Sulla sedia a dondolo
                       di Peppino Marino  
   A  una certa età  non è facile lavorare, non è facile scrivere, spesso non è facile nemmeno pensare. Lo si può fare solo se ci si limita a pensieri brevi, scritti altrettanto stringati, riflessioni fugaci sugli avvenimenti che ci scorrono davanti, magari, all'ironia  mentre con l'arrivo dei primi freddi ci trasferiamo dalla sdraio "alla sedia a dondolo".    
                         
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                                           INDOVINELLO

   Oggi vi propongo un indovinello: come si chiamano le altre due ragazze che dicono bugie? La soluzione è nel nome; nomen omen.

SE VI VA PROVATE A INDOVINARE

                                             ADERISCO INCONDIZIONATAMENTE



   Mai spot pubblicitario fu più efficace, mai promo fu più azzeccato! Stavolta seguirò il consiglio di Fiorello e di Amadeus e aderirò incondizionatamente, per dirla con Totò, al comitato Ignora Sanremo. Non è che gli altri anni me ne fregasse di meno, ma stavolta sono loro stessi a invitarci a ignorare questo carrozzone e a impegnare in modo più proficuo e piacevole le nostre serate, anche in tempi di Covid. Evidentemente gli autori del promo si sono resi conto che la gente che paga un canone estorto in bolletta sotto forma di tassa sul possesso non ne può più di ritrovare sullo schermo, tutte le sere, sette giorni su sette di tutti quelli che Dio manda in terra le solite facce a proporre programmi insulsi e adesso anche col rinforzo sanremese. 

 

                                       QUEL MANDRILLO DI GIOVE

   Oggi voglio farvi omaggio di questa foto scattata il 3 luglio del 2015. Niente di eccezionale, se non il corteggiamento assiduo di Giove a Venere che potrebbe essere anche la figlia come sostiene Omero, mentre Esiodo la vuole nata dal seme di Urano con modalità alquanto bizzarre, ma si sa, il padre degli dei era un tipo capriccioso e di dubbia moralità. Ma forse il povero Giove fu vittima delle tante calunnie messe in circolazione dagli uomini, come quella dei fulmini che scagliava sulla terra quando lo facevano arrabbiare e che Vulcano gli fabbricava nelle viscere del Mongibello. A proposito, visto che la montagna proprio in questi giorni "jetta  focu e fiammi di tutti i lati" non è che Vulcano sta combinando qualche pasticcio?

 

                                                                L'AZATA

Carnelevaru è mortu
e li maccarrubìni su cotti
e lu casu s'ha de grattare
bonu venutu, Carnelevaru.

    L'azata (l'alzata) in dialetto calabrese è il martedì di Carnevale, l'ultimo giorno che precede la quaresima nel quale si può mangiare carne, poi, il mercoledì delle Ceneri arriva appunto "Quaraisima", la maledetta vedova di Carnevale e nasconde spiedi, griglie, padelle, tutti gli utensili, insomma, con i quali si può arrostire, friggere, cuocere, stufare salsicce, bistecche, vusjulu, pancetta, polpette, tutto ciò che sa di carne. Almeno così ci spiegavano le nostre nonne, le nostre mamme per farci rassegnare alla lunga astinenza di 40 giorni che finiva il Sabato Santo. 
   Col termine alzata, quindi si intendeva, forse, l'atto di alzare, appendere in alto gli utensili per arrostire o forse anche completare il lavoro di confezionaménto degli insaccati, le salsicce, le soppressate, i capicollo, ma anche il lardo, la pancetta, il guanciale dei maiali che in alcune zone della Calabria si uccidevano a carnevale (azare 'u porcu). Il martedì di carnevale era dunque una grande festa a a base di pasta al sugo di carne, 'nu catu (un secchio) di polpette, salsicce e pancetta arrostite, insomma "il trionfo della carne." 
   In altre zone della regione si preparava anche una specialità calabrese, " 'u risu 'e l'azata", uno sfornato di riso a base di uova, caciocavallo silano, carne macinata, salsiccia calabrese, ma questo era un piatto "raffinato", mentre i montanare preferivamo la pasta al sugo e "de ne 'nzunzare 'u mussu 'e sarsa e de ogliu." 
   Nelle case dei ricchi, ma anche dei contadini benestanti l'azata era un qualcosa che oscurava gli antichi banchetti dei greci e dei romani, una gioia, una beatitudine della quale spesso riuscivano a godere, almeno una volta all'anno (semel in anno) anche i poveracci. Poi, il giorno dopo, te la facevamo subito pagare quando preti e pretònsoli, cospargendoti il capo di cenere, si trasformavano tutti in frati trappisti per ricordarci che si muore e che si diventa cenere, insomma si torna a soffrire come soffrono i poveri cafoni perché il vero godimento è la morte che ci porta nel loro paradiso,  giusto per avvelenarti l'esistenza e per farti pagare l'abbuffata del giorno prima. Oggi, per fortuna, nella maggior parte delle case è "azata" tutto l'anno, anche se da un po' di anni la povertà è tornata prepotentemente a segnare l'esistenza di tanta gente anche in questa nostra sciagurata Italia. 

 

                                                              DUMAS AVEVA TORTO MARCIO

   Chiedo scusa ai francesi e ai loro chef, ma quando Dumas disprezzava la cucina calabrese o era in malafede, o, evidentemente, aveva gusti balordi. A parte le centinaia di piatti tipici che si possono gustare nella regione , apprezzati in tutto il mondo, basterebbe solo questa pasta al forno alla calabrese per smentire le affermazioni del romanziere francese, massone, finanziatore e amico di Garibaldi che per ringraziarlo lo nominò Direttore degli scavi e dei musei napoletani, carica che occupò fino al 1864. Per una pasta a forno come questa sarei capace di scalare l'Everest!

 

                                                        LA LEVA
                                                                  

   Una delle prime leggi infami che i Savoia imposero alle popolazioni meridionali dopo l'aggressione garibaldina, la successiva aggressione dell'esercito piemontese e l'annessione violenta al Regno di Sardegna goffamente legalizzata con un plebiscito farsa, fu la leva obbligatoria estesa a tutti i giovani. La ferma durava 4 anni, senza contare le sanguinose guerre che i ragazzi meridionali dovettero combattere per la mania di grandezza dei Savoia, a cominciare dalla III guerra d'indipendenza con la sciagurata battaglia di Custoza persa ignominiosamente da La Marmora e da Cialdini, alle sciagurate guerre coloniali, passando per la grande guerra, fino alla guerra voluta da Mussolini. La leva obbligatoria, oltre a sottrarre braccia preziose alle campagne e all'agricoltura meridionale decretandone la fine e provocando miseria e povertà nelle famiglie contadine del Sud, comportava disagi terribili per i ragazzi deportati di qua e di là, quando non addirittura la morte in guerre che non avrebbero mai voluto combattere e che non riguardavano la loro terra e la loro gente. 
   I giovani meridionali maledirono, per questi motivi, il re, i governi, perfino se stessi e il loro sesso. Ecco come un giovane badolatese, Vincenzo La Rocca, diciottenne, prima di partire per la Grande guerra esprime questa rabbia in una serenata che canta alla propria madre:

“Màmma chi nòva mìsi ni levàsti
 e de lu vèntre tòi ni pàrturìsti.


Quàndu àrha sèggia nòva t’assettàsti
 ‘mperìcolu de mòrta tu venìsti.

………………………….
Sordàtu pe’ rhu re tu ni facìsti

O màmma, màmma, pecchì ‘o n’affucàsti
Quàndu gùci de mascòlu sentìti?”

    La rabbia, la disperazione, il dolore per il distacco, la paura per il futuro che lo attendeva lo porta a rimproverare la madre di non averlo strozzato appena nato quando si accorse che era un maschio (quandu gùci di mascòlu sentisti) e quindi un futuro soldato. Non credo ci sia bisogno di ulteriori commenti.

 

                                                                      U SPUSALIZIU
                                                                    di Peppino Marino

In questa poesia, più che i riti del matrimonio calabrese nei secoli scorsi, quando si sparavano tre colpi di fucile all'uscita della sposa dalla casa dei genitori, si raggiungeva la chiesa a piedi mentre le donne al passaggio del corteo gettavano sui passanti riso e confetti che le frotte di ragazzini si gettavano tra i piedi degli sposi per acchiapparli e riempirsene le tasche e i ricevimenti di nozze si facevano in casa, ho cercato di ricostruire lo stato d'animo dei personaggi il senso di liberazione dei genitori della sposa che si toglievano una bocca da sfamare, ma anche la tristezza per questa figlia che si staccava dalla famiglia per farsene una propria.

Cumu è contenta oje za Marietta
Ca Rosinella s’è vestuta ‘e sposa!
Supra ‘a porta e ra cchiesia ‘u zitu aspetta
Bella, pimpante, frisca cu ‘na rosa;
‘u velu jancu e lu buquet già rrincia
mentre ‘e ra cuntentizza ‘a mamma ciancia’.

Oje è ‘nu jornu ‘e festa, finarmente,
ca puru ‘sta guagliune se marita’
e za Marietta pensa: “Veramente,
pe’ Rosinella ‘nzigna ‘n’atra vita.

 ‘Na vita senza chianti e patimenti,
ca’ Sarbature è ‘nu bonu guagliune,
tuttu fatiga, casa e sentimenti
e nu’ le fa mancare ‘u muzzicune”.

 “S’è sistemata, Rosinella mia, 
penzari zu Rusariu allegramente,
mo chi ‘sta figlia piglia ‘n’atra via
su’ finiti i corredi, finarmente!.

‘Ste figlie fimmine m’hannu scunquassatu,
m’hannu sucatu ‘u sangu pe’ tant’anni,
cu’ ‘na cannila ‘e cira m’hau astutatu,
m’hannu levatu ‘e ‘ncollu puru i panni”.

Mo i costi si le rumpa’ Sarbarture,
Giuvanni, Ciccantone e Gatanellu
Ve su’ piaciute ‘ste belle criature?
E mo lle mantenteniti cu’ l’amure.

Nun le faciti mai mancare nente
Ca io, puru ch’era ‘nu pezzente,
l’haiu cresciute cumu le regine
jennu zappannu tutte le matine.

Auguri, auguri, arriva Sarbature
E tutta ‘a gente jetta li cumpetti,
e tutta ‘a marramata e re crieature
se fruganu cu’ ‘lefanti ‘ntra via
per’ acchijappàre chilla grazia ‘e Dio.

Mo su all’ataru e hau già dittu “SI”
E tuttu ‘u parentatu chi s’abbrazza,
poi vannu alla casa e, alla spartogna,
sciurta, a ‘na vota, la solita rogna:

Però chi scostumati ‘sti vicini,
cumu se junnanu a ‘sti biccherini!
Ma zu Rusariu nun sta cchjiu ‘ntra pelle,
mo chi s’ha sitematu ‘e guaglinuelle.

 

                                                            UN ESEMPIO DI SENSO CIVICO


   Ho sempre avuto la certezza che gli animali sono più educati, più ligi alle regole, più gentili e rispettosi degli umani, ma non immaginavo che oggi ne avrei avuto una ulteriore, eclatante conferma. Gli umani sono sempre impazienti, hanno sempre fretta, cercano sempre di saltare la fila e se un loro simile, magari umile, timido, senza santi in paradiso cerca di resistere alle prevaricazioni, ai soprusi gli sparano la classica frase" Lei non sa chi sono io!" Gli animali no, gli animali hanno uno spiccato senso civico, una grande umiltà e una prodigiosa intelligenza che li rende superiori alle bassezze e alle miserie umane. Non ci credete? Guardate quant'è educata questa gattina: prima, siccome all'interno dell'ufficio postale c'erano già tre clienti, per evitare assembramenti è rimasta correttamente in attesa sull'uscio, poi, quando uno dei clienti è uscito, è entrata e si è accomodata sulla poltroncina in attesa del suo turno, senza sbuffare per l'attesa, senza protestare per le lungaggini. senza tentare di scavalcare la fila. Se gli umani si comportassero allo stesso modo il mondo sarebbe un paradiso. 

                                                              UN ANGOLO DI PARADISO RICCO DI RICORDI

      Quest'angolo di paradiso, nell'abitato di Caccuri, a 30 metri dal bar - pasticceria -  pinseria dei fratelli Pitaro mi è stato sempre caro per la sua bellezza, ma anche per i tanti ricordi che affollano la mente. Prima della costruzione del mattatoio alla fine degli anni '50, il ruscello che dà vita alla bellissima cascatella era il lavatoio  pubblico de i Croci, a quei tempi il rione nuovo del paese. Ho ancora stampate nella memorie la immagini delle donne intente a lavare e a stendere la biancheria sui cespugli sparsi sulle rive, osservate con gli occhi di un fanciullo di 6 -7 anni. Ho ancora nelle orecchie le loro risate argentine, le loro canzoni, i loro pettegolezzi. Per facilitare il compito delle ragazze e delle loro madri l'amministrazione social - comunista dell'epoca, guidata dal vice sindaco Giuseppe Falbo, vi fece costruire una vasca lavatoio. Il bucato collettivo a quei tempi era una sorta di rito e una formidabile occasione di socializzazione. Poi, nel 1960 - 61 con la costruzione del mattatoio comunale ebbe inizio il degrado del ruscello e delle sue rive che dura tutt'ora. Un peccato perché con qualche piccolo intervento non invasivo e rispettoso del luogo, come la collocazione di qualche  staccionata, di un paio di panchine e di lampioncini adeguati al contesto se ne potrebbe fare una piccola oasi naturalistica accogliente e discreta.