in faccia perché sono agli ultimi posti. 

 

                                        IL PARTY DELLE STRANE FAMIGLIE
                                                           di Giuseppe Marino

 

PER RIDERE UN PO'

ATTENZIONE! PUò NUOCERE AI MINORI E ALLE PERSONE PRIVE DI SENSO DELL'UMORISMO 

Assisi sul sofà, il Porto con la Porta
sorbiscono un buon thé,
mentre laggiù al buffet
il Foglio con la Foglia
gustano i pasticcini
avendo per vicini
il Bue con la Bua che si lamenta ancora
per quel suo mal di testa,
nel mezzo della festa,
con la signora Pala ed il marito, il Palo.
C’è anche il signor Spigolo con la sua dolce Spigola,
il Bollo con la Bolla,
il Collo con la Colla,
però, che gran disdetta,
è assente la Paletta.
Però in compenso ancora
ci son tante altre coppie;
il Filo con la Fila,
il Molo con la Mola,
il Sale con la Sala,
il Sardo con la Sarda,
il Pacco con la Pacca,
il Tacco con la Tacca.
mentre, laggiù, in disparte,
quei sigle sconsolati;
afflitti, emarginati,
senza una compagnia,
rifuggon l’allegria:
è triste il signor Topo, seduto accanto al fuoco;
tristi e dolenti il Tetto e la signora Pena,
e il Fico, poveretto,
tra tutti il più negletto.
Però amici cari,
dovete aver pazienza,
a gente come voi
sconvien  la convivenza.


UN PROVERBIO DI FUERBACH?

 

    Chine mancia erba, pecura diventa! Quando ho sentito questo insolito proverbio per un po' ho pensato che lo avesse scritto Fuerbach, poi mi è sorto il dubbio che il filosofo bavarese magari avesse elaborato il suo celebre aforisma  dopo aver letto il proverbio caccurese. Un po' come il paradosso dell'uovo e della gallina o se vogliamodella la strenna caccurese e della Moldava di Smetana: Smetana ha copiato la nostra strenna o gli strinari caccuresi hanno plagiato il poema sinfonico del compositore ceco?
Beh, comunque il proverbio caccurese conferma l'intuizione di Fuerbach quando afferma che "l'uomo è ciò che mangia" perché se uno "mangia erba", diventa fatalmente pecora. Ovviamente è chiaro che ci troviamo in presenza di una metafora laddove per erba devono intendersi i programmi televisivi spazzatura, i discorsi di certi politici ignoranti, i libercoli scadenti, alcuni giornali stampati nel nostro paese, la cazzate di certi monsignori oscurantisti, certe bislacche teorie scientifiche che ci riportano alla cosmografia mesopotamica, erba, appunto e pure di qualità scadente. 

 

LA SAGGEZZA DEI VECCHI CALABRESI E DI PEPE MUJICA

 

  ""Terra pe’ quantu n’abbasta, vigna pe’ quantu ne vivi, casa pe’ quantu  ce stai". Anche questo proverbio calabrese, nella sua versione caccurese, è stupefacente per la sua  saggezza che è poi un po' la filosofia di vita dell'uomo che, a mio avviso, è il più saggio e il più buono tra i viventi su questo infame pianeta: Pepe Mujica. 
  L'adagio ci insegna, proprio come fa il grande politico uruguaiano, a non inseguire ricchezze inutili per le quali spesso spendiamo stupidamente la nostra esistenza per accumularle, senza riuscire nemmeno a godercele, mentre la vita si consuma rapidamente e inesorabilmente. Perciò il saggio deve possedere quel po' di terra che gli basta, una vigna che gli dia quel tanto di vino che riesce a bere con la sua famiglia e una modesta abitazione nella quale vivere dignitosamente. Tutto il resto è inutile e fonte di affanni e, aggiungerei io, soggetto di imposta del comuni e dello Stato. 

 

                                  IL SENSO DELLA VITA IN UN PROVERBIO CACCURESE



  
  Uno dei proverbi più belli appreso dai vecchi del mio paese, anzi forse il più bello in assoluto, è un capolavoro di saggezza e coglie probabilmente il vero senso dell'esistenza, del divenire della società, dell'ansia del sapere che spinge l'uomo alle imprese più ardite, a volte fatali, per puro desiderio di conoscenza. "Dissa lu vecchjiu: ‘un cianciu ca moru, cianciu ca cchjiu campava e cchjiu sapia." Al saggio la morte non fa paura, provoca solo il rammarico dell'interruzione del processo di conoscenza che inizia col  primo vagito e finisce con l'esalazione dell'ultimo respiro. Un proverbio da incorniciare e da tener presente in ogni attimo della nostra vita. 

 

                                      PERICOLOSI.......... PARDON, APPETITOSI ASSEMBRAMENTI



      Voi mi potreste  dirmi che è da pazzi incoscienti fare un assembramento di questo tipo e io vi risponderei che è l'invidia che vi fa parlare. Chi non vorrebbe "assembrarsi" in questo modo? Quanto rimpiango quest'assembramento, se non altro per i capelli ancora neri dei quali oramai non c'è più traccia. Comunque, indipendentemente dal colore dei capelli, non vedo l'ora di poterli rifare, perciò, cari ricercatori, datevi una mossa e cercate di sconfiggere al più presto "la Bestia." Ci siamo riusciti di recente, ci sono riusciti in America, possiamo riuscirci ancora e questa volta per sempre. 

 

                                                       LA TOFOLA
                                           
di Peppino Marino

 

Credo che in certi momenti il cervello non sa più pensare
e corre in rifugi da pazzi e non vuole tornare.

   E' proprio in quei momenti, quando la realtà è drammatica, angosciosa, quando hai paura di aprire gli occhi e guardare il mondo che ti sta di fronte, quando chiudi gli occhi per non vedere e ti trastulli con fantasticherie, con parole vuote per annebbiare la mente e il cuore che nasce la fanfola. Come questa che vi regalo, caso mai doveste mai trovarmi in questo stato d'animo. 

La tofola s’impicchia e si fusticchia
e poi si catapulta nella stocchia
con fare altero e pepola marecchia
come se fosse un poco perastocchia.

Ma quando il sole scalda la riponia
e l’aria si riempie di catonia
la tofola s’intrufola nel tonfolo
e si rannicchia come fosse un cimpolo.

La sera esce per recarsi al fonfolo
dove l’attende il suo amico Rombolo
ma prima si  masticchia e si tristacchia
per apparire un poco meno vecchia.

 

                                          E' TEMPO DI "VESTIRE LA GIUBBA"

 

   Se uno di questi tempi si mette un pomeriggio qualsiasi davanti la televisione ad ascoltare i vari sciacalli o avvoltoi, come a voi piace, che da anni, con la scusa di fare informazione, si cibano di carogne di  povere vittime delle gelosia o della

Trenta trattori la terra aravano

Tredici trapani trapanavano

Trentatré trottole trottolavano,

trentuno tigri, trecento tigrotti,

tre melograni, tremilatrentotto

tinche trincavano insieme alle triglie

mentre le trote guizzavano tronfie

nell’acqua fresca  del torrente, gonfie

lucci e cavedani con l’arborella

lieti ballavano la tarantella

il pescatore mangiava la pesca

dal grano duro si leva la crusca

e dalla tasca una zampa di mosca

tripode, trucido, tremulo, tremito

ma non c’era traccia di trasmissioni

solo trambusto, trattati e traguardi,

tramonti, tricicli e trastulli e tromboni.

 

 

 

 

                                           E' TEMPO DI "VESTIRE LA GIUBBA"

   L'incontenibile bla, bla, bla, il cicaleccio, gli accapigliamenti televisivi di politici o sedicenti tali, di esperti e di ciarlatani, di starlette fallite improvvisatesi giornaliste, le figure miserande di presidenti di regioni, assessori, tirapiedi sulle caratteristiche del virus, sulle misure da adottare, sulle fonti e sui motivi di possibile contagio, le manifestazioni di protesta più o meno violente e più o meno pacifiche, hanno raggiunto ormai il livello di tracimazione. Personalmente non ne posso più per cui ho spento da giorni il televisore e me ne sto tappato in casa ligio agli appelli e alle raccomandazioni delle autorità istituzionali e sanitarie.
  Un grande filosofo e politologo lombardo del quale anni fa la Lega si riempiva la bocca a sproposito, Carlo Cattaneo,  soleva dire: "Quando la ragazzaglia scende in strada la gente per bene si chiude in casa." Personalmente ho elaborato anch'io una mia massima filosofica: "Quando i pagliacci è prendono il potere è tempo che le persone serie vestano la giubba." 

 

                                           Il filasto innamorato

    Nel giorno della scomparsa di Gigi Proietti mi sono ricordato di questa mia vecchia fanfola, un genere poetico metasemantico inventato da Fosco Maraini, padre della scrittrice Dacia e reso celebre dal grande Gigi con la famosa interpretazione de Il lonfo. Se vi va leggetela. 

  Sotto un cìpolo catonio
Un Filasto innamorato,
ben cistato, impomatato,
attendeva, con samòsa
la sua bella Filastosa.

   Il suo cuore insimolato
frimolava ad ogni afflato
di un gradevol filamonio
che stormir facea vilato
i pampìni del catonio

   Ma la sopa Filastina,
sepolata e ciribina,
altri lidi frequentava
ed il povero Filasto
tricelato e tarpimano
la sua bella attese invano,
mentre un rivolo riloso
gli solcava il tetro viso
ed infin con salamento
prese atto del milento,
e con una Sepolina
che cogliea la tripolina
poco dopo si cistò
ed il cuor si consolò

 

                                                                             GRAFFITTI STORICI DA SALVARE

 

  Se un giorno Si procederà a un restauro completo della Chiesa della Riforma mi auguro che il responsabile non cancelli questi storici graffitti su retro dell'altare centrale che ci raccontano tante piccole storie. come quello che la visitò il 30 ottobre  del 1937 nel XVI anno dell'Era fascista o di quell'altro che fece la stessa cosa nel 1942, XXI anno della stessa era, o quella del signore di Policoro che la visitò nel 1953, o quelle di caporali e sergenti del plotone dell'esercito di stanza nel castello durante la guerra, ma anzi restauri anche queste "originali epigrafe" che poi costituiscono una sorta di registro dei visitatori.  Come considerare questi autografi? Esempi di narcisismo o di pietas religiosa? Forse entrambe le cose. Ovviamente bisognerebbe fare in modo che non se ne aggiungano di nuove che finirebbero per cancellare le vecchie, magari proteggendole con qualcosa di trasparente. 

 

                                         ONORE E GLORIA A UN IGNOTO SICILIANO

    Se anche la Sicilia non fosse una delle più belle terre del pianeta, culla della Magna Graecia, la terra della Valle de Templi, di Palermo, la splendida capitale del regno di Federico II, la sede della scuola siciliana, il crocevia di culture millenarie, di stili architettonici; se non fosse la terra di Verga, di Bellini,  di Pirandello, di Sciascia; se non fosse la terra dei cannoli, degli arancini, della cassata, dei necatuli eoliani, della pasta alla norma, dello sfincione palermitano resterebbe comunque la terra della caponata. Sia lode e gloria eterna all’inventore di questo paradisiaco piatto.

 

                                                            'A GIUVINELLA                                                         

   Questa sera voglio presentarvi questa canzone che scrissi secoli fa quando, sensate un po'. non c'erano ancora gli smartphone, ma solo i cellulari, le telefonate si pagavano a consumo e gli innamorati, per risparmiare, avevano la scheda you and me. All'epoca anche le ragazze fumavano, cosa oggi impensabile. O no? Insomma un po' di ironia sulle ragazze di qualche decennio fa che spero mi perdoneranno. La canzone fu musicata dal maestro Luigi Antonio Quintieri, ma non riuscimmo mai a registrarla. Spero di poterlo fare prima o poi. Intanto vi regalo il testo. 


Guarda cumu pistunìa ‘sta giuvinella
Mentre, seruta supra 'u solitu murettu,
‘U truccu se controlla’ ‘ntru specchjiettu
E s’assicura si è ancora bella.  

Sbruffa lu fumu cumu ‘na ciminera;
Ogni boccata menza sigaretta

Cumu s’avissa tanta, troppa fretta

‘E diventare ‘na vera signora.

 

E pe’ parire ‘na fimmina fatta

Se ‘mpacchjia quattro jirita ‘e rossettu,

Jornu pe’ jornu cancia la borsetta

Seruta supra ‘u solitu murettu.

 

‘Ntra manu quasi sempre ‘u cellulare

tantu tena la scheda you and me;

Cinque minuti setttemila lire

Tantu le custa sentere a Mimì.

 

Mo oje s’ha pittatu puru l’ugna.

Però è rimasta sempre ‘na sampugna.

 

 

                                                           FILASTROCCA DI OTTOBRE
                                                                di Peppino Marino 

   Salutiamo anche ottobre con una filastrocca. Spero vi piaccia. 

Filastrocca un po’ malandrina
in questa fredda giornata ottobrina.
L’autunno avanza, si allungan le ombre
ché siamo già nel mese di ottobre,
il mese del mosto che bolle nei tini,
di prataioli e pregiati porcini,
delle castagne, dei frutti di bosco,
di San Remigio e di San Francesco,
il santo del povero lupo di Gubbio
la cui esistenza mi provoca un dubbio:
“Ha ancora un senso la povertà,
la fratellanza, la carità
mentre la gente rincorre ricchezze,
averi, sostanze, fortune, agiatezze?”
Ma forse è meglio pensare al mosto
da qualche giorno in cantina riposto
che bolle e ribolle nel capiente tino
per trasformarsi in pregevole vino,
un vino forte che annebbia la mente,
così la gente non pensa più a niente,
un vino forte e generoso
capace di metter la mente a riposo.

 

                                                           ANDIAMO IN BRODO DI GIUGGIOLE

 

   Siete mai andati in brodo di giuggiole? No? Niente paura, vi ci mando io. Io ci sono andato proprio oggi. Ma andiamo con ordine, prima vediamo di che si tratta.
Le giuggiole sono i frutti del giuggiolo conosciuto in Calabria, soprattutto nel reggino, col nome di zinzamo, dal latino
Zizyphus, una pianta originaria del nord Africa e della Siria, diffusasi poi soprattutto in Cina, ma anche da noi. Il frutto è una drupa che, quando è maturo assume un colore marrone chiaro, ricchissimo di vitamine del gruppo B e C (molto più degli agrumi) e di minerali che non sto qui a elencare. I benefici per la salute prodotti dal consumo di questo frutto sono molteplici e ci vorrebbe un intero trattato per elencarli. A noi basti sapere che mangiare giuggiole, come bere quel famoso amaro della pubblicità, fa sempre bene. Detto questo "andiamo in brodo di giuggiole." 
   Con questo termine si indica sia un liquore che non ho mai assaggiato, né so come si prepara, sia una squisita marmellata da consumare a colazione tutte le mattine o per preparare ottime crostate. Fare la marmellata è facilissimo, pensate che ci riesco perfino io: basta aggiungere a un chilogrammo di giuggiole 800 grammi di zucchero, mezzo bicchiere di acqua, il succo e la scorza di un limone e far bollire il tutto per una trentina di minuti, quindi metterla nei vasetti sterilizzati e capovolgerli facendoli raffreddare. 
   Benedetta la pianta di giuggiole di Zifarelli, anche se mi fa dannare ogni anno per tenerla a bada perché non mi infesti tutto l'orto e se ogni tanto mi procura qualche graffio con le sue spine pungenti. 
   

                                              LA VOLPE NON RACCOGLIE LE MELE E NON MANGIA I BAMBINI 



    Stamattina verso le 8 ero da solo a Zifarelli per la raccolta delle mele per preparare il sidro. Speravo tanto che qualcuno venisse ad aiutarmi, magari i simpatici riccetti di Gramsci, quelli che rotolandosi le infilzavano con gli aculei e se le portavano a casa, invece no, al posto dei ricci si è presentata la volpe gramsciana, non quella del polledrino, proprio quella che Gramsci bambino vide per la prima volta mentre raccoglieva le ghiande. Anche la mia mi guardava, più che sorniona con curiosità, senza nessun timore, anzi quando  mi sono avviato verso casa con due secchi di mele, mi ha seguito fin sull'uscio. Ovviamente si è guardata bene dal darmi una mano, forse riteneva più che sufficiente la compagnia. Anch'io come il compagno sardo le ho fatto "Buumm" pensando si spaventasse, ma anche questa manco per sogno.  Beh, comunque c'è di positivo che mi ha fatto tornare alla mente due bellissimi racconti per l'infanzia di uno dei più grandi, forse il più grande intellettuale italiano del Novecento che, anche lui amava gli animali. Però, che cosa curiosa: gli unici scrittori per l'infanzia che a differenza dei Perrault, dei Fedro, dei Grimm, non criminalizzano gli animali sono due comunisti come Antonio Gramsci e Gianni Rodari. In compenso, però, entrambi, a detta di gente bene informata, mangiavano i bambini. 

 

                                                                                                    'U CURRAMATURE

   Correva l'anno 1992. All'epoca i giovani meridionali erano ancora attaccati alla terra e si dedicavano ancora all'agricoltura come questo curramature intento ad abbacchiare gli ulivi nella terra del padrino che non era don Vito Corleone, ma il padrino di battesimo. Allora indossavano una curiosa tuta arancione scovata chissà dove, afferravano la pertica e cominciavano il duro lavoro per far cadere le olive sui teli. Curramare non era un lavoro facile e bisognava essere molto bravi per staccare le olive dalla pianta, evitando di danneggiarla facendo cadere più rami e foglie che prodotto e per non stancarsi troppo e a vuoto. Questo ragazzo era molto bravo e si era fatto una grande esperienza in materia. Poteva diventare un ottimo consigliere del ministro dell'agricoltura, ma il destino ha voluto diversamente ed è finito al Mezzogiorno, pur essendo abituato a mangiare sempre dopo l'una. 


                                                                                   E VENNE IL TEMPO DEI FICHI D'INDIA

                   

     E venne il  tempo dei fichi d'india. Di olive non se ne parla, ma in quanto a fichi d'india San Biagio è una miniera. Peccato essere vecchi; se avessi trent'anni di meno li andrei a vendere al mercato, magari facendomi aiutare da mio nipote Antonio che ha imparato da un contadino di Montepaone a decantarne la bontà col suo grido inconfondibile "Belli e boniiiiiii"!!!! Si, perché i fichi d'india sono davvero belli e buoni, succosi, dolcissimi, ricchi di magnesio, di potassio, di vitamina C e di fibra. Buoni nelle diete perché aumentano il senso di sazietà, aiutano ad assorbire meno grassi tenendo sotto controllo la glicemia, favoriscono la diuresi  combattendo i calcoli renali,  la peristalsi intestinale, quindi  indicati  per combattere la stitichezza e sono ricchissimi di antiossidanti.  Insomma quando il Padreterno ha deciso che nella Calabria e nelle altre regioni meridionali questi frutti dovevano crescere e moltiplicarsi ha avuto davvero una felice pensata. 

 

                                           UNA FAVOLA ALL'INCONTRARIO
                                                            di Peppino Marino

 

 

      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    Le favole sono spesso, anzi quasi sempre, false, ingannevoli  perché rovesciano la realtà, trasformano i buoni in cattivi e viceversa. Per questo credo vada ristabilita un po' di verità come ho cercato di fare in questa favola all'incontrario che oggi voglio regalarvi se vi da piacere. 

   La visita al parco era quasi alla fine. Mentre scavalcavo un ponticello di legno su uno dei tanti rigàgnoli che attraversavano il meraviglioso bosco di pini e abeti pensavo che, finalmente, tra poco, mi sarei riposato. I piedi mi dolevano per il lungo camminare, le gambe facevano oramai fatica a sostenere il peso del corpo e la maglietta mi si era appiccicata alle carni madide di sudore. Da parecchio tempo avevo sorbito anche l’ultima stilla di acqua dalla borraccia che mi portavo appresso e l’arsura contribuiva a rendermi nervoso e a desiderare con impazienza la fine della escursione. Oramai era questione  di pochi minuti; restava da visitare solo il recinto dei lupi, ancora un ultimo sforzo poi avremmo raggiunto lo spaccio del parco dove mi sarei dissetato, magari con una bella birra fresca,  avrei forse mangiato un gelato e mi sarei riposato.
   Seguendo la guida che si attardava a dare ulteriori informazioni ai soliti curiosi del gruppo, svoltai ad una curva del sentiero, sbucai in una vasta radura e mi ritrovai, con tutti gli altri, davanti ad una palizzata. Misi l’occhio ad una delle tante feritoie dalle quali era possibile osservare gli animali senza disturbarli e mi posi in osservazione. La mia attenzione fu attratta da un particolare raccapricciante; ad una decina di metri di distanza una vecchia lercia, laida, cenciosa, con i capelli bianchi arruffati e unti, seduta per terra, teneva sul grembo la testa di un vecchio lupo spelacchiato, denutrito,  e oramai prossimo alla fine cercando di fargli sorbire, non so con quanto successo, latte da una tettarella. La vecchia e il lupo erano in condizioni miserevoli; la belva per l’età avanzata e la cecità che lo affliggeva,  la vegliarda per l’evidente stato di degrado che testimoniava di una vita da bestia insieme alle bestie, tanto che era veramente difficile scorgere, in quel fagotto cencioso e lurido, un barlume di umanità.  
   Turbato da quello spettacolo e dallo stato pietoso di quei due poveri esseri, chiesi ala guida qualche notizia sulla identità della vecchia e sul perché si fosse ridotta in quelle tristi condizioni ed egli, molto cortesemente, mi raccontò una lunga storia.  Appresi così che la vecchia, che tutti chiamavano “La  Lupa”, aveva scelto di condividere la vita selvaggia e bestiale dei lupi per riparare, in qualche modo, ad un gravissimo torto, per liberarsi di un orrendo senso di  colpa che gravava sulla sua coscienza. Ella, infatti, era corresponsabile dello sterminio dei lupi, di una caccia spietata e feroce di cui, a seguito delle sue calunnie, furono oggetto i poveri canìdi.  Per questo, molti anni prima, aveva raccolto un povero cucciolo orfano dai genitori uccisi dai cacciatori su sua istigazione e che, all’oscuro delle colpe dell’allora fanciulla, vagando disperatamente nel bosco, s’ imbatté proprio nella responsabile delle sue sciagure. L’incontro con la bestiola affamata e indifesa mutò il corso della vita della malvagia ragazza che, oppressa dal rimorso, si pentì delle sue colpe, decise di condividere la vita dura e difficile di quegli sfortunati animali  e si dedicò ad assistere le belve  fino a ridursi in quello stato. Tutto perché, in una radiosa giornata di fine inverno,  la fanciulla, avvolta in una montgomery rosso col cappuccio, non sapendo resistere alla tentazione di divorare la gustosa focaccia che la madre le aveva affidato per portarla alla nonna, s’era inventata la storia di un terribile lupo che gliela  aveva rubata, voleva divorarla e che aveva divorato anche la nonna istigando un cacciatore ad uccidere l’incolpevole lupo e a dare la caccia a tutti quelli della sua razza.  Che pena provai alla fine della storia! Povera Cappuccetto rosso, com’era ridotta! E proprio vero: mai che una favola finisca davvero con le parole” e vissero felici e contenti.!!!!!

 

                                          SETTEMBRE
                                   di Peppino Marino

 

Salutiamo il mese di settembre con questa filastrocca scritta qualche anni fa quando non su conosceva il covid, il rientro a scuola era sicuro e le maschere le indossavano solo i rapinatori.

 

 Filastrocca delle vie sgombre
per questo mese di settembre
che, come un pugile scatenato
e dallo sparring caricato,
alunni e insegnanti colpisce ai fianchi
riportandoli a scuola tra i banchi,
fra registri di iscrizione
e sedute di programmazione,
ponendo fine, tra molte lagnanze,
alle brevi, gradite vacanze.
Intanto il caldo comincia a scemare
talché la gente rientra dal mare.
Archiviato il caldo d’agosto,
nell’aria avverti il profumo del mosto
e, mentre a falcate l’autunno avanza,
è giunto il tempo della transumanza.
Le mandrie discendon, muggendo, la valle
attraverso  i pianori, le erte e le calle,
or nelle case il lavoro ferve
e le massaie preparan conserve
pregando i santi con l’Onnipotente
che questo inverno sia un po’ più clemente
e lo fan senza piagnucolare
mettendo la legna nel focolare.


                                                     
FINITO L'ESILIO SI TORNA ALLA MOVIDA

 

   Ancora un paio di giorni di esilio in questa desolata campagna nelle due foto in alto nella quale grilli cicale, passeri, fringuelli ti rompono i timpani tutti i giorni con il loro canto e gli effluvi di lavanda, di rosmarino e  di timo ti massacrano le narici e poi finalmente ritorniamo in quest'affollatissima via caccurese nella quale la movida impazza giorno e notte con tutta la gente sciagurata che vedete nelle due foto in basso che non vuole assolutamente sentire parlare di distanziamento sociale, di mascherine e di altri divieti e che spopola allegramente le nostre strade. 

 

CARO RINO TI SCRIVO

   Caro Rino, quanto ci manchi! Oggi più che mai avremmo bisogno della tua genialità per scrivere una nuova versione di Nuntereggae più. Purtroppo ci hai lasciato nel fior degli anni: peccato, oggi si che ne avresti di materia!
Senti un po’:

Capitani cazzari                              nunvereggae più
rottamatori rottamati                       nunvereggae più
filosofi saccenti                              nunvereggae più
vespe e vesponi                            nunvereggae più
tuttologi ignoranti                            nunvereggae più
governatori                                     nunvereggae più
segretari titubanti                           nunvereggae più
critici turpiloquianti                         nunvereggae più
illusionisti                                       
nunvereggae più
qualunquisti, opportunisti,
editorialisti, negazionisti               
nunvereggae più
isole dei famosi                              nunvereggae più
leoni da tastiera                              nunvereggae più
catene mediatiche                          nunvereggae più
grandi fratelli, uomini e nonne,  porte a porte,
carte bianche, pomeriggio otto     mi sono rotto

E mi fermo qui perché non sono cosi presuntuoso da voler suggerire a uno come te.

                                      TUTTO PRONTO PER L'ARRIVO DEI SIGNORI DI ZIFARELLI E GARBATELLA 

     Ultima settimana a Zifarelli, poi sgombreremo il campo per lasciarlo libero ai futuri proprietari. Nella vita tutto ciò che pensiamo essere nostro e al quale siamo attaccati morbosamente come Mazzarò, in realtà ci viene concesso in comodato gratuito per qualche decennio, poi, alla scadenza, sarà concesso a qualcun altro. Spero che la mia scadenza si protragga almeno per altri quattro decenni, ma non mettiamo limiti alla provvidenza  e comunque i successori vi si insedieranno da subito per prendere conoscenza del feudo. 
   Ma ora bando alle malinconie. Qui ci stiamo preparando ad accogliere degnamente i principini con festoni e ghirlande. Oggi abbiamo sistemato dei festoni caratteristici che sovrastano il red carpet; nei prossimi giorni sarà la volta delle ghirlande. 

                                                            I PROVERBI DI PEPPINO MARINO 

   E' meglio perdersi in un bicchiere d'acqua che perdersi un buon bicchiere di vino.

                                                  L'ORTOPEDICO 

   Scusate,  chiedo per un amico: uno che cura l'orto può essere considerato un ortopedico? Grazie e scusate l'ignoranza. 

 

                                                         I PROVERBI DI PEPPINO MARINO 

Chi lascia la via vecchia per la nuova viaggia più comodamente. 

                                                   LE ALICI OPERATRICI FITOSANITARIE 

    Le alici non solo sono  un'ottima fonte di proteine di qualità e di omega 3, acidi grassi che proteggono il cuore e le arterie, ma sono anche dei potenti alleati nella lotta agli insetti nocivi, alla mosca olearia e alla mosca domestica, il fastidioso dittero che ci rovina l'estate. Con gli scarti della pulitura e una bottiglia di plastica, infatti, si può costruire una micidiale trappola per mosche che nel giro di qualche ora ci libera dal tormento e , soprattutto, libera le colture da ospiti dannosi senza dover ricorrere a insetticidi e pesticidi che avvelenano l'ambiente. La realizzazione della trappola è semplicissima: basta riempite per un quarto dell'altezza la bottiglia con acqua,  introdurvi un pugno di scarti. Se si ha a disposizione una striscetta di plastica gialla da introdurre nel collo della bottiglia ancora meglio perché gli insetti sono attratti dal colore giallo. Quindi legare la bottiglia per il collo al ramo di un albero o un qualsiasi supporto a un aio di metri di altezza. Noi non sentiremo cattivi odori, ma le mosche accorreranno a migliaia, entreranno nella trappola e non riusciranno più a trovare l'uscita continuando a volare in orizzontale fin quando la morte le coglierà. Così la nostra frutta e la nostra pazienza saranno salve senza nessuna difficoltà se non quella di procurarsi le alici per uno che, pur uno chiamandosi Marino, si ostina ad abitare in collina. 

                                     VAIANELLE E ALTRO ANCORA



   Stamattina abbiamo cominciato a usare alla grande il paniere che abbiamo costruito bnei giorni scorsi con una bella "cota 'e vaianelle", ovvero fagiolini. Vaianella è una trasposizione dialettale di guaina - guainella perché il baccello non è altro che una guaina che avvolge e protegge i fagioli.  Ovviamente quando si va nell'orto non si raccolgono solo fagiolini, ma anche gli immancabili zucchini, i fiori di zucca e qualcosa'altro che ci fornisce la Provvidenza. 

                                       QUELLE CURIOSE LUCINE INTERMITTENTI

      Quando nell' estate del 1969 mi iscrissi alla scuola guida dei fratelli Muraca di San Giovanni in Fiore e il mio bravissimo istruttore Salvatore mi fece sedere al posto guida per la prima lezione,  mi mostrò i comandi della vecchia Fiat sulla quale si esercitavano gli allievi. In parcolare si soffermò a lungo su una levetta a destra del volante più corta di quella che comandava i fari e mi spiegò che serviva ad accendere e spegnere delle curiose lucine a destra e a sinistra dell'auto chiamate indicatori di direzione (vulgus frecce) che funzionavano a intermittenza e servivano a indicare la direzione di marcia della mia vettura. Se dovevo svoltare a sinistra bisognava spostare la levetta in basso, se invece dovevo svoltare a destra o parcheggiare andava spostata verso l'alto. Mi raccomandò di usarle sempre, anche quando mi avviavo o dovevo uscire da un parcheggio. Chissà se oggi gli istruttori spiegano ancora queste cose? A giudicare da quello che si vede in giro sembrerebbe di no. 

                                                         
PAZZA ESTATE

   Beh, amici, tutto sommato  quest'autunno non è poi così brutto come lo si dipinge; è vero, il cielo da un paio di settimane è sempre coperto, ma la temperatura non scende mai sotto i 18 gradi, la pioggia non sta facendo grossi danni, almeno da noi, la neve non si è ancora vista e, se tutto va bene, i pomodori er dicembre cominceranno a maturare. Non dimentichiamoci che "Annu bisestu viatu chine ce resta."

                                                               ESPERIMENTO CULINARIO

   Oggi il laboratorio culinario sperimentale di Zifarelli ha messo a punto un nuovo piatto: le tagliatelle verdi alla portulaca, insomma i tagliarini cu' la purchjiaca, un piatto ricco di omega che non sono i celebri orologi svizzeri e nemmeno supporti informatici, ma sostanze utili al nostro organismo.
   Di buon mattino le maestranze hanno provveduto alla raccolta e al lavaggio di una quantità adeguata di portulaca che, centrifugata, è stata messa ad asciugare su della carta assorbente prima di esser frullata. Più la verdura è asciutta, più le tagliatelle acquistano durezza e non sfaldano. Una volta frullata la verdura è stata aggiunta a un impasto di semola e uova, quindi il tutto è stato steso con la macchina per la pasta fresca e trasformato in tagliatelle verdi lessate e condite con un sugo di carne e polpette, ma che volendo si possono condire a piacimento. Il risultato è questo squisito piatto. 

 

                                                      IL VERDURAIO

   Stamattina mi solo alzato di buonora per raccogliere quattro cucuzzeli. Una faticaccia e un lungo viaggio di 20 metri all'andata e 20 al ritorno,  che potevo risparmiarmi. Infatti qualche minuto dopo mi è arrivato proprio davanti casa, come nella foto a destra, il verduraio ambulante con un carico di zucchini, fiori di zucca, fagiolini e patate per la classica minestra di "vajanelle, patate e juri". Che poi queste vajanelle del verduraio, tenerissime, cotte e cucinate qualche minuto dopo, hanno un sapore unico esaltato dall'olio verde a crudo.  Aveva ragione Toto Cutugno quando cantava quella bellissima canzone "Voglio andare a vivere in campagna, basta che la finisca co' 'sta lagna."