Tragedie caccuresi

Il crollo di casa Rugiero

  Caccuri, 12 marzo 1943  

Venerdì 12 marzo del 1943 Caccuri fu teatro di una delle più spaventose tragedie della sua storia. Da quasi cinque giorni una pioggia tambureggiante cadeva sul paese e sui dintorni e la popolazione se ne stava rintanata nelle povere case del centro storico. I ruscelli a nord e a sud del paese si erano trasformati in impetuosi torrenti che trascinavano a valle ogni cosa. La cittadina, arroccata sulla rupe, sembrava essere al sicuro dalla furia degli elementi, anche se quel tempaccio metteva oggettivamente paura.  Il boato dei tuoni si confondeva con lo scoppio di qualche lontana bomba che Inglesi e Americani, nonostante le avverse condizioni atmosferiche, sganciavano nella zona nel  tentativo di colpire gli impianti idroelettrici di Calusia e Timpagrande o i presidi militari, in preparazione dello sbarco in Sicilia che sarebbe avvenuto da lì a qualche mese e con i tiri della contraerea che da Casa Pasquale e dalla Sila cercava, inutilmente, di respingere gli attacchi.

Le famiglia Rugiero era riunita nella casa di via Murorotto, proprio a ridosso dell’Arco, una casina col piano terra ed un piano sopraelevato,  con un’unica stanza per piano. Fuori diluviava, e l’abitazione era rischiarata dalla tenue fiammella di una lampada a olio. Erano da poco passate le otto di sera. Consumata una cena che, per le ristrettezze dei tempi,  non poteva che essere frugale, la famiglie di Michele Rugiero, pensionato di 72 anni e del figlio Giovanni, si apprestavano ad andare a letto ed alcuni membri si erano già sistemati nei loro poveri giacigli. Assieme a loro c’era anche  la figlia, Maria Rosa, sposata con un crotonese e rifugiatasi a Caccuri per sfuggire ai bombardamenti che martellavano Crotone.

Giovanni Rugiero, la moglie Maria Bruno, i figli Michele (il futuro avvocato e pretore di Savelli), Rosina, Filippo e Emilia Immacolata, si sistemarono al primo piano, mentre il padre Michele, la madre Maria Greca Zinga, originaria di Isola Capo Rizzato, la figlia Maria Rosa e la nipote Antonia Salerno, si apprestavano a sistemarsi nei loro giacigli posti al piano terra.

  All’improvviso, alle 20,40, si udì un sordo boato,  più forte dei tuoni, più agghiacciante delle bombe, mentre una parete della casa, in comune con un’abitazione adiacente, cedette di schianto ed il pavimento del primo piano di casa crollò  seppellendo gli occupanti  del piano terra sotto una montagna di detriti e provocando la morte istantanea di quattro persone.

 I vicini, accorsi sul luogo nonostante le proibitive condizioni del tempo, si resero immediatamente conto della gravità dell’accaduto e diedero l’allarme. Qualcuno tentò disperatamente di mettersi a scavare a mani nude in quell’ammasso di travi, di tegole, di fango, nel buio fitto, mentre qualcun altro corse a dare l’allarme.  Sul posto, accorsero prontamente molti dei   120 soldati del presidio militare alloggiato nel castello di Barracco, che, al comando del tenente Gaetano Pulzone, si misero immediatamente al lavoro scavando fra le macerie.  I militari lavorarono alacremente sotto la pioggia battente e, dopo qualche tempo, cominciò la triste conta dei morti che risultarono poi essere cinque.

La prima ad essere estratta, Emilia Immacolata Rugiero, di due anni, figlia di Giovanni Antonio e di Maria Giuseppa Bruno. Pare che la bimba, sfuggita in un primo momento alla morte, perse la vita cadendo dalle braccia della madre svenuta a seguito delle ferite provocate dai detriti che l’avevano colpita.

 Fu poi la volta di Maria Rugiero di anni 45, zia della bambina, del padre di quest’ultima, Michele, della moglie, Maria Greca Zinga, di 66 anni  e di Antonia Grazia Salerno, una  ragazza di 16 anni, nipote di Michele Rugiero, figlia della figlia Maria Saveria e di Vito Cesare Salerno. Alcune salme, appena  recuperate furono, in un primo momento deposte nella casa di quest’ultimo, mentre il corpicino della piccola Emilia Immacolata veniva trasportato nella casa della zia materna, Filomena, in via Misericordia.  Subito dopo iniziava il mesto pellegrinaggio di una popolazione affranta e, nel contempo,  terrorizzata dall’accaduto. Nessuno in paese ricordava una sciagura così spaventosa  paragonabile solo a quelle provocate dai terremoti del 1638 e del 1783.

Qualche giorno dopo il paese partecipò commosso ai funerali delle cinque vittime, nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie. Il mesto corteo era aperto dalla bara della piccola Emilia Immacolata e chiuso da quella del patriarca, Michele. A dare l’addio alle povere vittime c’erano anche i soccorritori, quei soldati e il loro comandante che avevano scavato alacremente in quell’ammasso di detriti nel vano tentativo di strappare alla morte quelle sventurate creature.

 
                                   
Giuseppe Marino

Ringrazio l'Avv. Prof. Michele Rugiero per avermi fornito alcune preziose notizie.

 

 

Un tragico annegamento

      Caccuri, autunno 1910

      E’ una uggiosa mattinata  autunnale che non siamo riusciti a individuare con precisione. Il cielo è coperto, ma niente lascia presagire l’apocalisse che si scatenerà nel pomeriggio.
     
Domenico Ardani, un ragazzo di 16 anni, nato a Caccuri il 2 aprile del 1894 da Vincenzo, contadino, e da Maria Teresa Cerminara, filatrice, parte  dal paese col suo asinello per recarsi a Eydo, come gli aveva comandato il padre. Da qualche giorno sono stati “assegnati” i castagni e, una famiglia acccurese ne ha fittati diversi, ma, non disponendo di asino, si rivolge alla famiglia  Ardani per il trasporto del prodotto. Verso le 11 del mattino il giovane parte da Caccuri e, mezzora dopo, raggiunge il castagneto e carica una salma di castagne. Intanto il cielo diventa sempre più scuro, mentre nuvoloni neri come l’inchiostro si addensano nel cielo.
    Domenico sprona il somaro, anche perché i lampi cominciano a squarciare il cielo e i tuoni, sempre più cupi, rimbombano nell’ombrosa contrada, mentre cominciano a cadere le prime gocce di pioggia.  Quando col suo asino raggiunge la contrada Sambuco, si aprono le cataratte del cielo. L’acqua scende giù a secchiate e il ruscello che attraversa il Sambuco è, oramai, un torrente in piena. Il ragazzo è terrorizzato dall’acqua e dalle folgori che colpiscono anche qualche albero lungo la strada, ma spera di riuscire a raggiungere Santa Filomena e, da lì, la stradina che dal Convento porta al paese. Oramai è giunto a Conserva. Ora bisogna attraversare quell’impetuoso torrente: si tratta di percorrere una decina di metri tagliando trasversalmente l’acqua, poi lui e il somaro sarebbero stati al sicuro.  Terrorizzato sempre più dai fulmini che lo accecano e dagli spaventosi tuoni, il ragazzo si lancia nell’impresa disperata, nonostante l’asino si rifiuti ostinatamente di cacciarsi in quell’inferno. Domenico salta in groppa alla bestia già stanca per il carico appesantito ancor di più dall’acqua che inzuppa i sacchi di iuta e lo sprona ferocemente colpendolo ripetutamente con un bastone e badando a tenersi aggrappato al basto. Il povero animale, stremato dalla fatica e dalle percosse, entra di malavoglia nel torrente, ma, evidentemente, la stanchezza e il terreno scivoloso  ne provocano una fatale caduta. Un attimo e uomo e animale vengono travolti dalle acque limacciose e trascinati a valle. Le due carcasse scendono tra le “rapide” da Conserva a San Vito, precipitano nella cascata del Vallone, dove sorge ora il mattatoio e vengono trascinate lungo il Cucinaro e passano sotto il ponte della Parte finendo chissà dove. Asino e ragazzo  non saranno mai ritrovati, nonostante le disperate  ricerche di parenti e amici. Qualche giorno dopo, in località Cucinaro, qualche decina di metri a monte del ponte della Parte, vennero ritrovati alcuni lembi della camicia  del giovane, segno inequivocabile della tragedia. Alcune donne del luogo, qualche tempo dopo, assicurarono di essersi imbattute, all’improvviso, nel luogo del ritrovamento dei brandelli di stoffa, nel giovane e nel suo asinello che scomparvero, repentinamente, non appena le stesse si resero conto che si trattava del ragazzo annegato. 
    Abbiamo cercato a lungo e inutilmente l’atto di morte del ragazzo o, quantomeno, una dichiarazione di morte presunta. Probabilmente questo tipo di sentenza non fu mai pronunciata per cui è risultato impossibile stabilire il giorno esatto di una morte così tragica. 

 

 

 Una tragedia, fortunatamente solo sfiorata

   In una notte d’inverno del 1940, Giuseppe De Carlo e la moglie, Margherita Allevato, dormono, in una “casella” sulle pendici della Serra Grande presa in fitto dal signor Pisano. Nella stessa abitazione, una sola stanza di pochi metri quadrati, dorme anche una loro figlioletta.  A qualche metro dall’uscio, davanti la casupola, c’è una porcile nel quale la famiglia alleva un maiale che, da lì a qualche giorno, sarà ucciso per ricavarne salsicce, prosciutti, soppressate, strutto, insomma tutto ciò di cui la famigliola ha bisogno.  Fuori piove a dirotto e il vento mugola rabbioso.
    All’improvviso i coniugi vengono svegliati da uno spaventoso rumore, una specie di tuono prolungato, mentre il letto comincia a tremare come per un forte terremoto. Sono attimi di terrore, poi, si ode un qualcosa che fa pensare ad  forte esplosione: All’improvviso un enorme oggetto sfonda il tetto e un piomba in casa sfiorando il letto matrimoniale e  sfondando la parete anteriore, prima di proseguire la sua folle corsa. Contemporaneamente un torrente di acqua penetra nel tugurio inzuppando ogni cosa. I due, terrorizzati, prendono in braccio la figlioletta e si precipitano fuori invocando un aiuto che in quel momento nessuno può dare loro, poi si avviano verso il vicino rione Parte dove bussano alla porta di una casa e si fanno ospitare.
    Al mattino molti curiosi, assieme ai carabinieri e  alle guardie municipali si recano sul luogo per rendersi conto dell’accaduto. Ai loro occhi si presenta una scena apocalittica. Il tetto della casetta è  quasi completamente sfondato, così come la parete anteriore. Il porcile è distrutto e il povero maiale è stato ridotto in poltiglia da un enorme masso che si è staccato dal costone roccioso sovrastante e che, solo per un miracolo, non ha investito le tre persone all’interno della casa, pur avendole sfiorate.

Quel maledetto fulmine 

   Alle 4 del mattino di  quel  venerdì 12 luglio del 1912 in Sila l'aria era abbastanza fresca, nonostante si fosse oramai in estate inoltrata.   Salvatore Gigliotti, contadino caccurese di 39 anni, si  sarebbe avviato, da lì a poco, in groppa all'asinello, dall'altopiano silano alla volta di Caccuri. Mentre sellava l'asino, la capra,  che lo avrebbe accompagnato  nel lungo viaggio verso il paese di residenza,  ne approfittava,  per brucare, pur nell'oscurità, sterpi e rovi. Dopo lunghi giorni di permanenza in Sila,  dove era accordato come pastore, tornava per qualche giorno a Caccuri per assistere al battesimo del suo ultimo figlio, nato quattro giorni prima. La gioia di rivedere la sua famiglia, la moglie Maria, i tre figlioletti, ma soprattutto l'ultimo che non aveva ancora visto, gli facevano accelerare i preparativi della partenza. Non era stato facile convincere il "caporale" ad accordargli il permesso di assentarsi per qualche giorno, ma, dopo tante suppliche, c'era  finalmente riuscito. Ora davvero non vedeva l'ora di mettersi in viaggio.  Verso le 4,30 Salvatore, incitato l'asino,  si avviò verso San Giovanni in Fiore. Lasciatasi alle spalle  la cittadina silana,  attraverso l'Olivaro, si enerpicò per l'erta di Gimmella.  Spesso doveva fermarsi per incitare la capra che preferiva brucare tutto ciò che le capitava a tiro e anche per riposarsi e far riposare l'asino che approfittava delle soste per abbeverarsi nei ruscelli che incontravano lungo il cammino. Verso le 11,30 raggiunse il passo di Gimmella dove consumò un pasto frugale a base di pane e formaggio,  prima di  ripartire alla volta del paese. 
   Per strada fantasticava su come lo avrebbero accolto in famiglia,  su cosa gli avrebbero detto i figlioletti, Fortunato e Pietro, sulla festa di battesimo che si sarebbe celebrata l'indomani.  L'asino ora sentiva la fatica del viaggio e il caldo infernale che gli tagliava le gambe e anche la capra evitava di saltellare di qua e di là, limitandosi a brucare, con poca convinzione, i cespugli lungo i margini del sentiero. Quando l'uomo e gli animali  iniziarono la discesa verso le Canalette, il cielo cominciò a coprirsi di minacciosi nuvoloni. Si preparava il classico temporale estivo e Salvatore, che aveva esperienza di queste cose, cominciò a preoccuparsi. Sapeva che in quei frangenti il cielo era capace di scaricare torrenti d'acqua sulla terra riarsa e che una torrida giornata estiva poteva trasformarsi  in una sorta di diluvio universale. Già cominciavano a saettare i primi fulmini e il rombo dei tuoni incuteva terrore. Allora saltò in groppa all'asino che  nella lunga discesa aveva ripreso un po' di fiato e cercò di accelerare l'andatura. Cominciavano già a cadere le prime gocce e il terreno mandava un odore acre, quasi irrespirabile, mentre i fulmini saettavano sempre più frequenti e sempre più vicini. Ora il cielo aveva il colore dell'inchiostro accentuando il bagliore dei lampi che lo squarciavano paurosamente. 
   Alle ore 13,10 Salvatore giunse in località Parpusa, proprio nel punto dove ora si incrociano la provinciale Caccuri - Acquafredda - San Giovanni in Fiore e la strada che porta a Ombraleone -  Eydo per scendere poi fino a San Vito e, quindi, ai Croci e, quando già aveva imboccato quest'ultimo sentiero, si vide una grande fiammata salire dal terreno verso il cielo, mentre un lampo spaventoso  investi l'uomo e l'asino fulminandoli all'istante. La capretta, attardatasi e rimasta un po' più indietro, fu l'unico superstite di questa dolorosa tragedia. La furia degli elementi durò, come quasi sempre in queste occasioni, per una ventina di minuti circa, poi si placò e tornò a splendere il sole.  Un pastore, che aveva il gregge lì vicino e che aveva trovato rifugio in un pagliaio a qualche centinaio di metri, fu il primo a rendersi conto dell'accaduto e corse a dare l'allarme a Caccuri gettando nel più profondo dolore la famiglia dello sventurato contadino. Di colpo la tragedia più crudele investì una famiglia che  solo qualche giorno prima, aveva conosciuto l'immensa gioia della nascita di una nuova vita e che ora subiva l'orrore di una morte atroce e crudele. Esattamente un'ora dopo, alle ore 14,10, l'ostetrica Maria Teresa Quintieri, si recò in Comune a dichiarare la nascita del bambino al quale, quasi a voler esorcizzare la morte, venne dato il nome del defunto padre che non avrebbe mai conosciuto, mentre, contemporaneamente, veniva registrato l'atto di morte dello sfortunato pastore che non aveva ancora conosciuto il suo terzo figliolo. Ancora una volta, la vita e la morte avevano crudelmente duellato nella lunga vicenda di una  sventurata Umanità da sempre sottoposta agli odiosi capricci di queste due misteriose entità. 

Parpusa - Il teatro della tragedia. Il punto rosso indica dov'era collocata, fino a qualche anno fa, una minuscola croce di ferro a ricordo della tragedia. 

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