Sulla sedia a dondolo
                       di Peppino Marino  
   A  una certa età  non è facile lavorare, non è facile scrivere, spesso non è facile nemmeno pensare. Lo si può fare solo se ci si limita a pensieri brevi, scritti altrettanto stringati, riflessioni fugaci sugli avvenimenti che ci scorrono davanti, magari, all'ironia  mentre con l'arrivo dei primi freddi ci trasferiamo dalla sdraio "alla sedia a dondolo".    
                         
SEGUICI ANCHE SU FACEBOO

                                                                           

                           

                                                                        VACCHE, MUCCHE E CIARAMELI

      C’è una frase che il grande Totò ripeteva spesso in molti suoi film per mettere alla berlina i boriosi, quelli che “ So io quello che dico”, “Io si che ne ho viste tante” etc. : “Io sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo” che, assieme al “Ah, parla italiano? Complimenti!” rivolto al “ghisa” milanese e che vale cento saggi sulla questione meridionale, sono tra le più belle battute di tutto il cinema italiano.
  Anche a Caccuri abbiamo avuto il nostro Totò, anzi Luigi o, come lo conoscevano tutti, Gasperino, che quando doveva zittire qualcuno che si dava delle arie lo ammoniva: “Sono stato in un paese dove le vacche si chiamano mucche e li ciarameli si chiamano tegole.” Questo strano paese, per la cronaca, era Cesena dove il nostro aveva prestato il servizio di leva.

                                                              OMAGGIO AI NOSTRI GRANDI MAESTRI



    C'erano una volta a Caccuri tanti bravi cestai che con materiali poveri quali rami di salice, di nocciolo, canne, creavano capolavori assoluti realizzando un perfetto connubio tra la natura che ci forniva questi materiali e l'ingegno umano, l'abilità di uomini umili forgiati dal duro lavoro quotidiano, un patrimonio di conoscenze che si tramandava di generazione in generazione prodotto di una civiltà millenaria. In questo momento ne ricordo solo alcuni come Giovanni Guzzo (Giuvanni Iura), Gabriele Perri, Giovanni Girimonte, Terigi Mele,  Mico Girimonte, ma ve n'erano tanti altri, mentre altri maestri, soprattutto pastori, creavano altri preziosi oggetti d'uso comune come "gammelli", mestoli di legno, fiscelle, zufoli, fellure. Spesso questi uomini umili, laboriosi, saggi, oltre alle straordinarie abilità manuali possedevano conoscenze meteorologiche e astronomiche che utilizzavano quotidianamente per le loro attività. Conoscevano il ciclo di Metone, il numero aureo, l'epatta, il calcolo delle fasi lunari e dell'epatta, le costellazioni senza aver mai letto un libro, cose delle quali molti laureati dei nostri giorni non hanno probabilmente mai sentito parlare. Oggi questi immensi tesori di abilità e conoscenze sono andati dispersi, non c'è più nessuno, almeno a Caccuri, che costruisca cistelli, panari, tafarelle, fiscini (anche se quest'ultimi contenitori ormai non servono più) e se vuoi comprare una bellissima tafarella come quelle nella foto a destra ti devi rivolgere a qualche maestro dei paesi vicini che ancora conserva la memoria di un passato che va scomparendo. Peccato

                                                                                 QUANT' è BRUTTA L'IGNORANZA

 

   Nel corso di uno dei primi viaggi di esplorazione della mia Calabria nel lontano 1969, assieme a mio cugino Saverio, ci fermammo a pranzare in un ristorante sulla costa ionica nei pressi di Gioiosa. Al cameriere che si presentò al tavolo per servirci chiedemmo di consigliarci qualche piatto e lui, amabilmente, ci consigliò per primo paglia e fieno e per secondo surici fritti.
   Pensando a una presa per i fondelli stavamo per reagire platealmente, ma attaccare briga in paese forestiero, in una zona all’epoca un po’ turbolenta, sarebbe stata una pazzia. Perciò con un sorriso appena accennato chiedemmo comunque di dare uno sguardo al menù e, con nostra gradita sorpresa constatammo che le due specialità erano riportate anche sulla carta che veniva consultata da tutti gli avventori del ristorante. Non era quindi una presa in giro, ma un qualcosa che la nostra ignoranza faceva apparire tale. A questo punto i dubbi sparirono e mio cugino decise di ordinare le due specialità costringendomi, con l’autorevolezza che gli riconoscevo in virtù dei 12 anni di vita e di esperienza in più rispetto alla mia, ad accodarmi alla sua decisione.
La paglia e il fieno non mi spaventavano molto, in fondo alle cicorie selvatiche c’ero abituato da sempre    , ma al pensiero di dover mangiare i surici (i topi per i non calabresi) provavo un po’ di sconcerto di stomaco.      
    Tutte le perplessità crollarono una ventina di minuti dopo quando il cameriere si ripresentò con due eccellenti piatti di pasta bicolore e una frittura di pesce da leccarsi le dita e anche tutto il braccio. Allora capimmo una grande verità che l’ignoranza è causa di pregiudizi, disprezzo per l’altro e, a volte, anzi quasi sempre, di odio, senza contare che ti costringe a privarti del bello e dell’essenziale della vita. Meditate razzisti, omofobi, xenofobi e integralisti.

IL CIMENTO

  Ed eccola sua maestà la pasta al forno alla calabrese, il piatto che nei giorni di festa solenne non può mancare sulla ta

   Nel corso di uno dei primi viaggi di esplorazione della mia Calabria nel lontano 1969, assieme a mio cugino Saverio, ci fermammo a pranzare in un ristorante sulla costa ionica nei pressi di Gioiosa. Al cameriere che si presentò al tavolo per servirci chiedemmo di consigliarci qualche piatto e lui, amabilmente, ci consigliò per primo paglia e fieno e per secondo surici fritti.
   Pensando a una presa per i fondelli stavamo per reagire platealmente, ma attaccare briga in paese forestiero, in una zona all’epoca un po’ turbolenta, sarebbe stata una pazzia. Perciò con un sorriso appena accennato chiedemmo comunque di dare uno sguardo al menù e, con nostra gradita sorpresa constatammo che le due specialità erano riportate anche sulla carta che veniva consultata da tutti gli avventori del ristorante. Non era quindi una presa in giro, ma un qualcosa che la nostra ignoranza faceva apparire tale. A questo punto i dubbi sparirono e mio cugino decise di ordinare le due specialità costringendomi, con l’autorevolezza che gli riconoscevo in virtù dei 12 anni di vita e di esperienza in più rispetto alla mia, ad accodarmi alla sua decisione.
La paglia e il fieno non mi spaventavano molto, in fondo alle cicorie selvatiche c’ero abituato da sempre    , ma al pensiero di dover mangiare i surici (i topi per i non calabresi) provavo un po’ di sconcerto di stomaco.

   Tutte le perplessità crollarono una ventina di minuti dopo quando il cameriere si ripresentò con due eccellenti piatti di pasta bicolore e una frittura di pesce da leccarsi le dita e anche tutto il braccio. Allora capimmo una grande verità che l’ignoranza è causa di pregiudizi, disprezzo per l’altro e, a volte, anzi quasi sempre, di odio, senza contare che ti costringe a privarti del bello e dell’essenziale della vita. Meditate razzisti, omofobi, xenofobi e integralisti.

 non è un cimento qualunque, come insegnava il grande Totò, ma un "cimento armato." 

MARBIZZU 'NCAZZATIZZU
di Peppino Marino

Qualche sera fa, nel corso di una lunga chiacchierata col mio amico Peppino Noce abbiamo avuto modo di adoperare alcuni aggettivi e sostantivi del dialetto arcaico. Oggi, giocando con le parole come mi capita spesso per antica consuetudine, "c'he 'ngnermitatu" questa poesiola senza pretese che vi regalo volentieri.

Na sira chi passava’ du Vinculatu
Te viu ‘ntra vota a unu ‘nccuccuvatu
e de lu friddu menzu azzirpulatu.
Allura io me sugnu avvicinatu,
me signu puru ‘nu pocu zizzatu
e ‘n faccia attentamente l’he guardatu
pensannu ca bisogno avia’ d’aiutu.

“Se po’ sapire chine t’ha mannatu?”,
ma dittu ‘stu tamarru ‘mbestialitu,
guardannume ‘e traversu ‘nnaggellatu
ca' lu risignu sue c’avia guastatu.


Allura ragiunannucce he capitu
ca lu marbizzu llà c’avia ventatu
‘na palummella bella e, ‘nammuratu,
‘ntru scuru si ne stavari ammucciatu.

U fissa ‘e Sarbature
di Peppino Marino

 

 




  Spero con questa poesiola leggera di strapparvi un sorriso, cosa non facile di questi tempi. Buona lettura

 ‘Nu jornu Sarbature re Chjiarina
S’è azatu cu’ tri ure re matina.
Tuttu ‘nciotatu ‘e sonnu s’è lavatu
Cumu s’usava tannu, ‘ntru vacile,
ma ammece ‘e l’acqua ch’era ‘ntru varrile,
c’ha misu ‘u vinu ch’era ‘mtru ‘mpagliatu
e, quannu re lu sbagliu s’è addunatu,
tutti li santi ‘n celu ha jistimatu.

‘U patre chi dormia’ s’è risbilgiatu
E, quannu ha vistu ‘u vinu ch’ha ammalatu,
‘u vecchju s’è arraggiatu, povarellu
Chi si l’avia ‘mpesatu Farfarellu.

Ohi brutta bestia, chi sta cummenannu?
 Possibile ca ‘un ne cunchjiuri una?
Pe’ fare ‘u vinu ce fatigu n’annu
E de sururi jettu ‘na lavina.
Mah! …. Guarda armenu ojie chi tempu fa
Ohi capu ‘e ciucciu, fissa, baccalà!

Tuttu affruntatu ‘u poveru guagliune
Scornatu e musciu ha apertu lu barcune.
Fore c’era ’nu scuru, arrassusia
Chi mancu ‘a casa ‘nguacciu se viria;
‘nu celu bruttu, niguru, scuru funnu
Ch’un s’era vistu mai a chistu munnu.,
però ‘ntra l’aria frisca e ru matinu
sentia’ ‘n’adduru forte ‘e pecurinu.

Ohi patre miu, chi matinata brutta!
‘U celu è scuru, ‘un biri  a ‘nu parmu ‘e nasu
E l’aria frisca addurari re casu.

Addurari re casu? Ma chi dici?
Rissa lu vecchjiu mentre chi s’azava
Virennu a Sarbature chi guardava
Lu tempu cu’ la capu ‘ntra lu stipu.
Ohi fissa, addura’ puru re sazizze,
‘e ogliu, ‘e piparogni e de farina
Ca ‘u stipu norru è sempre bellu chjinu,
ohi pezzu re grannissimu cretinu!

E ‘n’atra vota pe’ guardare fora
Ammece e raperire lu casciune.
Cummena d’aperire lu barcune

 

                                     IL GATTO NERO E IL CAFFè CIOFECA
                                                                 di G. Marino  

Ancora uno sketch scritto giocando con i miei alunni e poi messo in scena verso la fine degli anni '90. Si tratta di una riflessione semi seria sul testo di alcune famosissime canzoni per l'infanzia. 

      Io questa fissazione proprio non la capisco!
Perché impuntarsi su questo stramaledetto gatto nero?
Ma come?, te lo do bianco e mi pianti questa grana? Non va bene lo stesso?
Niente da fare: “Volevo un gatto nero, nero, nero, tu le lo hai dato bianco e io non ci sto più!”
Ma perché devi fare così? Guarda che posso anche cambiartelo, sai?
Ne ho uno persiano che è la fine del mondo; se vuoi posso dartelo anche tigrato, un gatto tigrato con la coda ritta, eh? Che ne dici? O ne vuoi uno siamese?
Niente! Niente da fare, lo vuole nero  è basta, solo nero, accidenti a lui!   Che poi ne ha già 44.
Che se ne farà di quarantaquattro gatti?
L’altro giorno voleva metterli in fila; si, quarantaquattro gatti in fila per sei.
Naturalmente gliene restavano due e non sapeva come sistemarli!
Ma dico io:  perché devi metterli in fila? Che necessità hai di schierarli come se fossero soldati? Sono gatti, mica marines!!
E poi,  mettili in fila per due, no?
Quarantaquattro gatti in fila per 2 fa 22, senza resto e sei a posto, no?  Oppure in fila per 4,  fa 11;
No! devono essere in fila per sei, logico che poi hai il resto di due e non sai dove metterli e allora, con chi te la prendi?
Te la devi prendere con te stesso, no?,  testone che non sei altro!

   Si, ce ne sono pazzi a questo paese! 
Come quell’altra pazza della Peppina che si ostina a fare un caffè schifoso!
Ma come, se c’è una cosa facile da fare,  quello è il caffè, qualsiasi scemo lo sa fare, che ci vuole?
Metti l’acqua nella caffettiera, la polvere di caffè nel crivello, chiudi la macchinetta, la metti sul fuoco ed è fatta!   Lei no, lei si ostina a fare quell’orrenda ciofeca mettendoci dentro tutte quelle schifezze: marmellata, cipolle, ali di pollo, rosmarino, caramelle; perfino zampe di tacchino,   logico che il caffè della Peppina non si beve la mattina, né col latte, né col te!   E poi si chiedono pure perché, perché, perché!!!!
Beh, ora devo andare subito via, perché mi scappa la pipì, papà, non ne posso proprio più, finisce che la faccio qui.

 

                                        ACITELLI, TRITRULICCHJI E SUCAMELE

                                     

   Da fanciulli (parliamo di 65 anni fa), forse per la fame, forse per imitazione delle capre e delle pecore che brucavano tranquillamente nei dintorni del paese, ci pascevamo anche noi di questa curiosa infiorescenza di colore amaranto dal sapore leggermente acidulo, brucando come erbivori. Non ho mai saputo come si chiama questa curiosa pianta che cresceva spontanea nel Prato di don Vincenzo Ambrosio dove dal 1956 cominciarono a sorgere le case della parte nuova del rione Croci; per noi erano semplicemente "acitelli" e ne facevamo delle grandi scorpacciate in barba alle più elementari norme igieniche. 
  Altra "verdura" oggetto delle nostre attenzioni erano i tritrulicchji, molto più ricercati degli acitelli, anche se più difficili da trovare, frutti di una pianta selvatica a forma di cetriolini non più grandi di una sigaretta. Non di rado, quando li scovavamo, finiva a cazzotti con quelli più grandi e prepotenti che si accaparravano il bottino. Con gli acitelli no, quelli erano abbondantissimi e non molto appetibili per cui ce li lasciavano volentieri.
  In questa prima rassegna non possiamo non parlare anche dei sucamele, fiori a forma di campanule dal colore azzurro che strappavamo dalla pianta per succhiare il nettare dolcissimo contenuto nel ricettacolo come gigantesche api. A volte, quando le mani diventavano così sporche da non distinguere più le unghie, strappavamo un rametto di saponaria e ce le lavavamo nelle limpide acque del ruscello. A quei tempi nei Croci non c'era la rete fognaria e, a dire il vero, nemmeno l'acqua corrente in casa e le acque del ruscello sembravano quelle cantate dal Petrarca. 

 

                                                      BACIO, BACIO, BACIO, BACIO........

     Che tenero questo bacio lungo secoli, forse millenni, incurante della pioggia, della neve, del sole cocente, delle tenebre o della luce accecante. La natura se ne impipa degli assembramenti, dei divieti, dei DPCM, delle mascherine e dei virus. Per fortuna! 

                                                  FRISCANTONE
                                              di Peppino Marino



      L'uomo perde perde il pelo (da qui la calvizie), ma non il vizio.

    Fríscantone era di mano lesta: molte volte lo avevano visto correre per le strade del paese cercando disperatamente di nascondere il cappello che aveva in mano e che, in un momento di forzata astinenza, aveva lestamente sgraffignato alla propria testa. Spesso le donne constatavano con desolazione la scomparsa del braciere che avevano lasciato sull'uscio perché il vento, ossigenando i carboni, lo facesse ardere: "Manolesta" aveva colpito ancora! Potendo avrebbe rubato perfino le stelle del cielo, così piccole e così rilucenti. Ma la sua specialità era la caccia.
   Nelle fredde giornate invernali, quando un pallido sole vinceva appena i rigori della tramontana, il nostro eroe usciva avvolto nel suo largo mantello, si dirigeva in un luogo soleggiato e si sedeva su di un sasso a godersi quei tenui raggi.
   Le gallinelle razzolavano tranquille nei pressi di quell'uomo vestito di scuro, forse perché rassicurate dalla bianca lanugine che, oramai da parecchi anni, gli incorniciava il volto. Ad un certo punto il vecchio traeva di tasca alcune fave e le gettava alle ruspanti gallinelle che accorrevano a beccare quell'autentica manna inghiottendola avidamente. Pochi secondi ed il vegliardo avvertiva lo strattone della sottile cordicella che teneva in mano e che aveva sapientemente legato al chicco di fava forato con certosina pazienza e che era finito nel ventre dell'avido bipede. Ancora pochi attimi e la gallinella, seguendo discretamente quell'infido filo di Arianna, finiva sotto il manto di Friscantone e, quindi, nella sua accogliente pentola.   

 

                                                       INDOVINELLO

 

   Oggi vi propongo un indovinello: come si chiamano le altre due ragazze che dicono bugie? La soluzione è nel nome; nomen omen.

SE VI VA PROVATE A INDOVINARE

                                             ADERISCO INCONDIZIONATAMENTE



   Mai spot pubblicitario fu più efficace, mai promo fu più azzeccato! Stavolta seguirò il consiglio di Fiorello e di Amadeus e aderirò incondizionatamente, per dirla con Totò, al comitato Ignora Sanremo. Non è che gli altri anni me ne fregasse di meno, ma stavolta sono loro stessi a invitarci a ignorare questo carrozzone e a impegnare in modo più proficuo e piacevole le nostre serate, anche in tempi di Covid. Evidentemente gli autori del promo si sono resi conto che la gente che paga un canone estorto in bolletta sotto forma di tassa sul possesso non ne può più di ritrovare sullo schermo, tutte le sere, sette giorni su sette di tutti quelli che Dio manda in terra le solite facce a proporre programmi insulsi e adesso anche col rinforzo sanremese. 

 

                                       QUEL MANDRILLO DI GIOVE

   Oggi voglio farvi omaggio di questa foto scattata il 3 luglio del 2015. Niente di eccezionale, se non il corteggiamento assiduo di Giove a Venere che potrebbe essere anche la figlia come sostiene Omero, mentre Esiodo la vuole nata dal seme di Urano con modalità alquanto bizzarre, ma si sa, il padre degli dei era un tipo capriccioso e di dubbia moralità. Ma forse il povero Giove fu vittima delle tante calunnie messe in circolazione dagli uomini, come quella dei fulmini che scagliava sulla terra quando lo facevano arrabbiare e che Vulcano gli fabbricava nelle viscere del Mongibello. A proposito, visto che la montagna proprio in questi giorni "jetta  focu e fiammi di tutti i lati" non è che Vulcano sta combinando qualche pasticcio?

 

                                                                L'AZATA

Carnelevaru è mortu
e li maccarrubìni su cotti
e lu casu s'ha de grattare
bonu venutu, Carnelevaru.

    L'azata (l'alzata) in dialetto calabrese è il martedì di Carnevale, l'ultimo giorno che precede la quaresima nel quale si può mangiare carne, poi, il mercoledì delle Ceneri arriva appunto "Quaraisima", la maledetta vedova di Carnevale e nasconde spiedi, griglie, padelle, tutti gli utensili, insomma, con i quali si può arrostire, friggere, cuocere, stufare salsicce, bistecche, vusjulu, pancetta, polpette, tutto ciò che sa di carne. Almeno così ci spiegavano le nostre nonne, le nostre mamme per farci rassegnare alla lunga astinenza di 40 giorni che finiva il Sabato Santo. 
   Col termine alzata, quindi si intendeva, forse, l'atto di alzare, appendere in alto gli utensili per arrostire o forse anche completare il lavoro di confezionaménto degli insaccati, le salsicce, le soppressate, i capicollo, ma anche il lardo, la pancetta, il guanciale dei maiali che in alcune zone della Calabria si uccidevano a carnevale (azare 'u porcu). Il martedì di carnevale era dunque una grande festa a a base di pasta al sugo di carne, 'nu catu (un secchio) di polpette, salsicce e pancetta arrostite, insomma "il trionfo della carne." 
   In altre zone della regione si preparava anche una specialità calabrese, " 'u risu 'e l'azata", uno sfornato di riso a base di uova, caciocavallo silano, carne macinata, salsiccia calabrese, ma questo era un piatto "raffinato", mentre i montanare preferivamo la pasta al sugo e "de ne 'nzunzare 'u mussu 'e sarsa e de ogliu." 
   Nelle case dei ricchi, ma anche dei contadini benestanti l'azata era un qualcosa che oscurava gli antichi banchetti dei greci e dei romani, una gioia, una beatitudine della quale spesso riuscivano a godere, almeno una volta all'anno (semel in anno) anche i poveracci. Poi, il giorno dopo, te la facevamo subito pagare quando preti e pretònsoli, cospargendoti il capo di cenere, si trasformavano tutti in frati trappisti per ricordarci che si muore e che si diventa cenere, insomma si torna a soffrire come soffrono i poveri cafoni perché il vero godimento è la morte che ci porta nel loro paradiso,  giusto per avvelenarti l'esistenza e per farti pagare l'abbuffata del giorno prima. Oggi, per fortuna, nella maggior parte delle case è "azata" tutto l'anno, anche se da un po' di anni la povertà è tornata prepotentemente a segnare l'esistenza di tanta gente anche in questa nostra sciagurata Italia. 

 

                                                              DUMAS AVEVA TORTO MARCIO

   Chiedo scusa ai francesi e ai loro chef, ma quando Dumas disprezzava la cucina calabrese o era in malafede, o, evidentemente, aveva gusti balordi. A parte le centinaia di piatti tipici che si possono gustare nella regione , apprezzati in tutto il mondo, basterebbe solo questa pasta al forno alla calabrese per smentire le affermazioni del romanziere francese, massone, finanziatore e amico di Garibaldi che per ringraziarlo lo nominò Direttore degli scavi e dei musei napoletani, carica che occupò fino al 1864. Per una pasta a forno come questa sarei capace di scalare l'Everest!

 

                                                        LA LEVA
                                                                  

   Una delle prime leggi infami che i Savoia imposero alle popolazioni meridionali dopo l'aggressione garibaldina, la successiva aggressione dell'esercito piemontese e l'annessione violenta al Regno di Sardegna goffamente legalizzata con un plebiscito farsa, fu la leva obbligatoria estesa a tutti i giovani. La ferma durava 4 anni, senza contare le sanguinose guerre che i ragazzi meridionali dovettero combattere per la mania di grandezza dei Savoia, a cominciare dalla III guerra d'indipendenza con la sciagurata battaglia di Custoza persa ignominiosamente da La Marmora e da Cialdini, alle sciagurate guerre coloniali, passando per la grande guerra, fino alla guerra voluta da Mussolini. La leva obbligatoria, oltre a sottrarre braccia preziose alle campagne e all'agricoltura meridionale decretandone la fine e provocando miseria e povertà nelle famiglie contadine del Sud, comportava disagi terribili per i ragazzi deportati di qua e di là, quando non addirittura la morte in guerre che non avrebbero mai voluto combattere e che non riguardavano la loro terra e la loro gente. 
   I giovani meridionali maledirono, per questi motivi, il re, i governi, perfino se stessi e il loro sesso. Ecco come un giovane badolatese, Vincenzo La Rocca, diciottenne, prima di partire per la Grande guerra esprime questa rabbia in una serenata che canta alla propria madre:

“Màmma chi nòva mìsi ni levàsti
 e de lu vèntre tòi ni pàrturìsti.


Quàndu àrha sèggia nòva t’assettàsti
 ‘mperìcolu de mòrta tu venìsti.

………………………….
Sordàtu pe’ rhu re tu ni facìsti

O màmma, màmma, pecchì ‘o n’affucàsti
Quàndu gùci de mascòlu sentìti?”

    La rabbia, la disperazione, il dolore per il distacco, la paura per il futuro che lo attendeva lo porta a rimproverare la madre di non averlo strozzato appena nato quando si accorse che era un maschio (quandu gùci di mascòlu sentisti) e quindi un futuro soldato. Non credo ci sia bisogno di ulteriori commenti.

 

                                                                      U SPUSALIZIU
                                                                    di Peppino Marino

In questa poesia, più che i riti del matrimonio calabrese nei secoli scorsi, quando si sparavano tre colpi di fucile all'uscita della sposa dalla casa dei genitori, si raggiungeva la chiesa a piedi mentre le donne al passaggio del corteo gettavano sui passanti riso e confetti che le frotte di ragazzini si gettavano tra i piedi degli sposi per acchiapparli e riempirsene le tasche e i ricevimenti di nozze si facevano in casa, ho cercato di ricostruire lo stato d'animo dei personaggi il senso di liberazione dei genitori della sposa che si toglievano una bocca da sfamare, ma anche la tristezza per questa figlia che si staccava dalla famiglia per farsene una propria.

Cumu è contenta oje za Marietta
Ca Rosinella s’è vestuta ‘e sposa!
Supra ‘a porta e ra cchiesia ‘u zitu aspetta
Bella, pimpante, frisca cu ‘na rosa;
‘u velu jancu e lu buquet già rrincia
mentre ‘e ra cuntentizza ‘a mamma ciancia’.

Oje è ‘nu jornu ‘e festa, finarmente,
ca puru ‘sta guagliune se marita’
e za Marietta pensa: “Veramente,
pe’ Rosinella ‘nzigna ‘n’atra vita.

 ‘Na vita senza chianti e patimenti,
ca’ Sarbature è ‘nu bonu guagliune,
tuttu fatiga, casa e sentimenti
e nu’ le fa mancare ‘u muzzicune”.

 “S’è sistemata, Rosinella mia, 
penzari zu Rusariu allegramente,
mo chi ‘sta figlia piglia ‘n’atra via
su’ finiti i corredi, finarmente!.

‘Ste figlie fimmine m’hannu scunquassatu,
m’hannu sucatu ‘u sangu pe’ tant’anni,
cu’ ‘na cannila ‘e cira m’hau astutatu,
m’hannu levatu ‘e ‘ncollu puru i panni”.

Mo i costi si le rumpa’ Sarbarture,
Giuvanni, Ciccantone e Gatanellu
Ve su’ piaciute ‘ste belle criature?
E mo lle mantenteniti cu’ l’amure.

Nun le faciti mai mancare nente
Ca io, puru ch’era ‘nu pezzente,
l’haiu cresciute cumu le regine
jennu zappannu tutte le matine.

Auguri, auguri, arriva Sarbature
E tutta ‘a gente jetta li cumpetti,
e tutta ‘a marramata e re crieature
se fruganu cu’ ‘lefanti ‘ntra via
per’ acchijappàre chilla grazia ‘e Dio.

Mo su all’ataru e hau già dittu “SI”
E tuttu ‘u parentatu chi s’abbrazza,
poi vannu alla casa e, alla spartogna,
sciurta, a ‘na vota, la solita rogna:

Però chi scostumati ‘sti vicini,
cumu se junnanu a ‘sti biccherini!
Ma zu Rusariu nun sta cchjiu ‘ntra pelle,
mo chi s’ha sitematu ‘e guaglinuelle.

 

                                                            UN ESEMPIO DI SENSO CIVICO


   Ho sempre avuto la certezza che gli animali sono più educati, più ligi alle regole, più gentili e rispettosi degli umani, ma non immaginavo che oggi ne avrei avuto una ulteriore, eclatante conferma. Gli umani sono sempre impazienti, hanno sempre fretta, cercano sempre di saltare la fila e se un loro simile, magari umile, timido, senza santi in paradiso cerca di resistere alle prevaricazioni, ai soprusi gli sparano la classica frase" Lei non sa chi sono io!" Gli animali no, gli animali hanno uno spiccato senso civico, una grande umiltà e una prodigiosa intelligenza che li rende superiori alle bassezze e alle miserie umane. Non ci credete? Guardate quant'è educata questa gattina: prima, siccome all'interno dell'ufficio postale c'erano già tre clienti, per evitare assembramenti è rimasta correttamente in attesa sull'uscio, poi, quando uno dei clienti è uscito, è entrata e si è accomodata sulla poltroncina in attesa del suo turno, senza sbuffare per l'attesa, senza protestare per le lungaggini. senza tentare di scavalcare la fila. Se gli umani si comportassero allo stesso modo il mondo sarebbe un paradiso. 

                                                              UN ANGOLO DI PARADISO RICCO DI RICORDI

      Quest'angolo di paradiso, nell'abitato di Caccuri, a 30 metri dal bar - pasticceria -  pinseria dei fratelli Pitaro mi è stato sempre caro per la sua bellezza, ma anche per i tanti ricordi che affollano la mente. Prima della costruzione del mattatoio alla fine degli anni '50, il ruscello che dà vita alla bellissima cascatella era il lavatoio  pubblico de i Croci, a quei tempi il rione nuovo del paese. Ho ancora stampate nella memorie la immagini delle donne intente a lavare e a stendere la biancheria sui cespugli sparsi sulle rive, osservate con gli occhi di un fanciullo di 6 -7 anni. Ho ancora nelle orecchie le loro risate argentine, le loro canzoni, i loro pettegolezzi. Per facilitare il compito delle ragazze e delle loro madri l'amministrazione social - comunista dell'epoca, guidata dal vice sindaco Giuseppe Falbo, vi fece costruire una vasca lavatoio. Il bucato collettivo a quei tempi era una sorta di rito e una formidabile occasione di socializzazione. Poi, nel 1960 - 61 con la costruzione del mattatoio comunale ebbe inizio il degrado del ruscello e delle sue rive che dura tutt'ora. Un peccato perché con qualche piccolo intervento non invasivo e rispettoso del luogo, come la collocazione di qualche  staccionata, di un paio di panchine e di lampioncini adeguati al contesto se ne potrebbe fare una piccola oasi naturalistica accogliente e discreta.